L’armonia delle scienze politiche: ricordando Maurice Duverger

La dimensione politica è interpretabile, usando il lessico della tradizione della sociologia della conoscenza, come uno degli universi simbolici più influenti e complessi che caratterizzano la vita umana. Esistono numerosi universi simbolici, come la religione, l’etica, l’economia, l’arte, la scienza, ma probabilmente la dimensione politica è quello che maggiormente determina visuali interpretative e contesti di studio; in tal senso si spiega dunque l’esistenza delle scienze politiche, per cui la politica può essere studiata di volta in volta dal diritto pubblico e costituzionale, dalla filosofia politica, della storia politica, dalla sociologia politica, dalla scienza politica, per giungere anche fino all’antropologia politica e all’economia politica. Per quanto tutte queste discipline si completino e si intreccino tra loro a seconda degli obiettivi di ricerca che si possono porre e per quanto appunto esse convergano accademicamente nel filone delle scienze politiche, è anche vero che ciascuna di queste discipline conserva sue specifiche caratteristiche e suoi mirati obiettivi di conoscenza.
Con l’evoluzione culturale e l’affinamento delle specializzazioni, quindi, soprattutto nell’età attuale postmoderna e globalizzata, è possibile che ciascuno studioso di ognuna di queste discipline, ovviamente segua lo standard particolare del settore in cui si colloca (giuridico, filosofico, sociologico, storico ecc.).

In effetti, questa tendenza alla partizione specialistica (in generale in tutte le scienze) era comunque ben avviata anche nel corso del Novecento, ma si deve rilevare che in quella fase vi erano d’altra parte studiosi che erano riusciti, per così dire, a conservare, nelle loro ricerche, un carattere sistemico complessivo delle scienze politiche, mantenendo un approccio in cui le competenze storiche, giuridiche, istituzionali, sociologiche, epistemologiche si amalgamavano naturalmente.
Uno degli studiosi novecenteschi capaci di tale approccio alle scienze politiche così articolato è stato Maurice Duverger, affermato protagonista della scena intellettuale francese ed europea della seconda parte del XX secolo, nei cui contributi teorici, si coglie come praticamente ciascun singolo studio che egli ha prodotto sia inquadrabile come un lavoro di scienze politiche, nel senso che in ognuno convergono armoniosamente elementi giuridico-istituzionali, sociologici, politologici, epistemologici, storici, ed appare poco opportuno cercare la prevalenza dell’uno o dell’altro elemento.
Duverger appare così, di volta in volta e simultaneamente, come giurista, sociologo, politologo, epistemologo, storico, perché egli stesso, pur utilizzando con accortezza tali discipline, non ha timore di farle confluire: ad esempio, nei suoi studi sui sistemi politici o sui partiti politici, si coglie come le analisi di tipo giuridico-istituzionale, si accompagnino ove opportuno a costruzioni sociologiche e a interpretazioni storiche, valutando sempre con attenzione anche gli aspetti epistemologici delle prospettive che si considerano(si vedano Duverger, M., Sistemi politici, Laterza, Roma, 1979 e Id, I partiti politici, Comunità, Milano, 1971).
I testi di Duverger conservano una impostazione cumulativa di conoscenze e, non a caso, di frequente essi hanno avuto anche un’utilità manualistica per gli studiosi. Il lettore che ha la pazienza di seguire le sue tante ricerche si accorge come esse mostrano che, nel trattare un argomento o un fenomeno politico, la definizione di analisi sociologico politica o politologica, di storia delle istituzioni o di diritto comparato, dipende anche da particolari tradizioni culturali o proprio nazionali in cui gli studi si collocano.
Questo aspetto che Duverger manifesta si può rintracciare in modo molto emblematico in uno dei suoi libri più maturi e noti, di cui peraltro nel 2023 ricorre il cinquantennale della prima edizione francese e in cui egli sembra mantenere una certa identità di fondo tra sociologia politica e scienza politica, tanto che questo suo volume, intitolato Sociologia della politica, reca come sottotitolo l’iscrizione Elementi di scienza politica, una scelta che, nella fase attuale, quanto meno risulterebbe spiazzante in molti contesti legati a valutazioni di pertinenze accademiche (si veda Id., Sociologia della politica. Elementi di scienza politica, Sugarco, Milano, 1987). Qui, peraltro, esprime in modo esplicito quanto fosse essenziale costruire ponti tra le due discipline, “anche quando il pontiere sappia ben ancorarli solo da un lato della riva” (ivi, p. 23): nell’interpretazione dello studioso francese la scienza politica designa un approccio in senso ampio ai fenomeni politici che li considera dal punto di vista delle istituzioni giuridiche, della storia, della geografia umana e al tempo stesso da quello più propriamente sociologico, che è invece è specifico della sociologia politica.
L’attenzione a prospettive globali emerge a monte in Duverger nell’ottica stessa della metodologia delle scienze sociali e, infatti, proprio in un altro suo celebre volume, dedicato appunto a questa dimensione, egli afferma in merito alle filosofie della storia che, sebbene esse ovviamente non garantiscono una spiegazione soddisfacente dell’evoluzione della società,  forniscono al sociologo interessanti ipotesi di lavoro, suggerendo idee che possono diventare feconde, nella convinzione che filosofia della storia è stata pur sempre una tappa importante sulla via di una vera e propria sociologia generale(si veda Id., Le diverse scienze sociali, in Id., I metodi delle scienze sociali, Etas Kompass, Milano 1967, specialmente pp. 92-93).

Dagli evocativi rimandi che in questa sede abbiamo accennato, si comprende chiaramente come nell’impostazione di Duverger sia sotteso un senso delle scienze politiche come sistema complessivo di ricerche, che si può avvicinare a quello riscontrabile in altri due esponenti iconici di queste discipline che hanno preceduto Duverger nel Novecento, ossia Max Weber e Harold Dwight Lasswell.
Infatti, in Weber, personalità assai complessa, che univa l’interesse scientifico al senso di una propria responsabilità politica, ebbe percorsi di ricerca rimasti celebri per la capacità di intrecciare prospettive teoriche e concettuali: dalla questione del metodo delle scienze sociali, all’analisi della civiltà occidentale moderna, ai rapporti tra istituzioni politiche e processi storici e economici(per un rimando complessivo, si veda naturalmente Weber, M., Economia e società, Comunità, Milano, 1980, 5 voll.).
E anche in Lasswell, seppur in una prospettiva teorica evidentemente determinata dal contesto del comportamentismo e dal pragmatismo americani, troviamo ancora una certa oscillazione e commistione tra scienza politica e sociologia, in un generale progetto di ricerca volto a dissolvere i pregiudizi che impediscono agli uomini di vedere le istituzioni per come le hanno edificate e in cui la attenta definizione dei concetti, come in Weber, assume un valore importante e basilare(si veda indicativamente Lasswell, H.D., Potere, politica e personalità, UTET, Torino, 1975).

Dopo Duverger, la visuale d’insieme nell’uso delle scienze politiche da parte di singoli studiosi pare piuttosto affievolita, anche considerando processi storici sempre più sfaccettati che l’età contemporanea ha determinato negli ultimi venti o trent’anni.
Nondimeno, rileggere le ricerche di Duverger è ancora un esercizio istruttivo, perché esse aiutano a ricordare di non trascurare accanto all’esigenza di precisione nelle analisi, anche l’elemento della riflessione sui nessi che caratterizzano i fenomeni che si studiano e la conseguente prospettiva generale di senso che segna la coscienza umana.


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