Il “genio infelice” nelle serie cult: sentieri attraverso Fox Mulder, Dr. House e Spencer Reid

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Per quanto, nelle retoriche d’occasione e nelle convenzioni più ufficiali, l’intelligenza sia ovviamente riconosciuta tra le qualità e i valori più importanti e distintivi dell’essere umano, non sempre, in molte situazioni quotidiane, essa è davvero apprezzata e anzi, probabilmente, quando il livello di intelligenza di qualcuno lo porta a capacità di comprensione e interpretazione troppo superiori alla media, può accadere che costui si trovi in un certo senso ad essere straniero nei contesti sociali in cui necessariamente si trova. Si configura così la dimensione del “genio infelice”, di colui cioè la cui capacità intellettiva brillante e preziosa, pur permettendogli di raggiungere vette conoscitive e aprirgli potenzialmente porte, paradossalmente, allo stesso tempo, ne determina una condizione di infelicità e tormento, complicando a volte rapporti, ingenerando ossessioni, portando il suo sguardo lontano, verso orizzonti di compiutezza e perfezione che il mondo reale non riesce a scorgere.

Questa figura del genio infelice discende certamente da caratteristiche individuali di singola persona, ma si determina e evolve anche attraverso una sorta di costruzione sociologica, ossia in base a contesti e situazioni. In molti ambiti professionali, lavorativi, organizzativi, relazionali, è possibile che in alcuni casi si distinguano a vario livello queste genialità infelici. Si tratta di una condizione riscontrabile in ogni fase della storia umana (basti pensare in varie circostanze a Galilei, Leopardi, Nietzsche, Socrate, Van Gogh, Majorana…) che sembra essere diventata tuttavia particolarmente iconica nella società globale, tanto che in diverse serie tv ormai cult, la figura del genio infelice spesso ricorre indicativamente.

In questa sede possiamo emblematicamente far riferimento ai personaggi di tre serie tv di grande successo degli ultimi venticinque anni, che ci permettono di sviluppare alcune particolari riflessioni: Fox Mulder di X-Files, il Dottor House dell’omonimo telefilm, e Spencer Reid di Criminal Minds(ho già proposto alcune riflessioni globali su ciascuna di queste serie in Giacomantonio, F., La (a-) socialità di Dr. House, in Id, Minima cura. Lunario del filosofo sociale. Aracne, Roma, 2008; Id., “Trust no one”: il ritorno di X-files e le sue suggestioni sociologico-filosofiche, su sito Scenari, 11 luglio 2017; Id., Indagando Criminal Minds: ipotesi su devianza e analisi comportamentale in una serie tv, su sito Scenari, 23 aprile 2018). In effetti, nel panorama mediatico, televisivo e anche cinematografico, tra fine XX secolo e inizio XXI secolo potremmo ricordare anche altri esempi che si possono prestare a una eventuale lettura in tal senso: gli scienziati della serie comica The Big Bang Theory; i film Will Hunting-Genio ribelle, o quelli di Spiderman-Uomo Ragno, il cui alter ego Peter Parker è un ottimo studente, con elevato quoziente intellettivo, che deve gestire un grande potere con grandi responsabilità(è proprio la sua intelligenza che in effetti lo porta a prendere in considerazione questo dilemma che una persona più superficiale non coglierebbe); o ancora la piccola Lisa de I Simpson,  coscienza intellettuale versatile e acuta e silenziosamente sofferente in un contesto di generale stupidità, superficialità e inettitudine conclamati. Tornando, comunque, nello specifico a Mulder, House e Reid, se compariamo questi personaggi e le loro vicende, sebbene legati a piani abbastanza differenti, ossia la fantascienza in Mulder, l’attività medica in House, quella della caccia ai criminali in Reid, osserviamo dei tratti comuni, che ci permettono appunto di collocare i personaggi e la loro dimensione di genialità infelice in una prospettiva sociologica.

Vediamo innanzitutto che questi personaggi ovviamente, di base, sono intelligenti e preparati e hanno raggiunto titoli di studio e conoscenza in ambiti prestigiosi, primeggiando nei loro campi sin dalla giovinezza: Mulder è eccellente laureato in psicologia a Oxford e con brillante carriera allo FBI, House è un medico diagnosta, primario di fama acclarata, Reid è un ragazzo prodigio plurilaureato, che ha bruciato le tappe in ogni attività intellettuale in cui si è cimentato. Essi hanno tuttavia attraversato vicende personali e familiari che li hanno segnati, continuando a influenzare in modo invasivo la loro vita: per Mulder il rapimento della sorella, per House rapporti familiari difficili e poi la zoppìa, per Reid i problemi con la salute psichica della madre.

Nel contesto delle relazioni sociali, questi “eroi geniali” sono fondamentalmente soli, i rapporti sociali che più li influenzano di solito sono quelli che avvengono nella sfera della loro  professione. Sono anche figure che sembrano frequentemente prediligere la meditazione e la solitudine e certamente mostrano un certo distacco rispetto alle convenzioni sociali, in modo più o meno plateale, irriverente o anche provocatorio. Del resto, spesso, le persone che li circondano colgono subito il loro status particolare e li vedono come soggetti complicati nel loro modo di pensare.

Nelle loro vite la dimensione intellettiva, che li rende geniali, al contempo ne determina una certa natura ossessivo compulsiva, che li domina e che li spinge oltre a tutto, quasi epigoni del capitano Achab di Moby Dick: Mulder non può fare a meno di porsi il problema del paranormale e di come spiegarlo, House è costantemente alla ricerca di casi medici incomprensibili che per tutti sono rompicapo impossibili, Reid è portato sistematicamente a applicare metodi scientifici e statistiche per quantificare e catalogare i fenomeni e comportamenti criminali su cui indaga con la squadra speciale di cui è parte. E, rincorrendo questa ossessione del sapere, essi più di tutti finiscono assiduamente in situazioni limite, costeggiano il baratro dell’esistenza, guardano nietzscheianamente l’abisso troppo a lungo e senza ritegno, e di conseguenza l’abisso li guarda a sua volta e li coinvolge pericolosamente e vertiginosamente. La loro genialità e infelicità sembrano non lasciare loro spazio per nient’altro di serio; tanti aspetti della vita, per loro, sono banali, insensati, indegni; e così i loro svaghi sembrano attività infantili o da ragazzini: maratone tv, letture, giochetti di abilità.

Nessuno può aiutarli davvero, in fondo ne hanno consapevolezza e non si aspettano nulla dagli altri, perché sono sempre tre passi avanti, come quei campioni di scacchi che sanno già con perfetto anticipo le mosse successive degli avversari nelle partite; capiscono con acume le cose e il loro concatenarsi, mentre tutti quelli che li circondano ancora dubitano e magari sorridono di loro idee, dovendo poi clamorosamente riconoscere che Mulder, House e Reid ancora un volta, l’ennesima volta, avevano ragione (maledettamente ragione): il genio infelice, pur interrogandosi a fondo e rimuginando su ciò che pensa, quando arriva il momento di tirare tutte le somme, quando si visualizza il quadro d’insieme, non sbaglia mai e forse anche per questo è infelice. In tante circostanze, forse, essi preferirebbero anche sbagliarsi, perché allora le cose sarebbero più facili, più lineari, ma la vicenda umana purtroppo è ineffabile e qualcuno deve pur accorgersene. La cifra ultima di queste genialità non sta nei loro titoli, nel loro intuito, nell’intelligenza in sé, quanto piuttosto nella capacità di vedere plausibili nessi e implicazioni tra fenomeni e contesti che appunto pur essendo plausibili, altri non vedono.

Chi osserva questi notevoli personaggi e i loro possibili corrispettivi individuabili magari, in alcuni casi, nel mondo reale, può valutarli secondo tante modalità:  il genio infelice suscita curiosità, a volte diverte, a volte inquieta, a volte si ammira, a volte si biasima. Forse, è proprio questa prospettiva ambivalente che porta a tante rappresentazioni mediatiche come quelle cui abbiamo accennato. E, tuttavia, lo sguardo del genio infelice ci induce dopo tutto a una malinconia di fondo: resta il dubbio se sia più triste pensare che il vero genio è sempre necessariamente infelice o che si può essere infelici anche senza essere geni. Ma, naturalmente, per indagare davvero queste complesse categorie, non possiamo illuderci sia sufficiente lo spunto sfuggente di qualche personaggio da telefilm: tanti testi della storia del pensiero e della letteratura ci invitano a confronti di gran lunga più impegnativi e articolati del piccolo gioco di interpretazione che qui per qualche istante si è proposto solo come lieve preludio a possibili sentieri della coscienza.


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Francesco Giacomantonio

Francesco Giacomantonio è dottore di ricerca in Filosofie e teorie sociali contemporanee e ha conseguito il Master di II livello in Consulenza etico-filosofica. Già docente a contratto in corsi di sociologia dell’Università di Bari, è autore dei libri: Il discorso sociologico della tarda modernità, Il melangolo, Genova, 2007, Minima cura. Lunario del filosofo sociale, Aracne, Roma 2008, Introduzione al pensiero politico di Habermas, Mimesis, Milano, 2010, Sociologia e sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste, 2012 (con D’Alessandro, R.), Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, Mimesis, Milano, 2013, Sociologia dell’agire politico. Bauman, Habermas, Žižek, Studium, Roma, 2014, e ha diretto e curato La filosofia politica nell’età globale (1970-2010), Mimesis, Milano 2013. Ha pubblicato, inoltre, saggi e contributi su volumi collettanei e su varie riviste accademiche, cartacee e online.


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