credit: U.S. Navy photo by Chief Photographer's Mate Johnny R.Wilson

Aspettando i barbari

Se ci si sofferma a riflettere sull’atteggiamento che sembra prevalere in tanta parte del mondo politico e dell’opinione pubblica di fronte alla tragedia pressoché quotidiana in atto sulle nostre coste meridionali, il titolo del libro di Coetzee, Aspettando i barbari, sembra purtroppo quello che meglio descrive umori e stati d’animo prevalenti. Il linguaggio impiegato ne è la prova: pochi parlano di aiuto, soccorso o salvataggio. Molti invece di pattugliamento, controllo, sorveglianza, monitoraggio, presidio – termini che esprimono una sindrome da fortezza assediata, non certo di ospitalità o di accoglienza. Così come molti tornano ad agitare lo spettro dell’invasione: le guerre che alimentano la “terza guerra mondiale per episodi” di cui ha parlato papa Bergoglio rischierebbero infatti di trasferire sul nostro continente i responsabili del caos, delle violenze e dei massacri che stanno insanguinando paesi come la Siria e l’Iraq o intere regioni come il Corno d’Africa. Quando invece, come salta all’occhio a chiunque osservi il fenomeno con uno sguardo non prevenuto, sta avvenendo precisamente il contrario: chi rischia la vita per attraversare il Mediterraneo lo fa proprio per fuggire dai conflitti o dalle persecuzioni che subisce nei paesi d’origine. E tuttavia, anche se si prende le distanze dalle cronache quotidiane, è difficile negare che l’immigrazione evochi uno scenario di radicali contrapposizioni. Per gli schemi cognitivi di senso comune rappresenta uno sconvolgimento della realtà sociale: oltre a suggerire lo stereotipo di un mondo esterno minaccioso e incontrollabile, sembra profilarsi come una minaccia incombente all’ordine simbolico e culturale. Le migrazioni sono infatti tra le forme di “azione collettiva” che più contribuiscono ad alimentare i processi di mutamento sociale.

Secondo un senso comune piuttosto diffuso, l’arrivo dei “barbari” indebolisce l’integrità delle tradizioni domestiche, logora i valori condivisi, minaccia quella sorta di solidarietà prepolitica che trova espressione nella unità della “nazione” quale comunità spontanea e omogenea. Gli immigrati arriverebbero in qualità di depositari o rappresentanti delle rispettive storie e tradizioni, costumi e valori. Le caratteristiche e le pratiche che definiscono l’identità distintiva della nazione che li accoglie – le caratteristiche che danno ai cittadini “nativi” il senso di appartenere a un solo popolo – non possono che essere vissute dagli immigrati come qualcosa di estraneo o di remoto, nella migliore delle ipotesi, oppure come qualcosa di alienante o di opprimente, nella peggiore. L’incontro dei “barbari” con i “nativi” è perciò destinato a essere occasione di controversia latente quando non di aperto conflitto.

Tesi come queste si basano su alcuni presupposti tutt’altro che facili da provare. Primo fra tutti, che gli immigrati siano una specie di cultura in movimento, una sorta di microcosmo rappresentativo di una qualche appartenenza ascritta – quando è invece evidente che sono gli esseri umani a migrare, non le culture. Il risultato è che le relazioni tra persone che hanno ciascuna una storia e una biografia differente vengono a essere considerate come relazioni tra “culture” differenti – quando invece a incontrarsi o a scontrarsi non sono le culture, ma esseri umani con altri esseri umani. L’impiego abusivo del concetto di “cultura”, nel caso degli immigrati, è trasparente, poiché è la loro stessa esistenza a contraddire per definizione l’idea che gli individui possano essere ricondotti ad altrettante espressioni delle rispettive  “culture”. Giungono infatti da paesi diversi tra loro e già solo per questo non possono essere ricacciati a forza nel contenitore generico di un “loro” omogeneo e indifferenziato – tanto più che nessuno può essere schiacciato e appiattito sulla sua (presunta) appartenenza ascritta.

Ciò nonostante, si alza sempre più alta la voce di quelli che si sentono in dovere di sollecitare politiche di sempre più rigido controllo dei confini. Poiché l’immigrazione, oltre una certa soglia, sembra mettere in discussione quella presunzione di omogeneità tra i cittadini che vivono sullo stesso territorio, ogni Stato democratico – così suona la tesi – può legittimamente porre barriere all’ingresso. In realtà, se si guarda alla loro storia, tutte le società moderne possono essere concepite come società aperte strutturalmente – e non in maniera contingente o episodica – all’immigrazione. Tutte le società moderne hanno infatti sradicato gli individui dalle appartenenze ascritte e da vincoli, lealtà e affiliazioni precostituiti e hanno reso così possibile una forma astratta di integrazione sociale, che dipende dall’osservanza di regole impersonali destinate a guidare le interazioni tra individui reciprocamente estranei.

Studi ormai classici hanno dimostrato come il concetto di “nazione” – intesa come un’unità basata sulla discendenza da antenati comuni, territorialmente circoscritta da confini “naturali”, basata su una lingua nazionale distinta dai “dialetti” regionali e locali e su una specifica confessione religiosa – sia stato l’invenzione capace di riempire i possibili vuoti di coesione sociale. I processi di mobilità sociale ed economica hanno bisogno di attingere a una certa disponibilità di capitale culturale: le condizioni generali della produzione, dalle infrastrutture indispensabili allo scambio capitalistico di merci alla corrispondente organizzazione del lavoro sociale, richiedono una popolazione letterata, affinché le possano comunicare per il tramite di una lingua comune. Non solo: anche la rivoluzione democratica, che trasferisce al popolo la sovranità principesca, ha bisogno della nazione quale “comunità immaginata”. In ogni singola nazione ciò ha trovato espressione nello “spirito del popolo” proprio di una società etnicamente e culturalmente omogenea e del quale ci si può servire per individuare (e quindi escludere o ghettizzare) le minoranze immigrate quali comunità “altre”, che non appartengono alla “nazione” maggioritaria o dalle quali, eventualmente, ci si aspetta che trasformino la loro autocomprensione nella eventualità che vogliano adattarsi alla società ricevente.

Tutto ciò non serve affatto, però, a stabilire un qualche tipo di nesso causale tra immigrazione e disgregazione della coesione sociale. Nelle democrazie occidentali non si è mai verificato il caso di una minoranza immigrata che abbia tentato di imporre la propria lingua nelle pubbliche istituzioni o nei pubblici uffici ai danni di quella maggioritaria, o che abbia chiesto di vedersi riconosciuta titolare di propri diritti di autogoverno. E neppure che abbia cercato di fare pressione affinché le società di accoglienza si rendessero disponibili a concedere forme di autonomia politica paragonabili a quelle rivendicate dalle minoranze nazionali o indigene in America del Nord o in alcuni Stati europei. Chi oggi evoca i “barbari” che premono alle porte della nostra “civiltà” cerca semplicemente di ridisegnare attivamente, a suo modo e per scopi non sempre trasparenti e confessabili, il paesaggio politico, sociale, economico e culturale nel quale anche “noi”, e non solo “loro”, siamo coinvolti.


Photo credit: U.S. Navy photo by Chief Photographer’s Mate Johnny R.Wilson

 

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