I segreti di Conrad

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È cosa risaputa che molti scrittori inglesi della prima metà del Novecento furono anche uomini, più o meno abili, di intelligence. Basti il seguente terzetto, in ordine rigorosamente cronologico e contemporaneamente di capacità operativa, ad avvalorare l’affermazione: William Somerset Maugham, Graham Greene e Ian Fleming.

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Su costoro non ci sono dubbi, ma che cosa dobbiamo pensare di Conrad? In fondo l’antisarmatico Conrad, come lo definì Thomas Mann in una famosa prefazione, aveva molto in comune con quei tre. A partire dal fatto che fu un grande viaggiatore, come Greene, poi che conosceva le lingue, come tutti, ed infine che comandò navi da guerra, come Fleming, anche se mascherate da mercantili commerciali. “Conrad deve avere avuto contatti con quell’ambiente, o altrimenti possiede un eccellente intuito delle cose” riporta Conrad stesso di quanto aveva sentito dire da “un uomo a cui non mancava l’esperienza del mondo” (Nota dell’autore a L’agente segreto, in J. Conrad, Opere. Romanzi e racconti 1904-1924, a c. di M. Curreli, Bompiani, Milano 1995, p. 618) quando a distanza di tredici anni rifletteva sulle critiche ricevute e su ciò che lo aveva determinato a scrivere il suo romanzo più bello. Non ci sono linee d’ombra, cuori di tenebra, chance o nostromi che tengano, The secret Agent è il suo romanzo migliore. Sull’eccellente intuito delle cose dello scrittore non vi è dubbio, ma perché non considerare i contatti ambientali? Per la verità è Conrad stesso a smentirli. Una smentita che però appare credibile solo in parte. Egli indica due fonti di ispirazione per il suo romanzo “semplice”, come recita il sottotitolo. Le chiacchiere con un amico “onnisciente” sull’attentato fallito all’osservatorio di Greenwich del 1894 e un libro “discretissimo” di un tale Anderson, vice commissario di polizia, sugli attentati dinamitardi di Londra del 1880. Ecco perché è credibile solo in parte. Le rivelazioni ispiratrici dimostrano che gli amici di Conrad, se non lui stesso, erano bene informati sul mondo degli anarchici e sulle contromisure delle forze dell’ordine.

Soffermiamoci per ora sul primo motivo ispiratore, che è il più noto perché si sa che la vicenda di The secret Agent in parte ricalca i fatti del fallito attentato di Greenwich. Il 15 febbraio 1894, un giovedì pomeriggio alle

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16:45 in un attentato dinamitardo contro l’osservatorio reale di Greenwich Park a Londra, perse la vita l’attentatore francese Martial Bourdin, un anarchico, si disse. Bourdin non morì subito, l’esplosione gli fece perdere una mano e gli procurò un orribile squarcio all’addome, ma solo dopo mezz’ora in ospedale. Nonostante fosse in grado di parlare, non rivelò nulla dell’attentato, né le intenzioni né i mandanti. La bomba chimica non era particolarmente potente e difficilmente avrebbe potuto anche solo intaccare le solide mura dell’osservatorio. Si è fatta l’ipotesi che l’obiettivo fosse l’orologio che dal 1852 segnava il tempo ai londinesi e dal 1880 era il national standard time: un chiaro esempio di controllo e pianificazione della vita ordinaria di tutti noi: un obiettivo plausibile per gli anarchici. All’epoca dell’attentato, Greenwich non è però solo il simbolo del tempo inglese, ma è già da dieci anni la sede del meridiano da cui si calcola l’UCT, il tempo universale coordinato.

Il 1884 è l’anno delle conferenze sullo spazio e sul tempo. La conferenza di Berlino sul Congo, quella che secondo Carl Schmitt pose fine allo Jus publicum europaeum consegnando al Belgio di Leopoldo II la vasta e ricca regione africana fra i fiumi Congo e Niger; e la conferenza di Washington per determinare il meridiano fondamentale. Della prima si sa quasi tutto anche grazie al discusso giurista tedesco, della seconda un po’ meno.

Il primo ottobre 1884, nella Diplomatic Hall del Department of State di Washington, i delegati dell’International Meridian Conference, furono riuniti su invito del governo degli Sarti Uniti esteso a tutte le nazioni con cui avevano relazioni diplomatiche, “for the purpose of fixing upon a meridian proper to be employed as a common zero of longitude and standard of time-reckoning throughout the globe” (qui il testo di tutte le sedute della conferenza: http://www.gutenberg.org/files/17759/17759-h/17759-h.htm). Già dalla prima seduta i rappresentanti francesi Mr. A. Lefaivre, ministro plenipotenziario e console generale, e Mr. Janssen, direttore dell’osservatorio di Parigi, in particolare il primo, avanzano obiezioni a tutto campo. Dapprima dicono di volere la traduzione degli interventi in francese, poi non accettano di far partecipare alla conferenza gli scienziati perché non fanno parte del corpo diplomatico, insistono che non è chiaro se la conferenza debba stabilire quale sarà il primo meridiano e che non è neppure chiaro se le eventuali risoluzioni siano prese a titolo personale o se impegnino i loro governi. Si trattava di certo di obiezioni pretestuose, almeno le ultime, come fanno notare molti delegati avvalendosi del testo del presidente degli Stati Uniti, il democratico Groover Cleveland, l’unico ad essere stato rieletto non consecutivamente, che invitava i rappresentanti di una ventina di paesi proprio a stabilire quale dovesse essere il meridiano fondamentale. Durante la seconda seduta sarà Mr. Janssen, a muovere rimostranze di maggiore caratura. Dapprima distingue fra motivazioni geografiche, cioè scientifiche, e motivazioni morali, essenzialmente di orgoglio nazionale e di convenienza economica. Poi fa notare come storicamente i tentativi di stabilire un primo meridiano siano stati sviluppati in Francia già all’epoca di Richelieu. È per questo, aggiunge, che oggi migliaia di carte geografiche usate da tutti, riportano come primo meridiano quello di Parigi. Per farla breve la conferenza si concluse dopo una decina di sedute il 1 novembre con una risoluzione votata da 22 paesi che scelsero Greenwich, la Francia si astenne. Da quel momento il tempo universale passa da Greenwich e non da Parigi.

Che ci fosse bisogno di una longitudine zero e di un primo meridiano era negli auspici di tutti ed in primis di coloro che scambiavano merci via mare, cioè di quelli come Conrad che prima di diventare scrittore (il suo primo romanzo La follia di Almayer è del 1895) aveva solcato per vent’anni, proprio fino al 1894, i mari di mezzo mondo e ne aveva fatto materia di romanzo. È strano come tutti siano d’accordo nel ritenere che Conrad abbia ampiamente attinto dalle sue vicende biografiche per i romanzi di mare (Il negro del Narcissus, Un reietto delle isole, Lord Jim), mentre si nega, ed abbiamo visto essere lui stesso il primo a farlo, che la sua vita sia entrata negli urban novels. Fra questi, oltre a L’agente segreto, vi è anche The Informer, un breve racconto del 1906, che ha molto in comune col romanzo maggiore, ma anche qualcosa di decisamente insolito. Vi si narra la vicenda di un gruppo di anarchici operativamente molto scarsi perché non riescono mai a portare a termine i loro progetti contro la società borghese. Il consueto doppio narratore onnisciente di Conrad, ne L’informatore si chiama signor X, rivela che il motivo dei ripetuti fallimenti è un anarchico doppiogiochista per smascherare il quale viene inscenata una irruzione di falsi poliziotti, in realtà anarchici anch’essi (è questo l’elemento inusuale), nel covo di Hermione Street. L’irruzione ha successo e l’informatore anarchico (Sevrin) smascherato. Non è possibile sostenere che Conrad si sia ispirato ad un fatto reale, ma di certo la sua fervida immaginazione non è lontana dal vero, visto che di fatti di quel genere, cioè infiltrazioni nei gruppi anarchici, è piena la storia di tutti i paesi. Dei casi italiani di sessant’anni dopo non sto neppure a parlare. Se le cose stanno così, è lecito riconsiderare l’opinione di coloro, Conrad compreso, che ritengono l’attentato di Greenwich opera di un pazzo disperato ed anarchico che lotta contro il simbolo del tempo borghese. Con la stessa immaginazione di Conrad, si può pensare ad un avvertimento francese, tale era la nazionalità dell’attentatore, contro il tempo universale inglese. So di esagerare se dico che la risposta inglese non si è fatta attendere. Il 25 giugno 1894 il presidente francese Sadi Carnot venne assassinato dall’anarchico italiano Sante Caserio. Marie François Sadi Carnot era figlio del politico Hyppolite e nipote di Nicolas Sadi Carnot, il noto fisico che aveva scoperto le leggi della termodinamica. Dopo essere stato ministro dei lavori pubblici e delle finanze, le conseguenze dello scandalo del canale di Panama lo portarono alla presidenza della repubblica. Nel 1889 fu all’apice del successo con la celebrazione del centenario della rivoluzione e con l’apertura dell’Esposizione universale di Parigi. Caserio, prima di essere ghigliottinato, motivò il suo gesto come una vendetta per la mancata concessione della grazia presidenziale a Auguste Vaillant, l’anarchico francese condannato a morte per aver provocato un attacco dinamitardo alla Camera dei deputati il 9 dicembre 1893, che ferì una ventina di parlamentari. Ma spesso i motivi di politica interna servono a mascherare quelli di politica internazionale, ed un servizio segreto può armare la mano di chiunque. Si può pensare, ripeto, che stia decisamente esagerando, ma non si dovrebbe dimenticare che gli anni che vanno dal 1882 (protettorato inglese dell’Egitto) al 1898 (incidente di Fashoda) segnano il culmine della rivalità anglo-francese prima dell’Entente cordiale del 1904 e della triplice intesa con la Russia del 1907. Come si vede certe date ricorrono.

Se ritorniamo a Conrad, ci sono alcuni eventi della vita dello scrittore che attendono di essere spiegati. Il primo è il controverso contrabbando d’armi con la Spagna carlista mentre era imbarcato sul Tremolino (ve ne è traccia nell’omonimo racconto e anche in The Arrow of Gold) intorno al 1875, cioè all’inizio della sua carriera di uomo di mare. Ad un certo punto della sua vita poi (nel 1905, cfr. J. Baines, Joseph Conrad. A critical Biography, 1960, trad. it. di R. Prinzhofer, Mursia, Milano 1967, pp. 364-365), Conrad ricevette una pensione dal governo inglese che in realtà non risolse i suoi problemi quotidiani perché il successo letterario arriverà solo nel 1911 con Chance, ma che comunque contribuì alla sua dignitosa esistenza. Per quale motivo la ottenne se la sua carriera era stata quella di un libero professionista, capitano di navi mercantili prima e scrittore poi? Che cos’era? Una specie di legge Bacchelli ante litteram? In seguito, durante la prima guerra mondiale, come tanti altri capitani della flotta mercantile, fu mobilitato per trasportare le truppe inglesi sul fronte francese. Noto per la sue straordinarie capacità nautiche, anche se non mancarono incidenti e naufragi, nel 1916 venne inoltre coinvolto nel progetto delle Q-Ships, le navi fantasma che si contrapponevano alla devastante azione degli U-boot germanici sulla flotta da trasporto. Gli venne affidato il comando dell’HMS Ready, un incrociatore ausiliario della Royal Navy camuffato da mercantile, col quale contribuì a contenere a colpi di cannone l’azione dei sommergibili tedeschi nell’Atlantico (Baines, op. cit. pp. 466-467). Queste vicende contribuiscono, aldilà delle sfrenatezze ermeneutiche che mi sono concesso, alla possibilità di ritenerlo almeno sensibile agli ambienti dell’intelligence di sua maestà britannica.


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Enrico Petris

Enrico Petris lavora al Liceo Marinelli di Udine ed è autore per Mimesis di Rosso, nero e Pasolini, 2015, di Filosofia e servizi segreti. Il doppio mestiere dei filosofi analitici, 2016, e di La filosofia fuori di sé (a cura di), 2017, per Asterios di Margini del 1968. Profeti e servizi segreti, Trieste 2018 e per Ombre Corte di La costellazione chiaroveggente. La filosofia della musica di Adorno, Verona 2019.


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