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Thomas Fazi e William Mitchell, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, Prefazione di Carlo Formenti, Meltemi, Milano, 2018.

 

Sino ad anni recenti, poche erano le voci critiche che dissentivano dall’idea che lo Stato-nazione fosse ormai giunto al capolinea delle sue capacità di azione e di intervento. Il convincimento prevalente era che le caratteristiche fondamentali della sovranità fossero state irreversibilmente minate da una molteplicità di fattori, ma soprattutto dalla razionalità neoliberista, che riconosce come sovrani solo i decision makers delle imprese e che sostituisce con i criteri di mercato i principi giuridici e politici che stanno alla base dello Stato democratico, così da declassare la sovranità popolare a una questione di management. Questo convincimento rappresentava la dottrina mainstream di politici, economisti e amministratori.  Come poi si è visto, la tesi del tramonto della statualità si è rivelata azzardata; gli Stati non solo ci sono, ma sono proliferati, anche se la loro cpacità effettiva di incidere è molto differenziata, sia sul piano interno sia sul piano internazionale. Ora, per quanto riguarda il nostro Paese, l’indebolimento della sovranità nazionale, iniziato negli anni Settanta e poi divenuto inarrestabile con l’ingresso  nell’area euro, non equivale di per sé – è questa la tesi principale di Fazi e Mitchell – a un indebolimento del potere statale in quanto tale. Equivale piuttosto a “un indebolimento della capacità dei cittadini di influenzare gli apparati e l’indirizzo dello Stato (de-democratizzazione), soprattutto in materia di politiche economiche” (p. 175).

Questo processo di indebolimento viene ricostruito da Fazi e Mitchell in modo dettagliato e analitico. È impossibile riassumere in poche righe le argomentazioni con cui gli autori difendono le loro tesi. Si può solo indicarne i punti fondamentali. Anzitutto l’antefatto: lo smantellamento di un intero ciclo politico-economico, quello democratico-keynesiano che ha dato vita ai cosiddetti “Trenta gloriosi”. Ovvero a un modello caratterizzato dalla forte presenza dello Stato nell’economia, a uno “Stato sociale” che si prende carico del benessere dei suoi cittadini, a politiche per il lavoro, alla istituzionalizzazione dei sindacati e della concertazione, ai partiti di massa – un modello capace di realizzare il compromesso di classe attivo nei primi tre decenni del dopoguerra. La tesi degli autori è che la lunga stagione keynesiana non è entrata in crisi per effetto di una narrazione controegemonica vincente come quella monetarista. A entrare in crisi è stato piuttosto il regime di accumulazione e il modo di regolazione dell’età fordista a causa di limiti strutturali oggettivi, da un lato, crisi aggravata dalla scelta della sinistra di accompagnare e gestire la transizione alla visione poststatuale e postsovrana del mondo che si stava affermando come soluzione alternativa, dall’altro.

È qui, in secondo luogo, che entra in gioco l’ideologia europeista. Avendo rinunciato a combattere il capitale sul piano nazionale, la sinistra ha introiettato l’idea  che il cambiamento fosse possibile solo a livello europeo e che a essa spettasse il compito di gestire quel processo di de-sovranizzazione dello Stato-nazione che veniva considerato come inevitabile. Il risultato è stata la sua completa subalternità al neoliberismo, attuata collaborando fattivamente ai processi di integrazione monetaria e valutaria europea. È stato il programma di “riforme” associato all’adesione ai Trattati europei, a partire da quello Di Maastricht, a fare in modo che i politici nazionali sottraessero al controllo democratico e parlamentare le politiche macroeconomiche e a ridurre i costi politici dei processi di neoliberalizzazione – che hanno ovviamente comportato (e comportano) l’attuazione di politiche impopolari.

Per questo, infine, solo lo sganciamento dall’Europa può restituire ai popoli nazionali, e al popolo italiano in particolare, il pieno controllo democratico sul proprio destino. Fazi e Mitchell considerano infatti velleitarie e irrealistiche le proposte di riforma in senso progressivo volte a democratizzare l’Unione europea. “Il livello europeo”, scrivono gli autori, “è strutturalmente postdemocratico e per questo irriformabile” (p. 284). La sovranità popolare si difende solo a livello nazionale. Per contrastare questa deriva sarebbe perciò necessario decidersi per la ricostruzione di contesti politici concreti, in grado di contrastare l’espropriazione democratica operata dal globalismo finanziario e capaci di favorire l’aggregazione di soggettività politiche autonome. Ciò significa, secondo gli autori, che è necessario riprendere, all’altezza dei tempi e facendo tesoro degli errori del passato, politiche troppo a lungo dimenticate: investimenti pubblici ed espansione del ruolo del pubblico nell’economia, indicizzazione dei salari, politiche redistributive – insomma, la rinnovata centralità dello Stato.

Si tratta di una prospettiva che sembra trovarsi in rinnovata sintonia con gli stati d’animo correnti nell’era del “populismo”, ma alla quale si potrebbe opporre l’idea che, forse, sia ancora possibile distinguere un’Unione europea conforme-a-democrazia da un esecutivo federale conforme-a-mercato. Per esempio, in nome di un comune progetto politico di fondo attuato mediante trasferimenti e economici e responsabilità concrete tra gli Stati. Oppure, promuovendo una partecipazione paritetica di Parlamento e Consiglio alla legislazione e una Commissione che risponda a entrambe le istituzioni. In questo modo la formazione della volontà politica potrebbe dipendere dalle decisioni a maggioranza di parlamentari espressione dei relativi popoli e degli interessi dei rispettivi elettorati. Si tratta di innovazioni istituzionali alle quali gli autori non fanno cenno, ma discuterne potrebbe essere un modo per proseguire il dialogo con un libro prezioso e e importante.

 

Recensione di Edoardo Greblo


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