Preludio sulla falsità che il matrimonio omosessuale sia contro natura

 

Che il matrimonio omosessuale sia contro natura è convinzione di troppi nel nostro paese. Attraverso le regole del buon ragionare filosofico,tento di smascherare, con provocazione (a differenza di Martha Nussbaum, stando a cui a contare è il passaggio dal disgusto all’umanità attraverso l’empatia) il pregiudizio, il calcolo e l’ignoranza che escludono il matrimonio same-sex. Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma: dobbiamo prenderne coscienza. Come farlo?

Contro natura: è uno degli scudi che si leva per opporsi all’introduzione del matrimonio omosessuale. Scudo errato per diverse ragioni. Inefficace da giocarsi sul campo di battaglia dei diritti, sempre che si rispettino le regole del buon ragionare. Efficace, invece, quando ci si lascia andare, senza intellettualità e conoscenza, a qualche frenesia. Per comprendere come e perché il “contro natura” rappresenti uno scudo, occorre esaminare prima luoghi comuni quali la sacralità del matrimonio, la diversità nonché complementarità tra femmina/donna e maschio/uomo, la finalizzazione del matrimonio alla procreazione, per poi affrontare il discorso sulla malattia mentale e la promiscuità sessuale, sulla bontà dell’eterosessualità e del matrimonio tradizionale.

Non ci vuole molto per comprendere che l’affermazione “il matrimonio omosessuale è contro natura” appartiene, oltre che ai luoghi comuni, ai pregiudizi, e il fatto che nel nostro paese pare che le cose non stiano diversamente dovrebbe generare in noi orrore sotto il profilo intellettuale, politico, sociale. Anche perché chi, pubblicamente, privatamente o nascostamente, osteggia l’omosessualità e il matrimonio tra persone del medesimo sesso dà prova, non solo di irrazionalità, ma di vera e propria barbarie. Il passo da questa violenza psicologica alla violenza fisica non è poi così raro, come si crede. E le cronache ce ne parlano spesso in riferimento ai paesi musulmani: in alcuni di essi il rischio della condanna a morte per lesbiche e gay è alto. Senza poi menzionare le follie dell’Isis.

Stando all’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani, «uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione». Eppure ancor oggi una donna musulmana può vedersi contestato il matrimonio con un uomo non musulmano, a meno che quest’ultimo non si converta all’Islam, e in alcuni paesi contrarre un simile matrimonio comporta per la donna punizioni severe, pena capitale inclusa. Fino a poco tempo fa in Italia, durante il fascismo, col regio decreto-legge del 17 novembre 1938, n. 1728, convertito nella legge del 5 gennaio 1939, n. 274, veniva proibito al cittadino italiano di “razza” ariana il matrimonio con una persona appartenente ad “altra razza”, mentre occorreva il consenso del ministero dell’Interno per sposare una persona di altra cittadinanza. Nella maggioranza dei paesi del mondo, il matrimonio same-sex è vietato, nonostante l’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti umani non affermi che uomini e donne debbano sposarsi tra loro o, più specificatamente, che un uomo debba sposare una donna e viceversa, e quindi non escluda affatto il matrimonio in questione. Impedire il matrimonio a persone del medesimo sesso rappresenta un caso eclatante di violazione dei diritti umani. Anzi, più eclatante di altri, perché intrarazziale e interreligioso, riguardando ogni persona omosessuale, al di là della sua “razza” e religione.

Perché questa negazione di un diritto umano di base? Nella consapevolezza della complessità del problema a vari livelli, in Il matrimonio omosessuale è contro natura: falso! (Laterza 2015) tento di rispondere alla domanda in un’ottica prevalentemente filosofica, sollevando “socraticamente” interrogativi, ai quali non sempre verrà offerta una soluzione, nel tentativo di indurre il lettore a riflettere con la propria testa. Né approfondisco altri studi di matrice biologica, etno-antropologica, giuridica, psicologica, psicoanalitica o sociologica, che pure dimostrano l’insensatezza della negazione in questione.

Cerco di ragionare col preciso obiettivo di scardinare i maggiori pregiudizi contro il matrimonio same-sex, nella convinzione che «i pregiudizi occupano una parte dello spirito e ne infettano tutto il resto» (Malebranche), e che «i pregiudizi, amico, sono il re del volgo» (Voltaire) non di chi cerca la verità.

Se si scardinano i pregiudizi, emerge quanto l’opposizione al matrimonio same-sex sia errata. Lo faccio in modo freddo, senza pathos, poiché a esso prediligo il logos, necessario ai temi trattati, al fine di ricercare, con la filosofia, la verità ove essa manca: ovvero in tutte quelle opinioni comiche o ironiche (per essere magnanimi) che, in preda a impulsi viscerali di vario genere, persistono col nutrire l’ingiustificata “certezza” che «questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai».

Considero poche argomentazioni – rispetto alle tante esistenti – a favore del matrimonio same-sex. Non solo perché chi è imbevuto di luoghi comuni e pregiudizi resterebbe comunque sordo, ma soprattutto perché essi presuppongono la bontà del matrimonio in sé (eterosessuale e same-sex), bontà che occorre mostrare a pieno titolo e senza pregiudizio alcuno. Non ha forse ragione Anton Čechov nel consigliare: «Se avete paura della solitudine, non sposatevi»?; e quante pagine occorrerebbero per obiettare a Erica Jong, che sostiene: «La bigamia è avere un marito di troppo, la monogamia è lo stesso»?

Del resto, non considero argomentazioni improponibili, quali ad esempio “le minoranze vanno difese, lesbiche e gay costituiscono una minoranza, lesbiche e gay vanno difesi garantendo loro il matrimonio same-sex” o “il fenomeno delle coppie lesbiche e gay è diffuso e visibile: occorre regolamentarlo attraverso il matrimonio”. Perché uso il termine improponibili? Basta chiedersi se ogni minoranza vada difesa e se ogni fenomeno, visibile e diffuso, vada regolamentato. Difenderemmo forse quella minoranza che pratica la zooerastia, cioè che abusa sessualmente di animali, o garantiremmo a persone di sposare non umani? O regolamenteremmo il fenomeno della pedofilia, diffuso e visibile, concedendo al pedofilo di sposare la bambina o il bambino che ha molestato?

E neppure considero argomentazioni contro il matrimonio same-sex altrettanto improponibili, quali “questo tipo di matrimonio non va concesso altrimenti tutti gli uomini diventeranno gay e tutte le donne diventeranno lesbiche”. Mi pare ridicolo pensare che ogni eterosessuale sia tale per caso e che, una volta ammesso il matrimonio same-sex e solo in virtù della sua possibilità, muti d’improvviso il proprio orientamento sessuale – o la propria preferenza sessuale. “Orientamento sessuale” rimane termine più limpido, non tanto perché usato (a volte abusato) dai più, ma in quanto – a mio avviso – non si riferisce inesorabilmente a una predisposizione genetica: orientarsi deve far parte del nostro modo di condurre un’esistenza consapevole.

Parlo poco di libertà di espressione. Questa libertà non coincide con l’affermare quel che si vuole, bensì ciò che si crede vero sulla base di buone ragioni, di buone giustificazioni, conoscendo il significato dell’affermazione stessa. Saper fare affermazioni è capacità richiesta alle persone in ogni società civile in cui viga la necessità delle proprie responsabilità, e nel caso particolare quella di giustificare quanto si afferma. Chi fa un’affermazione deve essere in grado di giustificarla, nel momento in cui il proprio interlocutore domanda “come fai a saperlo?” o, più semplicemente, “perché lo credi?”, sempreché chi afferma abbia prima presente che cosa intende affermare. Così, se qualcuno afferma “c’è una potente lobby gay, contro natura, che sovverte la normalità” e le/gli chiediamo “perché lo credi?”, ci attendiamo che conosca il significato dei termini che compaiono nella sua affermazione, ovvero che sappia rispondere alla domanda “che cosa è oggettivamente ragionevole intendere con ‘contro natura’, con ‘sovvertire’ e con ‘normalità’?”.

Chissà, poi, perché si ritiene che si debba essere omosessuali per difendere il diritto al matrimonio same-sex. Anche questo è un pregiudizio. È come sostenere che sono omosessuali i giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti che nel 2013 hanno dichiarato anticostituzionale il Defence of Marriage Act, che negava i medesimi diritti e doveri alle coppie eterosessuali e a quelle omosessuali, o che lo sia Barack Obama perché, all’annuncio della sentenza della Corte ha commentato su Twitter: #loveislove.

Eppure, per scardinare i tanti pregiudizi sul matrimonio same-sex basta partire dalla convinzione della necessità di eguaglianza (intesa come assenza di discriminazioni) e di equità (intesa come giusta distribuzione di benefici e responsabilità) tra gli esseri umani. Questo è il mio modo di procedere in Il matrimonio omosessuale è contro natura: falso! Ma non è l’unico: considero valida anche l’opzione di sostenere la causa del matrimonio same-sex per il bene della nostra società, in quanto esso favorisce e promuove l’integrazione di persone, lesbiche e gay, a lungo e ingiustamente emarginate, penalizzate, stigmatizzate. Entrambe queste argomentazioni in difesa del matrimonio same-sex presentano notevoli punti di intersezione.

Perché same-sex? Per questioni di mera e immediata comprensibilità, nel titolo del volume compare “matrimonio omosessuale”, ma, mentre il termine “omosessualità” rimane di recente coniazione e specificare ogni volta “matrimonio tra persone del medesimo sesso” risulterebbe prolisso, l’espressione “matrimonio same-sex” è concisa, e inoltre same-sex riecheggia un’internazionalità civile di cui il nostro paese manca. Stando a un sondaggio condotto nel 2012 dall’European Union Agency for Fundamental Rights, tra coloro che hanno aderito all’Unione Europea prima del 1994, l’Italia, nonostante dell’Unione sia stata membro fondatore, si guadagna una pessima posizione di spicco in fatto di discriminazioni, emarginazioni, offese, intolleranze inflitte a e subite da lesbiche e gay.

Tra l’altro, l’impiego di “matrimonio same-sex”, e non semplicemente di “matrimonio”, si deve nuovamente a meri fini di comprensibilità, e non vuole in alcun modo generare il sospetto che sussista una differenza effettiva, in termini di diritti e doveri, tra matrimonio same-sex e matrimonio eterosessuale. Se i pregiudizi cadranno, si avvicinerà il giorno in cui, per indicare entrambi i matrimoni, ci si avvarrà di un unico termine, “matrimonio”, anche se ciò non comporta che sussista un unico significato del termine stesso.

Confidando nella necessità sia di una netta separazione tra religione e società civile, sia di una religione (qualunque religione) che non avanzi pretese giuridiche sul matrimonio civile, la mia difesa filosofica riguarda il matrimonio same-sex civile. Nella convinzione del valore civile, non incivile, della prescrizione «dateCesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», in una società progredita in cui Cesare non può dipendere da Dio, né a Dio deve rendere conto, e in cui il matrimonio same-sex rimane più che mai propizio.



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