La via dell’arte (letteraria)

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È curioso osservare quanto ci è ancora oggi difficile comprendere la natura dell’esperienza artistica nonostante questa particolare modalità di vita sia stata praticata dalla nostra specie per decine di migliaia di anni. Ciò non accade a causa di una buffa cecità intellettuale ma probabilmente perché ogni cultura tende ad assimilare le pratiche che essa permette, arte inclusa, ai propri valori dominanti. È quello che è avvenuto e tuttora avviene anche all’attività artistica nella sua forma verbale o letteraria. Il risultato è che quando oggi si parla di letteratura spesso non si fa che riformulare quelle che sono le caratteristiche e i valori che definiscono la tarda modernità contemporanea piuttosto che l’arte letteraria nella sua effettiva specificità.

Ecco allora che si mette in rilievo la capacità del romanzo di intrattenere, emozionare e coinvolgere; oppure la possibilità che esso offre di dare voce al sé e facilitare la presa di possesso del proprio vissuto; o ancora si sottolinea come la scrittura possa attestare la competenza del proprio autore o comunque condurre al riconoscimento pubblico; oppure si mette in evidenza come il libro ben scritto rappresenti un caso quasi ideale di riuscita creazione di un meraviglioso manufatto astratto. In altri termini si definisce il letterario utilizzando le categorie socioculturalmente dominanti oggi: dalla ricerca del piacere al desiderio di espressione individuale, dall’ansia di prestigio all’ambizione di creazione.

Le interpretazioni sono così persuasive da aver effettivamente dirottato il romanzo, la principale forma letteraria coltivata ai nostri giorni, verso impieghi diversi da quello artistico. Scrivere un romanzo non è infatti sufficiente per attivarlo in quanto pratica estetica così come non basta riempire di colori una tela per praticare effettivamente la pittura o compiere una serie di passi coreografati per realmente danzare. Ci vuole qualcosa di più.

Ma cosa? Non si è scritto di arte per secoli perdendosi in un labirinto di teorie più o meno vane, concepite per lo più da accademici che non avevano mai nemmeno composto un verso? Non è inoltre pericoloso definirla visto che, particolarmente nella storia dell’Occidente, è stata per secoli legata all’originalità? Per di più si è spesso sposata alla contestazione politica: cosa che ne ha fatto un’attività intrinsecamente libertaria e insofferente di regolazione, prima tra tutte appunto la sua definizione. Credo si tratti di reticenze giustificate ma non insormontabili. La pratica artistica sembra poter essere caratterizzata semplicemente, in modo da non rendere questa caratterizzazione totalizzante ma da permetterle, molto pragmaticamente, di aiutarci a far scaturire in noi un pochino di questo particolare modo di vita – tra i più significativi che l’umanità abbia coltivato nel corso della sua storia.

Una premessa terminologica è necessaria, tanto apparentemente banale quanto poco scontata: l’arte è primariamente non una serie di oggetti od opere ma una modalità di esperienza, ovvero una qualità del tempo vissuto, vale a dire un’attività della mente. E la mente non si dà pressoché mai pura: essa è sempre coscienza di qualcosa. Esistono infatti forme d’arte suscitate da varie classi di fenomeni in certi casi anche concomitanti: i suoni, i colori, i movimenti del corpo, ecc. L’esperienza estetica può persino affidarsi ad attività ordinariamente impercettibili, per esempio il semplice respiro come nella meditazione di tradizione theravāda. L’arte letteraria, da parte sua, implica l’utilizzazione estetica dell’attività verbale. Certo è tanto più facile identificare un libro che non un processo di scrittura o di lettura: anche per questo le opere sono state così spesso la shorthand con cui ci si è riferiti alla letteratura specialmente in Europa. Tuttavia i testi non sono in fondo che un risultato dell’arte ovvero un supporto per generarla, quando essa sta in realtà nell’esperienza della mente che li utilizza, scrivendoli o leggendoli. Ma allora che tipo di esperienza è? Proporrei di esaminarla attraverso questi quattro aspetti:

1) L’arte letteraria è prima di tutto osservazione o come si diceva elegantemente un tempo: contemplazione. Essa sviluppa nella mente vigilanza e attenzione e le dirige verso la realtà. Non è quindi fuga ma incontro, non rifiuto ma adesione, anche anzi soprattutto quando ci permette di incontrare il dolore – ‘la malattia, l’invecchiamento, la morte’, per dirla con una formula famosa. Tale rapporto contemplativo con il reale avviene attraverso lo sviluppo di fenomeni verbali: significati, significanti, rappresentazioni, fantasie. Fantasie? Certamente. Per osservare il vero la letteratura necessariamente falsifica, ma lo fa ad occhi aperti. Non a caso si diceva un tempo che la funzione poetica pone la parola stessa al centro dell’elocuzione; per la stessa ragione ogni romanzo letterario ha in qualche modo in sé degli elementi metaletterari: poiché il tentativo sincero di accogliere il reale non può non condurre a una qualche consapevolezza della natura costruita delle frasi con cui ci si avvicina ad esso. In parole più semplici: attraverso non l’illusione ma l’invenzione (inevitabile nel momento in cui si utilizza la parola) il romanzo cerca di farci contemplare la vita.

2) Allo stesso tempo la letteratura d’arte sembra includere in sé un moto di distacco, di allontanamento. Ciò è probabilmente dovuto a quello straordinario paradosso della mente umana secondo il quale possiamo realmente accogliere soltanto quando troviamo l’energia per rinunciare almeno parzialmente al nostro modo ordinario di vivere: l’attaccamento. Il fatto che le persone senza un qualche tipo di stabilità interiore difficilmente riescano a scrivere è una testimonianza comune di questa dinamica spirituale, che fa sì che l’attività contemplativa si possa generare soltanto quando lo mente riesce a sottrarsi al vortice di costante reattività che normalmente la caratterizza. In questo senso l’arte letteraria implica pressoché sempre una qualche forma di ascesi, molto più accentuata nell’autore ma presente anche nel lettore quando dedica la sua attenzione a un libro per qualche ora piuttosto che all’esercito assordante dei suoi altri appetiti.

3) Conseguentemente, invece di essere un passatempo narcisistico l’esperienza artistica è in realtà il contrario: uno dei rari momenti in cui riusciamo a vivere senza agire da una prospettiva egocentrica. Ciò è possibile, curiosamente, anche quando osserviamo noi stessi. Scrivere di sé tende infatti non a rinchiuderci ma a liberarci dal sé come sanno oltre a moltitudini di scrittori anche gli psicanalisti. Altrimenti detto, niente quanto la concentrazione della mente sui suoi stessi fenomeni emancipa dalla prigionia dell’autocoscienza, anzi tanto più questa concentrazione è prolungata, seria e precisa tanto più è probabile che si generi la percezione della libertà interiore. Anche quando l’arte letteraria tratta di intimità o lirismo essa resta tendenzialmente esperienza cosmica.

4) L’arte avviene qui e ora, non ieri né domani: è una modalità del tempo in cui il presente è percepito in quanto presente. Si possono scrivere o leggere molti libri nel passato o nel futuro ma il vissuto artistico si riferisce principalmente a se stesso: al momento in cui avviene. È una forma di esperienza che in psicologia positiva sarebbe considerata affine alla consapevolezza o mindfulness. Lettori e scrittori più maturi sanno che non si legge né scrive per arrivare alla fine di un libro: le esperienze contemplative hanno il fine in loro stesse proprio perché tendono, paradossalmente, al fine ulteriore della pienezza della contemplazione. Ogni istante ricerca la propria totalità presente nell’attesa della pienezza completa. La facoltà osservatrice può essere infatti tanto potenziata dall’esperienza letteraria da renderla infine indipendente dallo stesso supporto verbale, trasformandola in contemplazione perpetua – modalità di vita tutto sommato abbastanza comune tra gli artisti più vecchi. L’unica opera d’arte che pare in fondo sensato desiderare di compiere non è in fondo che la vita stessa: opera evanescente, sempre iniziante e subito trascorsa e allo stesso tempo presente in modo assoluto.

È interessante rilevare quanto queste caratteristiche siano lontane se non contrarie a quelle antropologicamente dominanti oggi. Illusione, attaccamento, narcisismo, teleologia: sono questi gli atteggiamenti mentali che sembrano formare i capisaldi della cultura pubblicitaria che definisce la nostra tarda modernità. È così diverso il modo odierno di concepire il bello che non capiamo che c’è un bello molto più bello – per dirla un po’ comicamente – che non ha tanto a che fare con il piacere (la modalità predominante dell’attaccamento) ma con un atteggiamento nuovo e straordinario dello spirito, molto più ampio, spazioso e tranquillo. Ritrovare l’esperienza artistica è oggi più che mai patiloma, come si diceva un tempo in lingua pāli per descrivere il cammino spirituale, cioè ‘controcorrente’.E per questo essa resta estremamente caratterizzante: in quanto offre una via di vita profondamente diversa e alternativa a quelle comunemente diffuse. Travolti come siamo da un’esasperante successione di mediocri ambizioni, meschinità, conformismi, piccoli e grandi soprusi inferti e subiti, quasi rimpiangiamo le pressioni sociali cui erano soggetti i vecchi borghesi d’un tempo. Se loro fumavano sigari davanti al caminetto noi ingolliamo sandwich freddi sbriciolandoli sulla tastiera mentre di fronte ai nostri occhi luccicano moltitudini di videate ‘social’. L’arte, anche nella sua forma letteraria, ci addita una direzione diversa.

Tuttavia, sommersa com’è da un mare di testi i cui obiettivi sono fondamentalmente altri, la scrittura d’arte non soltanto non può emergere ma ha perduto ogni riconoscibilità. Ritornare a parlare d’arte non ha perciò primariamente un intento teorico ma pratico. È l’unico modo per far sì che chi lo desidera possa quantomeno operare l’inizio di una scelta che gli permetta di dedicare ad essa, nella sua forma verbale oppure anche in altre forme, una piccola parte del proprio tempo: la risorsa tanto preziosa quanto poco stimata che la modernità gli sta consumando vanamente e senza sosta.

 


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Beppi Chiuppani

Scrittore italiano, Beppi Chiuppani (n. 1980) è cresciuto a Bassano del Grappa. Formatosi in lettere moderne e contemporanee di area sia europea che extraeuropea, ha studiato in Italia, Francia, Regno Unito, Egitto, Siria e Stati Uniti (PhD, Comp. Lit., University of Chicago). È romanziere (Medio Occidente, 2014; Quando studiavamo in America, 2016) e saggista. Il suo terzo romanzo uscirà nel corso dell’anno. (www.beppichiuppani.it).


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