1. Introduzione
Sono passati esattamente cinque anni da quando, alla fine del gennaio 2020 il Covid-19 arrivò in Italia. Un mese prima, nel mese di dicembre 2019 in Cina nel Wuhan Jinyintan Hospital, venne identificata una sindrome influenzale che non rispondeva ai trattamenti consueti e la cui alta mortalità sembrava correlata alla compresenza di comorbidità. A quella sindrome fu dato il nome di Covid-19. A differenza delle precedenti influenze quali ad esempio l’Asiatica, quella di Hong Kong o la Mers (Middle East respiratory syndrome, cioè Sindrome Respiratoria medio-orientale), l’Organizzazione mondiale della Sanità scelse il nome Covid-19 in modo che non si riferisse a una posizione geografica o ad un animale (come ad esempio l’Aviaria), ma che fosse correlato alla malattia: Covid-19 significa infatti COronaVIrus Disease 19, cioè malattia da coronavirus 2019.
Il Covid è stato un fenomeno epidemico di cui non avevamo esperienza e per ricordare qualcosa di simile occorre andare ai racconti dei nostri genitori e dei nostri nonni, spesso indiretti anch’essi. È infatti passato poco più di un secolo da quando scoppiò l’epidemia di Spagnola, la più grande infezione su scala mondiale del Ventesimo secolo.
Nella storia della medicina occidentale essa costituisce uno spartiacque, come lo furono le epidemie di peste che la storia ricorda: quella del quattordicesimo secolo, quella di Londra del 1665-1666 e quella del nord Europa fra il 1708 e il 1715. Questi ultimi però sono eventi lontani che i progressi della medicina hanno reso solo episodi della storia al pari di antiche battaglie. Storie da “c’era una volta”. L’epidemia di Covid-19, diffusasi in molte parti del mondo, ha creato gravissimi problemi sanitari, oltre che economici, anche a causa dei ritardi con cui le istituzioni politiche e sanitarie l’hanno affrontata. Questi ritardi han fatto si che fossero insufficienti le risorse da mettere in campo per limitarne gli effetti. Ci si può chiedere il motivo di questa incapacità di prevenzione ed Ali Khan, preside del College of Public Health del Centro Medico dell’Università del Nebraska, ha fornito al saggista e divulgatore David Quammen una risposta: “per una mancanza di immaginazione”.
È una risposta quasi sibillina e per comprendere cosa veramente intendesse il medico ci può venir in aiuto il pensiero dello psicoanalista inglese Wilfred Bion. Forse il suo modello del funzionamento del pensiero è fra i più complessi della psicoanalisi, eppure sembra appropriato per comprendere l’affermazione di Khan.
Khan si riferiva verosimilmente agli Stati Uniti ma la stessa cosa può dirsi dell’Europa: malgrado gli esempi di influenze ed epidemie recenti non siano mancati, un evento di tale portata planetaria, come lo fu ad esempio la Spagnola, non era stato “vissuto” in prima persona da oltre un secolo. Anche l’esempio di un paese già coinvolto come la Cina, si è rivelato insufficiente alla formazione di un pensiero adeguato in merito. Questo comportamento è coerente col modo di “pensare” teorizzato dallo psicoanalista Wilfred Bion. Egli affermava che il pensiero nasce da una pre-concezione che incontra un fatto reale e attraverso la funziona-alfa nasce l’azione del pensare vera e propria. Se c’è un mal funzionamento nella formazione dei pensieri (della funzione-alfa, dice Bion), non possiamo sviluppare l’immaginazione ipotizzata da Khan.
2. La teoria del pensiero di Wilfred Bion.
I primi lavori dello psicoanalista inglese Wilfred Bion si concentrano sulla vita mentale e emotiva dei gruppi, ma la sua maggiore innovazione all’interno della psicologia riguarda la teoria della formazione del pensiero. Egli riteneva che i ‘pensieri’ fossero precedenti, da un punto di vista epistemologico, all’azione del pensare, e che quest’ultima si sviluppasse come conseguenza della necessità di un metodo o dell’esistenza di un apparato per trattare i ‘pensieri’. Secondo Bion esiste una forma di pensiero precedente al pensare, detta pre-concezione, che attende la sua realizzazione per produrre una concezione: il termine ‘cane’ attende che un cane vero e proprio gli fornisca un significato”.
Per rendere questa teoria complessa più semplice da comprendere, lo psicoanalista faceva spesso l’esempio del neonato affamato, un’immagine classica ripresa dalla psicoanalisi kleiniana. La preconcezione del seno materno che allatta il bambino viene realizzata nel momento in cui il seno diviene “vero” con la poppata. È in quel momento che fornisce significato ad un concetto fino ad allora solo “pre-concepito”. Una vola che questa pre-concezione ha trovato realizzazione pratica, essa contribuisce alla realizzazione di pensieri complessi in merito all’evento. Il bambino affamato, non avendo la madre accanto, riesce a “ricreare” nella sua giovane mente l’immagine mentale del seno che lo soddisfa (Bion usa il termine “allucinare”), può sentirsi tranquillizzato ed eliminare così la paura di essere lasciato solo e senza poppata. Si può dire che ha avuto immaginazione. Per converso, il bambino che non riesce ad “allucinare”, non riuscirà a gestire la fame e rimarrà in preda alla paura di non essere più sfamato. Il bambino dunque riesce a tollerare le frustrazioni perché ha già avuto esperienza del seno, e sarà capace da quel momento in poi di formare il sostituto simbolico del seno per modificare la frustrazione.
Le preconcezioni, che possono definirsi anche come proto-pensieri, sono formate da quelli che Bion definisce elementi-beta che invocano o prefigurano l’oggetto che dà soddisfazione. Essi sono “oggetti il cui destino è quello di essere evacuati, oppure quello di essere utilizzati da un tipo di pensiero fondato sul manipolare ciò che viene percepito essere una cosa in sé […], sono conservati non già come ricordi, bensì come fatti indigeriti”. Sono elementi chiusi in se stessi, cose-in-sé, oggetti elementari. Quando divengono pensieri elementari, vengono immagazzinati nel preconscio per non occupare la coscienza inutilmente, ed essere disponibili quando un’esperienza simile li richiama. Quindi “lo sviluppo del pensiero dipende dall’interazione tra la non-cosa e la realizzazione che si pensa si avvicini ad essa; e, in questo contesto, intendo col termine ‘pensiero’, ciò che permette che siano risolti i problemi in assenza dell’oggetto”. Gli elementi-beta vengono “trasformati in elementi [alfa] di pensiero, attraverso una donazione di senso e di coerenza: la crescita del pensiero è quindi legata a un continuo e complesso processo di trasformazione e transito da idee sparse e informi a forme vive. Ma per essere “addomesticati” i pensieri devono prima essere “alloggiati”, devono trovare una casa che li accolga”, come scrive Fiorella Monti. Accoglimento significa fare propria qualcosa che prima era fuori di noi. Non a caso Bion intitola il libro nel quale tratta del suo modello del funzionamento mentale Apprendere dall’esperienza (1962). Ogni nuovo pensiero è collegato ad un’esperienza che, sperimentata, si può richiamare e simbolizzare perché fatta propria. Perché accolta.
Il pensiero viene formato attraverso la funzione-alfa, quella capacità psichica che trasforma gli elementi-beta in elementi-alfa, pensieri. È la funzione-alfa che permette di ‘apprendere dall’esperienza’. Essa fa riferimento alle acquisizioni in memoria per ristrutturare l’apparato mentale, comprendere tutte le esperienze attuali e produrre pensieri su di esse a partire da elementi-beta che sono pre-concepiti ma non organizzati. In questo modo l’esperienza diventa pensabile, cioè trasformata in un insieme di elementi-alfa, elementi comprensibili, solo quando questi elementi sono organizzati nel loro insieme. La funzione-alfa è dunque l’attività mediante la quale è possibile formare una rappresentazione mentale (simbolo) di un oggetto prima assente, di un affetto, di una funzione corporea, o di un concetto o una nozione. Inoltre gli elementi-beta hanno la caratteristica di dover essere espulsi o trasformati. Se la trasformazione attraverso la funzione-alfa non avviene “è possibile liberarsi di essi [elementi-beta] o evitandoli o modificandoli e, se la personalità è dominata dall’impulso ad evadere dalla frustrazione, tale problema è risolto per mezzo dell’evacuazione”. Da cui nascono tutte le negazioni della realtà.
A questo punto è bene fare una precisazione. Bion trattava il modello della funzione-alfa da un punto di vista individuale o di rapporto a due (madre-bambino, oppure analista-analizzando). Una riformulazione di questa teoria dal punto di vista gruppale è stata proposta da Francesco Corrao, punto di riferimento per la psicologia dei gruppi. Egli ha proposto l’esistenza di una formazione di un pensiero di gruppo e ha chiamato funzione-gamma quella capacità di compiere trasformazioni di pensiero all’interno della mente del gruppo simili a quelle della personale funzione-alfa. Tale funzione elabora gli elementi sensoriali ed emotivi in un contesto transpersonale ed è strettamente legata alla funzione alfa in un processo bidirezionale: da un lato la funzione gamma opera infatti trasformazioni che alimentano la singola funzione-alfa; dall’altro si attiva sospendendo la funzione-alfa personale e sostituendosi ad essa quando la persona è parte del gruppo.
3. L’impensabile Covid-19
Gli elementi-beta riguardano lo sviluppo precoce del bambino: è nella primissima infanzia che si forma la capacità di pensare. Ma Bion individua una funzione-alfa anche negli adulti in particolari situazioni psicologiche e la “mancanza di fantasia” di cui parla Khan, può essere un tale stato.
Possiamo aprire una parentesi per ricordare che altri modelli psicoanalitici potrebbero fornire una spiegazione di alcuni atti mancati nella risposta al Covid: si potrebbe parlare di meccanismi difensivi come la rimozione, la scissione o la negazione. Ma la teoria bioniana, nel caso di Khan, sembra la più opportuna.
Specifiche situazioni riattivano ricordi e conflitti che ognuno di noi ha vissuto in relazione ad essi. Sono queste esperienze che ci permettono di pensare e dunque di affrontare la vita. Nel caso dell’epidemia di Covid-19, a parte poche persone (medici che hanno avuto esperienze con altre epidemie, ad esempio), nessuno di noi ha fatto esperienze dirette tali da creare pensieri capaci di riconoscere quanto stava accadendo, e quindi di sviluppare abbastanza immaginazione.
Ovviamente non è necessario che ogni pensiero nasca da un accadimento “reale”. Gli elementi-beta posso legarsi anche a pensieri provenienti da esperienze altrui. La funzione alfa può agire anche attraverso elementi non autobiografici ma appresi. Un fatto appreso sui libri può divenire altrettanto pensabile che non uno esperito direttamente, come pure il vissuto personale trasmesso da una generazione all’altra. Questi precedenti storici, culturali, biografici, di reazioni alle pandemie possono creare pensieri, ma a patto che essi vengano riconosciuti, accolti, cioè “trasformati”, usando un termine bioniano; a patto cioè che ci sia un buon funzionamento della funzione alfa.
Nei primi mesi nei quali l’umanità ha dovuto affrontare la diffusione del Covid-19, questo accoglimento o riconoscimento di precedenti storici e culturali (pre-concezioni o elementi-beta, secondo Bion) non sempre è avvenuto in maniera soddisfacente. Pertanto non è stato possibile trasformare immediatamente questi precedenti in pensieri (elementi-alfa) e dunque in azioni, cioè in contromisure alla malattia. Alcune disposizioni sono state attuate con ritardo, quando l’esperienza diretta ha attivato la funzione-alfa, mentre prima i riferimenti erano stati “evacuati”, per usare un termine bioniano. Vediamo i diversi tipi di precedenti storici e culturali che possedevamo alla fine del 2019.
È vero che nel corso degli anni Duemila diversi scienziati, attraverso l’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre istituzioni, avevano posto il problema della diffusione di una possibile epidemia, in particolare dopo la diffusione della SARS (inverno 2003) e dell’influenza suina (nel 2009), ma l’uomo comune le ha viste come episodiche o localizzate, oppure i non-scienziati non hanno ritenuto credibile un pericolo planetario. Il pensiero, con dirla con Bion, non si è formato perché non si è realizzata la preconcezione. L’influenza Spagnola, il termine di paragone più prossimo, aveva sintomi simili a quelli del Covid-19 e ha prodotto un numero di contagi enorme. Essa è stata richiamata anche dai vari media all’inizio del contagio, ma per esperienza diretta nemmeno le persone più anziane potevano ricordare i precetti di isolamento e auto-reclusione di quell’epoca, e i ricordi si limitavano alle rievocazioni dei genitori e dei nonni. Un altro riferimento può essere, ad esempio, l’epidemia di Ebola del 2014. Essa è stata una delle più letali, ma non ha avuto una diffusione mondiale essendo essa ristretta ad una zona geografica delimitata dell’Africa, un paese da noi considerato “esotico” e lontano rispetto all’Italia. Le recenti Sars, Aviaria e Mers, potevano avere caratteristiche che richiamavano il Covid-19: erano sindromi influenzali, si sono sviluppate tutte negli ultimi vent’anni, e tutte provenivano dall’Asia e dal Medio Oriente. Esse hanno però prodotto pochi casi mortali, non confrontabili con la Spagnola.
Tutti questi precedenti storici sono riferimenti apparentemente adeguati; tutti potevano costituire elementi-beta che un’adeguata funzione-alfa poteva trasformare in pensieri e dunque permettere una previsione del pericolo. All’inizio di questa crisi planetaria, personale quanto sociale, la funzione-alfa non ha però funzionato nel modo giusto e quindi non si è proceduto ad “immaginare”. Le caratteristiche di questi riferimenti hanno fatto in modo di non essere da noi riconosciuti come elementi capaci di generare pensiero in senso bioniano. Per quanto riguarda la Spagnola, che ha attraversato tutto il pianeta, e quindi anche l’Italia, è avvenuta così tanti anni indietro nel tempo da non essere ricordata direttamente da nessuno, ed inoltre è avvenuta in un epoca in cui non esistevano farmaci efficaci; pertanto, anche se i giornali l’hanno richiamata come episodio storico, come pre-concezione non ha prodotto elementi-alfa efficaci.
Oltre a questi precedenti storici ci sono i riferimenti culturali. Essi possono essere identificati nelle opere di letterarie. Molti sono i romanzi che nell’arco della nostra vita abbiamo potuto leggere descrivono un’epidemia. Bastano alcuni esempi ripresi dalla narrativa popolare: La peste scarlatta di Jack London, Il grande contagio di Charles Eric Maine, Il giorno del cobra di Richard Preston. Per non parlare dei film, di cui ne citiamo solo due quali Virus letale di Wolfgang Petersen e Contagion di Steven Soderbergh. Tutte queste sono opere della creatività umana più o meno conosciute, e molte altre ne esistono. Anche queste potevano essere riferimenti adeguati, ma anche in questo caso la funzione-alfa non ha funzionato nel modo giusto. Il motivo può essere questo: nella nostra mente essi sono classificati come opere di fantasia. Benché abbiano tutte descritto epidemie pari o anche peggiori rispetto a quella che abbiamo vissuto, esse non vengono percepite come narrazioni letterarie di fatti possibilmente reali. Esse si possano definire come elementi-beta in quanto parte del nostro immaginario, ma non sono stati trasformati e sono rimasti tali: elementi-beta non trasformabili perché classificabili dalla nostra mente al pari dei miti. Al più erano pensabili come storie simboliche, un po’ come la peste nel romanzo di Alessandro Manzoni o in quello di Camus.
Un altro meccanismo bioniano riconoscibile in questi ultimi mesi è quello dell’acting-out: cioè l’espulsione degli elementi-beta che non vengono trasformati. Secondo Bion essi non fanno parte di quell’area della mente che costituisce i ricordi rimossi. Se lo fossero essi avrebbero costituito un pensiero già formato che viene rifiutato. Essi invece permangono nella coscienza come indesiderabili. Questo significa che quegli elementi-beta che non precorrono alcun pensiero e non consentono né la rimozione né l’apprendimento, devono essere espulsi mediante forme di non-pensiero come l’acting out, cioè azioni corporali od espressioni verbali fatte di getto o altre espressioni analoghe di evacuazione. Un esempio può essere l’esternazione reattiva fatta da Boris Johnson in merito alla strategia da attuare per affrontare il virus. L’idea di affrontare il Covid senza protezioni invocando l’immunità di gregge non è realistica: l’immunità si raggiunge attraverso un’altissima percentuale di vaccinati e non attraverso un’esposizione incontrollata al virus. L’acting-out di Johnson è molto più simile al detto nicciano “Quello che non mi ammazza mi rende più forte”. Eppure non sono mancate forti adesioni ad atteggiamenti di rifiuto ed il ricorso ad idee complottistiche.
Un buon funzionamento della funzione-alfa, l’azione del pensare, quella di apprendere dall’esperienza, è cominciata quando i primi contagiati sono arrivati in Europa a fine gennaio 2020. La malattia è cominciata a divenire “reale” e a non essere pensata più come una minaccia lontana dall’Europa, un fenomeno cinese come altri erano accaduti e i cui pochi casi nostrani potevano essere affrontati, ma un qualcosa vicino a noi. Gli elementi-beta che causavano paura, non sono più stati evacuati ma adeguatamente trasformati. Questo è però avvenuto in ritardo e non si è avuta alcuna trasmissione intergenerazionale del trauma delle epidemie passate. Questa difficoltà di apprendere dall’esperienzaha probabilmente causato i ritardi nell’affrontare il virus che abbiamo visto sui media. Solo quando le notizie dei giornali e in tv hanno riguardato il nostro paese e la nostra gente, che sono elementi di cui abbiamo esperienza, solo allora essi sono stati riconosciuti come oggetti-in-sé cui gli elementi-beta (i precedenti storici e culturali) devono legarsi per diventare pensieri e di conseguenza azioni reale.
Fin dall’inizio dell’epidemia ci sono stati gruppi che hanno minimizzato quanto stava accadendo. Hanno divulgato le loro convinzioni anti o pseudo-scientifiche attraverso i social media, un mezzo che i cui membri costituiscono un gruppo che si può dire abbia una mente poliadica, la quale comporta una regressione a uno stato non individuale delle persone. Già Jacques Elliot aveva rilevato “che molti fenomeni sociali mostrano una notevole affinità con i processi psicotici degli individui”. Seguendo quando teorizza Corrao, il pensiero comune in merito al Covid del gruppo, la funzione-gamma, ha modificato il pensiero individuale attraverso una sospensione o attenuazione della funzione-alfa della singola persona.
4. Pensare e narrare le epidemie dopo il Covid-19
Oggi, a cinque anni dall’inizio della diffusione del virus in Italia, l’emergenza è conclusa ed è possibile rielaborare naturalmente quanto accaduto, come accade dopo qualsiasi trauma. Si possono ripensare i contagi e le morti o la lontananza di alcuni membri della famiglia da casa perché medici impegnati nei soccorsi, oppure la chiusura entro le mura domestiche perché in quarantena. Ora i fatti reali che abbiamo vissuto, usando le parole di Bion, hanno potuto creare quell’esperienza dalla quale è possibile apprendere. Ora il pensiero dell’epidemia esiste e anche i riferimenti più lontani come la Spagnola, che fino a gennaio 2020 non avevano un significato se non come nozione storica e venivano evacuati, ora sono pensiero vivo, elemento-beta trasformato in elemento-alfa.
L’inizio del processo di apprendere dall’esperienza è già visibile, ad esempio, sui forum dei lettori nei quali le persone in lockdown comunicano a distanza le proprie letture. Nel primo anno di diffusione del Covid fiorivano le discussioni; ad esempio, nei forum dei lettori le persone si scambiano consigli di lettura e molti libri avevano per oggetto epidemie, come ad esempio La Peste di Albert Camus, oppure romanzi di fantascienza come L’ombra dello scorpione di Stephen King. Era un modo per cercare di verificare ciò che si credeva non potesse succedere e che fino a due mesi fa era impensabile, ma che ora ha un significato vero per quei lettori. Ora, in questi cinque anni, abbiamo assistito alla pubblicazione di molti romanzi nei quali è descritta un’epidemia, sia quella reale che abbiamo vissuto, sia altre immaginarie. Un processo simile è accaduto dopo l’abbattimento delle Twin Towers, che in letteratura ha prodotto, per almeno una decina d’anni, quelli che sono stati chiamati, formando quasi un sottogenere narrativo, i cosiddetti romanzi “post-11-settembre”. Anche in quell’occasione non era stato possibile “pensare” prima l’evento, malgrado ci fossero stati attentati e l’immaginario collettivo fosse alimentato da innumerevoli film catastrofici. Anche all’epoca, non si pensava possibile un simile attentato. Dopo grandi eventi traumatici del tutto imprevisti si forma sempre un nuovo pensiero, un nuovo significato e, si spera, un nuovo potere di previsione.
Bibliografia
Wilfred R. Bion, Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma 1972.
Wilfred R. Bion, Gli elementi della psicoanalisi. Armando, Roma 1995.
Wilfred R. Bion, Trasformazioni. Armando, Roma 2001.
Francesco Corrao, “Struttura poliadica e funzione gamma”, in Gruppo e funzione analitica, vol. 11, n. 2, 1981.
Jacques Elliot, “Sistemi sociali come difesa contro l’ansia persecutoria e depressiva. Contributo allo studio psicoanalitico dei processi sociali”, in Nuove Vie Della Psicoanalisi a cura di Melanie Klein, Paula Heimann e Roger Money Kyrle, Il Saggiatore, Milano 1966.
Riccardo Gramantieri, Post 11 settembre: letteratura e trauma, Persiani, Bologna 2016.
Fiorella Monti, Osservare al nido: pensieri in cerca di un pensatore . Persiani Bologna 2014.
David Quammen, Perché non eravamo pronti. Adelphi, Milano 2020.
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