Un Addio a Dolores. Lievi meditazioni sull’incanto di una voce

 

 

Il 15 gennaio si è prematuramente e improvvisamente spenta, a soli 46 anni,  la cantante irlandese Dolores O’Riordan, voce del gruppo rock dei Cranberries, ma anche autrice di album da singola, che ha  attraversato, con notevole impatto, la scena musicale dal cuore degli anni Novanta a oggi. Resta sufficientemente noto che molti sono stati i suoi brani di successo, amati dai suoi ammiratori per la voce inconfondibile, bellissima, associata a sound e testi evocativi, vividi, coinvolgenti e non stiamo, in questa sede, a ricordare i pregi della sua arte, su cui possono soffermarsi più adeguatamente musicologi, studiosi di estetica e scienze della comunicazione, e in generale esperti della cultura rock pop.

La motivazione fondamentale di queste righe risiede solo nell’ipotesi che può magari risultare in minima misura interessante, per pochi istanti, provare a proporre, accanto all’omaggio al suo ricordo, un discorso simbolico, uno scenario riflessivo, legato alla voce di questa cantante che aveva la capacità di incantare gli animi: una voce dolce e energica, malinconica e impetuosa, angelica e struggente, sempre al contempo. Numerosi suoi brani possono suscitare, nell’immaginario di chi ascolta, questo particolare canone di riflessione doppio, in una sorta di ineffabile eccedenza e articolazione dell’essere. Potremmo ripensare a Zombie, Promises, Animal Instinct, in cui c’è quasi un’aggressività e insieme una spiritualità. Oppure a Just my imagination o Dreams, in cui leggerezza e meditazione si accompagnano. O ancora a  Ordinary day e Tomorrow in cui si incontrano nostalgie e auspici, attenzione e coraggio, forse anche rimpianto e rimorso. La lista potrebbe facilmente proseguire e protrarsi, a seconda di gusti personali, sempre pensando a quella voce quasi magnetica, che in un momento appare squillante e radiosa e in un altro istante è cupa e grave; in fondo, il punto che ci preme non è quello di ripercorrere un repertorio musicale, ma, come dicevamo, di provare a cogliere una cifra esistenziale nel contesto di processi culturali, ossia in quelle dimensioni simboliche condivise che caratterizzano il modo di pensare e percepire la realtà delle cose in una data società o condizione sociale.

Del resto, i suoi testi diretti e a volte dolenti, sullo sfondo di un sound ora incalzante, ora cadenzato, costruiscono forse una visione dell’essere in cui c’è tutto il senso della vertigine, dello sforzo e dell’entusiasmo. In virtù di questo, sembra quasi potersi affermare, proseguendo questo gioco con i pensieri, che forse Dolores, con la sua voce, e i suoi brani e la sua musica, sia sfuggita dalla categoria dell’individuo “a una dimensione”, su cui  Herbert Marcuse  ci aveva ammonito nei suoi celebri e ancora meritevoli scritti di teoria critica della società e della cultura contemporanea.

La voce di Dolores, dunque, ci azzardiamo a ritenere che si presti a essere individuata come un ulteriore frammento di un certo immaginario dell’ultimo venticinquennio, di alcuni giovani di generazioni di questi anni, che nella sua arte hanno trovato riflessi della propria anima e che, alla notizia della sua morte improvvisa, hanno, forse, tutti provato proprio quel misto di malinconia e rabbia che in tanti suoi brani ella aveva riversato.

Il lettore avveduto ha certamente compreso che delineando queste brevi considerazioni, non si desidera scomodare interpretazioni filosofiche improprie e esagerate: in alcune occasioni, tuttavia, si deve rilevare che, malgrado il disincanto diffuso del mondo attuale, accade che situazioni, vicende, pensieri e persone si intreccino in modo singolare e possono spingere la mente a permettersi, con garbo e misura, anche lievi meditazioni; la voce dei Cranberries risuona così ancora, lasciando il suo eco cristallino e sfavillante in pensieri nostalgici di sentieri drammaticamente interrotti e di percorsi amaramente sfuggiti.

 

 

 



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