Estetica, architettura, natura. Intervista a Andreas Wenning e Bottega Michelangeli.

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Andreas Wenning è un architetto tedesco che, dopo gli studi universitari a Brema e dopo aver svolto diversi lavori in Germania e in Australia, nel 2003 ha fondato lo studio architettonico Baumraum. Come si legge nel suo sito web, nel corso degli anni Wenning ha realizzato progetti in Europa, Russia, Argentina, Brasile, Cina e Stati Uniti, tenendo anche lezioni e conferenze e pubblicando diversi testi in Germania e all’estero (www.baumraum.de). L’estate scorsa Wenning si è trovato anche in Italia, per la precisione a Orvieto, dove ha stabilito una collaborazione con la Bottega Michelangeli, realtà artistico/artigianale orvietana erede di una dedizione alla falegnameria che si tramanda dalla fine del ’700 creando arredi e oggetti dallo stile particolare che esaltano la materia del legno attraverso forme sobrie ma altresì raffinate, linee essenziali nel loro rigore ma altresì impreziosite da dettagli personalizzati (www.bottegamichelangeli.com/it). Sfruttando questo contatto, abbiamo colto l’occasione per porre alcune domande a entrambi sul modo in cui, nel loro lavoro e nelle loro poetiche, si vengono a unire in modo originale estetica, architettura, design e natura.

 

D: Caro Andreas, per prima cosa grazie per la tua apertura e disponibilità a rispondere ad alcune domande sul tuo lavoro artistico per i lettori di “Scenari”. Visitando il tuo sito web e prendendo visione delle foto di alcuni fra i tuoi lavori, si rimane immediatamente colpiti dalla particolare attenzione che la tua concezione e pratica architettonica sembra prestare alla relazione fra arte e natura – come suggeritomi anche dalla collega Aurosa Alison, esperta di estetica dell’architettura che è rimasta colpita dal tuo lavoro dopo aver visitato appunto il tuo sito web. Ti domando: la costellazione di estetica, architettura e natura nella tua poetica si ricollega in qualche modo alla questione dell’abitare e del dimorare (Das Wohnen) come oikos e come ritorno alle origini?

 

R: In base alla mia definizione le case sugli alberi sono sempre piccoli spazi, stanzette; sono stanze collocate in un ambiente speciale: l’albero! La casa sull’albero – lo spazio all’interno dell’albero – non è rivolta eseplicitamente al vivere o ad una delle sue funzioni. Si tratta di spazi rivolti al ritiro e alla sensualità. Perciò, non si tratta di uno spazio funzionale che è tenuto a soddisfare i processi necessari per la vita di tutti i giorni. Per me, dunque, l’estetica è separata, distinta dal progetto (design) del vivere. L’estetica, quindi, è libera e può essere interpretata liberamente. Lo stile della costruzione dipende dal gusto del costruttore. In generale, le case sugli alberi tendono a essere associate alle fiabe, a qualcosa di tradizionale e vernacolare. Si tratta spesso di piccole capanne su un albero con tetto a doppia falda e finestre a losanga. Questo si avvicina alla classica immagine della “capanna originaria (Ur-hut)” e può certamente avere il suo fascino. È sorprendente notare come il fatto che le case sugli alberi possano essere progettate anche in uno stile contemporaneo e con accessori moderni venga quasi percepito generalmente come la scoperta di qualcosa di nuovo. Costruzioni di questo tipo stanno dischiudendo una nuova area nell’architettura che si adatta bene anche alla mia personalità e alla mia formazione come architetto. L’interazione (interplay) fra la struttura edificata e la vita della natura dovrebbe essere armoniosa. È decisivo che l’albero non venga sovraccaricato, che esso abbia lo spazio necessario per muoversi apertamente e che possa continuare a crescere senza ostacoli. Il principio e il precetto superiore è quello secondo cui è la casa sull’albero ad adattarsi all’ambiente naturale circostante e non viceversa. Sul piano estetico tendo a focalizzarmi maggiormente sul contrasto fra l’albero, come entità naturale ospitante, e l’architettura – la casa sull’albero. La casa si conquista il proprio spazio all’interno dell’albero un po’ come un ospite proveniente da un’altra galassia.

D: Accanto alle precedenti considerazioni sull’“abitare” come oikos ecc., un altro aspetto del tuo lavoro che ho trovato interessante e originale, e che ha subito catturato la mia attenzione e finanche la mia immaginazione, è il rapporto con il mondo della natura come mezzo per la costruzione di un senso di identità forte e preciso che sembra emergere a partire dalle forme, dalle strutture e persino dai dettagli delle tue opere. Cosa puoi dirci a tal proposito? Sei stato influenzato in questo da qualche architetto moderno in particolare? Da un punto di vista estetico, il rapporto con la natura è da intendere puramente in un senso di contesto spaziale o va anche inteso nel senso di un recupero degli elementi fondamentali ed essenziali della natura (acqua, terra, aria, fuoco)?

 

R: Le mie influenze, come individuo e come architetto, derivano certamente dai miei anni da studente. A quel tempo ero fortemente influenzato dall’avanguardia internazionale. Come base di partenza per il mio lavoro è più importante ricercare delle forme libere piuttosto che progettare l’architettura solamente a partire dagli elementi costruttivi più tipici. Non cerco di imitare la natura col mio lavoro. La mia architettura sfrutta lo spazio che viene offerto dall’albero. Mi attrae molto l’interazione fra lo spazio artificiale e la complessità dell’ambiente naturale. Nella mia estetica gli elementi della natura (acqua, terra, aria, fuoco) hanno solo un significato marginale, non contano in modo essenziale.

 

D: Il tuo studio architettonico Baumraum è specializzato soprattutto nella progettazione e realizzazione di case sugli alberi, come abbiamo detto. Quali sono le ragioni architettoniche ma anche filosofiche, per così dire, che sottostanno a una tale scelta, così rara e particolare? Qual è in generale il significato di una casa sull’albero, in grado di renderla un oggetto architettonico così speciale ai tuoi occhi in quanto artista?

 

R: Da bambino non ho mai costruito una casa sull’albero. Tuttavia, costruii e ricavai molti altri piccoli spazi nella foresta e nella natura. Solamente da adulto mi ritrovai a entusiasmarmi per le case sugli alberi. La mia decisione di costruire Bauhäuser è stata certamente dovuta anche a una coincidenza. Desideravo costruire una casa sull’albero per me stesso ed ebbi la fortunata opportunità di farlo nella proprietà di alcuni miei amici. Volevo senz’altro costruire una casa sull’albero di tipo moderno, cosa che in effetti poi feci. Dopo il completamento del lavoro per la mia prima casa sull’albero, che durò circa sei mesi, mi ritrovai in cerca di nuovi obiettivi professionali e avviai la mia compagnia con la mia prima casa sull’albero come base di partenza. L’origine del mio lavoro, pertanto, non è necessariamente filosofica. Amo il mio lavoro perché apprezzo la combinazione di natura e architettura. È bello per me creare degli spazi negli alberi capaci di donare felicità alle persone e di fungere da ispirazione con la loro architettura.

 

D: Passando dal piano dell’esterno architettonico a quello del design e dell’interno architettonico, per così dire, vorremmo concludere quest’intervista con un paio di domande alla succitata Bottega Michelangeli di Orvieto che, come si diceva, quest’estate ha ospitato Andreas Wenning presso i suoi laboratori per una breve collaborazione. In primo luogo, ricollegandovi alle domande appena poste a Wenning, vorrei sapere anche da voi qual è il rapporto fra natura e arte che si viene a stabilire nel vostro lavoro. Ad esempio, in che modo un materiale naturale come il legno, nel cui uso siete soprattutto specializzati, influisce sul modo in cui si dà vita alle vostre creazioni immediatamente riconoscibili per il loro design raffinato e particolare? In che modo la materia influisce sulla forma, potremmo anche dire? E in che modo – aggiungo – accanto al fattore materiale influisce sul processo creativo-ideativo, prima, e sul processo di realizzazione, poi, anche il fattore ambientale, vale a dire il fatto di lavorare in un ambiente suggestivo come un Laboratorio ricavato da un vecchio teatro ottocentesco che in questo modo, come si legge sul vostro sito web, “non ha esaurito la sua funzione originaria di mettere in scena rappresentazioni, trasformandosi in un’officina dove, con strumenti avanzati e tecniche artigianali, le idee sono tradotte in oggetti”?

 

R: La natura che ci circonda è da sempre la prima e fondamentale fonte di infinite ispirazioni per la Bottega. Protagonista assoluto di ciascun pezzo realizzato da Michelangeli è il legno: la sua materia ruvida, nodosa, familiare e pure imprevedibile è pronta a raccogliere, in una eterna danza tra passato, presente e futuro, che si fondono e si nutrono scambievolmente delle proprie ricchezze, la sfida del tempo. Ciascuna tavola di legno, entra a far parte di un progetto più grande, in cui, solamente dopo aver subito la forza del sole, della pioggia, del passare delle stagioni, dell’amore degli operai che se ne prendono cura, verrà scelta in funzione della realizzazione di un particolare oggetto. Questa della Bottega Michelangeli è una favola della memoria, collocata in tempo senza tempo, ricca di eterno fascino. È come se l’arte del legno, tanto antica quanto complessa e sfaccettata, in cui ogni strumento utilizzato è un mezzo per mettere alla prova ingegno, fantasia, intelligenza e abilità manuale, avesse reso possibile il miracolo di annullare, dissolvere la dimensione temporale, per creare qualcosa di immortale, mutevole nella forma ma inalterabile nella sostanza. La cura e la dedizione dedicate ad ogni singola opera, dal progetto creativo alla realizzazione e, successivamente, al posizionamento all’interno della casa cui è destinata, la rendono unica, detentrice di quel sapore inconfondibile che sa di tradizione. La compostezza delle tavole all’interno del Laboratorio, in attesa una accanto all’altra della trasformazione, meravigliosa, nella scrivania di un bimbo che sogna da grande di diventare un architetto, nella lampada che veglierà accesa sul comodino di notte per leggere un buon libro, nel tavolo che accoglierà tutta la famiglia per la cena della Vigilia, ha un che di onirico e poetico. Il Laboratorio, luogo dell’intero processo produttivo, è uno spazio suggestivo nel cuore di Orvieto. Si tratta di un vecchio teatro dell’800, che, per una serie di contingenze della storia, si è trovato a convertire la sua funzione originaria, ma che, chiaramente, non l’ha ancora esaurita del tutto. Giorno dopo giorno, infatti, si rinnova la magia: calcando il suo pavimento, sotto i suoi ampi lucernari, le idee di carta si animano e, tramandando, a distanza di anni, quel sogno, originalissimo e visionario del suo creatore, Gualverio Michelangeli, vengono tradotte nell’infinita varietà di forme piene di vita che sono tutti gli oggetti della Bottega.

 

D: Da ultimo, sempre riguardo al rapporto di estetica, architettura e natura che è un po’ il fil rouge di quest’intervista, mi interesserebbe un vostro racconto dell’incontro con Andreas Wenning, del modo in cui si è svolta la vostra collaborazione, e della vostra visione dei rapporti fra architettura e design per l’arredamento, vale a dire del modo in cui secondo voi – sia in generale, sia alla luce di questa esperienza particolare – la poetica di un architetto può avere un influsso su un designer per l’arredamento in termini di nuove suggestioni e nuovi stimoli, e in cui, viceversa, la conoscenza dei vostri metodi di lavoro, delle vostre idee e della vostra estetica ben definita, e l’interazione con designer e artisti/artigiani come voi, può essere di ispirazione per un architetto come Wenning.

 

R: Abbiamo avuto il piacere di conoscere ed ospitare il talentuoso Andreas, per qualche giorno, proprio nel nostro Laboratorio. Ha costruito un grande tavolo, con tanta cura e passione, per il patio di un caro e prezioso amico comune, che ci ha fatti incontrare. Con generosità, lui ed i nostri ragazzi, sono stati una squadra fin da subito, confrontandosi e supportandosi fino a che il tavolo non è diventato realtà. Poter vedere l’entusiasmo vibrante negli occhi del nostro ospite, ci ha fatto capire, una volta ancora, quanto sia avvincente poter tramutare quella che all’inizio è soltanto una serie di linee e segni su un foglio di carta in un oggetto reale, che diverrà parte integrante della vita di qualcun altro, condividendone le vicissitudini e le emozioni. Le emozioni sono state il filo conduttore delle chiacchiere con Andreas, si perché non ci si può non emozionare, ascoltandolo mentre parla del suo lavoro in giro per il mondo. Il suo lavoro è di per sé frutto di un’emozione: quella che ciascuno, ci sentiamo di poter dire così, ha provato almeno una volta da piccino, di allontanarsi da terra, di volare, di arrampicarsi sulla chioma di un poderoso albero e rimanere lì, a guardare tutto da un’altra prospettiva Lui ha realizzato proprio questo desiderio, costruendo delle meravigliose e avveniristiche case sugli alberi, da quelli della foresta pluviale brasiliana, a quelli dei boschi della sua terra natia, la Germania, passando per la Cina, la Russia e molti altri luoghi ancora. Incontrarlo è stato ispirante, e ci evidenziato, con forza, quanto il rapporto con il mondo esterno sia la chiave per poter vivere consapevolmente la nostra esistenza all’interno delle mura domestiche, in un futuro di design d’interni ormai alle porte, dove i grandi spazi aperti si contraggono per regalarci interni sconfinati.


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Stefano Marino

Stefano Marino è ricercatore di Estetica presso l'Università di Bologna. Le sue ricerche vertono principalmente sull'ermeneutica filosofica, la teoria critica, la filosofia della musica e l'estetica della moda. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: le monografie "Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer" (2015), "Aufklärung in einer Krisenzeit: Ästhetik, Ethik und Metaphysik bei Theodor W. Adorno" (2015), "La filosofia di Frank Zappa" (2014), "Gadamer and the Limits of the Modern Techno-scientific Civilization" (2011); le traduzioni dei libri di Th. W. Adorno, "Variazioni sul jazz" (2018), C. Korsmeyer, "Il senso del gusto" (2015) e H.-G. Gadamer, "Ermeneutica, etica, filosofia della storia" (2014) e "Che cos'è la verità" (2012); i volumi come co-curatore: "Kant's Critique of Aesthetic Judgment in the Twentieth Century" (in preparazione per il 2019), "Philosophical Perspectives on Fashion" (2016), "Theodor W. Adorno: Truth and dialectical experience" (2016), "Nietzsche nella Rivoluzione Conservatrice" (2015), "Filosofia e Popular Music" (2013), "Domandare con Gadamer" (2011). È inoltre batterista e ha suonato nelle band indie-rock e post-rock Mersenne e Negazione Determinata.


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