Al pari di ogni altra storia, anche la storia della musica (nella fattispecie specifica, la musica rock) ha bisogno e si nutre di miti e di momenti leggendari, di eventi o anche semplicemente di frasi celebri che acquistano nel tempo un’aura particolare e incancellabile. Tra queste ultime, nella storia del rock spicca ad esempio la dichiarazione del critico (e, successivamente, produttore e manager) Jon Landau pubblicata il 22 maggio 1974 sul settimanale “The Real Paper” di Boston a proposito del concerto tenuto a Cambridge (Massachusetts) alcuni giorni prima, il 9 maggio 1974, da un artista allora non molto conosciuto, Bruce Springsteen. Scriveva Landau in quella occasione, divenuta appunto un momento leggendario della storia del rock (sia per il senso e la rilevanza della dichiarazione in sé, e sia perché essa avrebbe avuto un ruolo decisivo nell’aprire la strada a un interesse più ampio della comunità musicale, dei mass media e dell’industria discografica per il giovane Springsteen, che di lì a poco, con Born to Run, avrebbe compiuto il grande salto verso il mondo delle star): “In una sera in cui avevo bisogno di sentirmi giovane, lui [scil. Springsteen] mi ha fatto sentire come se ascoltassi musica per la primissima volta”.
Ora, senza avere qui la benché minima intenzione, ovviamente, di stabilire parallelismi assurdi e paragoni fuori luogo, vorrei però dire che una sera di aprile, qualche settimana fa, ho provato forse qualcosa di simile, cioè una specie di sensazione di “bisogno di sentirmi giovane”. E, d’altra parte, se quello che ho potuto vedere e ascoltare presso il Bravo Caffè di Bologna quella sera non è stato certamente “il futuro del rock and roll” – come scriveva un eccitatissimo Landau nella succitata, famosa dichiarazione del 1974 su Springsteen – si è trattato comunque, questo sì, di ottima musica rock, proveniente da un passato importante (soprattutto per me) e, al contempo, saldamente ancorata al presente e capace di dire qualcosa di rilevante anche all’oggi. Il concerto a cui faccio riferimento è quello in solitaria (chitarra acustica e voce) di Grant-Lee Philipps, svoltosi per l’appunto il 20 aprile di quest’anno in uno dei locali bolognesi più attivi sul piano dell’offerta di musica live pop, rock e soul, il centralissimo Bravo Caffè.
Chitarrista alla fine degli anni ’80 della band neo-psichedelica Shiva Burlesque, nella prima metà degli anni ’90 Phillips guadagnò una certa notorietà come cantante, chitarrista e autore di quasi tutti i brani del gruppo Grant Lee Buffalo, giustamente definiti “uno dei più interessanti gruppi americani” di quegli anni, con uno stile basato su un’efficace unione di tratti Americana e Alternative Rock e con una parabola artistica “estremamente densa di significati artistici” ma purtroppo “costellata da pochi successi commerciali” (E. Iannacone, Grant Lee Buffalo Shiva Burlesque. Orgogliosamente fuori tempo). In seguito allo scioglimento della band, avvenuto nel 1999 dopo che essa aveva pubblicato quattro album con ottimi riscontri da parte della critica ma, appunto, senza mai realmente sfondare sul piano delle vendite – Fuzzy e Mighty Joe Moon del 1993-94, probabilmente i loro lavori migliori e più famosi, e poi il troppo sottovalutato Copperopolis del 1996, che a giudizio di chi scrive conteneva almeno 4 o 5 brani davvero indimenticabili, e infine il loro canto del cigno del 1998, Jubilee –, Phillips ha avviato una carriera solista che, seppure con alcuni alti e bassi, comunque dura ormai da più di quindici anni e ha portato fin qui alla realizzazione di 9 album. L’ultimo di questi dischi solisti, The Narrows (2016), è attualmente in fase di presentazione dal vivo da parte di Grant-Lee Phillips, in un tour che ha toccato anche l’Italia e, per l’appunto, Bologna.
Nel quarto volume della sua Storia del rock edita da Arcana, interamente dedicato al Nuovo rock americano degli anni ’90, per definire il felice amalgama sonoro realizzato dai Grant Lee Buffalo Piero Scaruffi usava espressioni suggestive quali: contaminazione tra “il folk e una forma austera di powerpop”; recupero di “sonorità grass roots da una prospettiva torva” e tendente talvolta all’“arringa esistenziale [con] pose da predicatori”; delineazione di “sentieri rurali con cuore puro” ma anche con “piglio apocalittico”, “fervore” e “misticismo [nei] momenti più intensi”; unione di “bisbigli spettrali” e “fascino realistico”, di “blues psichedelico” e “dimesso country rock”. In definitiva, per Scaruffi, i Grant Lee Buffalo condensavano un “insieme di contraddizioni” che però, come accade non di rado nel rock (e in tutta l’arte, in generale), aveva “il pregio indiscutibile dell’originalità”. Ecco, rispetto a una proposta musicale di questo tipo (quella della sua band storica degli anni ’90, appunto) ciò che propone oggi Grant-Lee Phillips da solista, a giudicare sia dal concerto in questione per sola chitarra e voce, sia dall’attento ascolto del succitato album The Narrows (realizzato invece per un nutrito gruppo di strumenti), è qualcosa di più semplice, o più precisamente qualcosa di più linearmente e univocamente orientato a un consapevole inserimento nel solco di una tradizione di rock americano “classico” che Phillips riesce però a rileggere in maniera molto intelligente, con una sicura padronanza del mestiere, per così dire, e non di rado con l’iniezione di felici intuizioni (soprattutto melodiche) che tradiscono l’ormai conseguita maturità da parte di questo artista, insomma l’ormai avvenuta acquisizione di un proprio specifico vocabolario e timbro espressivo. A ciò, per quanto riguarda più specificamente la dimensione live, bisogna poi aggiungere l’evidenziazione del possesso di doti non indifferenti, da parte di Phillips, come performer e anche entertainer: cosa di non poco conto soprattutto quando, come in questo caso, ci si propone e, anzi, oserei dire ci si espone al giudizio del pubblico armati unicamente della propria chitarra acustica, delle proprie canzoni e, appunto, della propria capacità di reggere l’impatto col palco in assoluta solitudine.
Il concerto al Bravo Caffè si è aperto con una manciata di brani tratti da The Narrows, che Phillips ha brevemente introdotto al pubblico citandone la genesi, il senso, i riferimenti a fatti, luoghi o eventi che hanno influito sulla loro composizione. Fra i brani dell’ultimo, recentissimo disco che Phillips ha proposto al pubblico bolognese hanno spiccato ad esempio Tennessee Rain, Cry Cry e Holy Irons, accanto ad altri brani del suo repertorio solista come la delicata Mona Lisa tratta dal suo album del 2004 Virginia Creeper, laddove un po’ sacrificata, a causa dell’assenza degli strumenti che invece la arricchiscono su disco, è sembrata invece una canzone di per sé pur pregevole come Moccasin Creek. A dire il vero, nel primo quarto d’ora circa si è avvertito in certi momenti un senso di imbarazzo o, meglio, di ancora insufficiente adattamento alla situazione e dunque, per così dire, di fatica nell’avviare in senso proprio il concerto, stabilendo anche un adeguato feeling col pubblico. A quest’ultimo risultato, tuttavia, si è giunti rapidamente, allorché Phillips, dopo un paio di brani, ha preso man mano sempre più confidenza con l’ambiente e l’audience (con la quale, in riferimento alle persone sedute nelle prime file, egli ha anche interagito varie volte in modo molto diretto, colloquiale e scherzoso nel corso del concerto), complici anche un paio di bicchieri di vino rosso di cui non ha mancato di elogiare le qualità e, chiaramente, il piacere di poter eseguire davanti ad ascoltatori attenti e interessati le sue ultime composizioni.
Il vero punto di svolta del concerto (com’era del resto abbastanza prevedibile) è arrivato però nel momento in cui Phillips ha inaugurato la parte del suo show specificamente dedicata al ripercorrimento di alcune tappe fondamentali dell’indimenticata avventura con i Grant Lee Buffalo. E se, come dicevo all’inizio, ero andato al Bravo Caffè quella sera mosso sia dalla curiosità di ascoltare il repertorio più recente di Phillips e sia anche, però, da un forse non del tutto consapevole ma cionondimeno molto vivo “bisogno di sentirmi giovane” (per dirla con le parole di Landau precedentemente evocate), trovandomi di fronte a una sequenza di brani che ha inanellato, una dopo l’altra, perle quali Jupiter and Teardrop (l’inno imperdibile dal primo disco dei Grant Lee Buffalo, ascoltando il quale il sottoscritto avrà trascorso almeno un centinaio di pomeriggi nel lontano 1993…), e poi l’acida Fuzzy, la dolente Honey Don’t Think e la solare ma al contempo opaca Arousing Thunder, e poi ancora Mockingbirds (col suo inconfondibile ritornello con un falsetto tanto soave quanto straniante),la scattante The Shining Hour e la lenta, dimessa The Hook, e infine Happiness (una delle canzoni più ossimoriche che io conosca, dato l’assoluto e magnifico contrasto fra ciò che viene evocato dal titolo e, invece, il tono malinconico e vulnerabile del brano: un brano che, in questo senso, riesce nell’impossibile operazione di suscitare felicità nell’ascoltatore proprio passando attraverso il suo opposto: “la tristezza e la gioia che si confondono e son la stessa cosa”, come scriveva Steinbeck in Furore)e soprattutto l’energica, impattante Lone Star Song: trovandomi di fronte a una tale sequenza di brani, dicevo, è stato davvero come tornare indietro di 20 anni, in particolare al febbraio 1995 con Emi e Lele e Simone e Barbara, al magnifico concerto dei Grant Lee Buffalo al Palaeur di Roma come opening band per i R.E.M. (Michael Stipe essendo sempre stato, com’è noto, un grande estimatore di Phillips). E, del resto, introducendo al pubblico del Bravo Caffè uno dei brani tratti dal glorioso passato dei Grant Lee Buffalo, lo stesso Phillips a un certo punto ha detto: “This is like a little time machine… back to ’90s… it was a strange time, man… and I know some of you were there”. Una considerazione, quest’ultima, che ha spinto chi scrive ad annuire col capo in maniera immediata, con un riflesso spontaneo, e che non ha mancato di suscitargli un sorriso a metà fra compiacimento e nostalgia.
Un altro momento imprevisto, estemporaneo e assolutamente memorabile del concerto è stato poi il duetto improvvisato da Phillips con un altro maestro del rock americano folk-alternativo, Howe Gelb, mente dei geniali Giant Sand e da qualche anno anche partner dello stesso Phillips in occasione di concerti in duo. In sostanza, all’incirca a metà dello show qualcuno, fra lo stupore e l’ilarità di tutti (in primo luogo proprio di Phillips!) annuncia di essere al telefono con Howe Gelb; quindi il cellulare in questione viene passato a Phillips, il quale riconosce la voce di Gelb, inserisce il vivavoce e, a quel punto, dapprima intrattiene un pubblico incuriosito e divertito con una conversazione in diretta con l’amico e collega di Tucson (Arizona), e poi, una volta inserito il cellulare in una tasca e collocatogli accanto un microfono, dà vita a un delirante duetto in diretta telefonica con Gelb, chitarra e due voci. Evento che, a metà fra performance artistica e puro, spontaneo e libero fun, ha conferito una colorazione inedita al concerto, nonché riportato ulteriormente il mood generale della serata verso gli anni ’90, se è vero che un altro dei dischi fondamentali di quell’amato/odiato decennio fu Glum dei Giant Sand. Per concludere, dunque, un apprezzamento – ma forse sarebbe meglio dire un ringraziamento, visto l’inestricabile intreccio di giudizio e sentimento, cognizione e spontaneo abbandono, che ha contraddistinto la serata – a Grant-Lee Phillips per il suo portare avanti una carriera egregiamente sospesa fra passato, presente e futuro, ed ancora un’esortazione e un augurio nei suoi confronti che coincidono anche con il titolo di uno dei brani più intensi di Mighty Joe Moon (forse il disco più bello in assoluto dei Grant Lee Buffalo): “sing along”, “sing along” o, con un’accentuazione un po’ più neilyounghiana, “keep on rockin’”.