Situating Media Art. Cubitt e Thomas per Visual Culture Studies

bon iver perth

Un atto di estrema importanza quello che ci proponiamo di fare. Un atto, come la pubblicazione di un testo che per la prima volta appare nel panorama degli studi di cinema e media italiani.  Un testo indispensabile oggi, scritto dagli studiosi Sean Cubitt e Paul Thomas, che ha avuto il pregio di fare il punto su un universo ancora complicato e difficile da districare, soprattutto in Italia.

Sì, perché di Media Art si parla ormai molto in gran parte del mondo ma ancora poco nel nostro Paese. Una parola, questa, intorno alla quale sono stati creati centri di ricerca, corsi universitari, dipartimenti, mostre, festival, nuove professionalità. Pensiamo a Centri quali lo ZKM- Zentrum Für Kunst und Medientechnologie a Karlsruhe, l’Ars Electronica Center a Linz, il FACT-Foundation for Art and Creative Technology di Liverpool, punti di riferimento per studiosi, artisti, curatori. Pensiamo a prestigiose collane editoriali quali la Leonardo Book Series dell’MIT Press, la stessa che già dalla fine degli anni Sessanta ha pubblicato saggi e interventi di studiosi di tutto il mondo. E ancora Festival quali la Media Art Biennale di Wroclaw, il CyFest di San Pietroburgo, il Festival della Imagen a Bogotà, il Media Art Festival a Roma. Giusto per fare qualche nome e per rendere l’idea della ricchezza teorica, pratia ed economica di un universo in continua crescita.

Per questo forse è arrivato il momento di iniziare a mettere dei punti, definire delle linee, tracciare delle storie. Ci sembra infatti che ciò che manca ancora alle Media Art sia proprio struttura teorica più definita, una maggiore profondità storico-archeologica. Testimonianza di questo bisogno lo troviamo nell’eccesso di termini utilizzati per nominare il fenomeno. Electronic Art, Media art, New Media Art, Post Digital Art, Post Internet Art, Video Art, Interactive Art, ma anche Digital Cinema, Software Cinema, Cinema Quantico, Television Art, sono tutti termini che nascondono un tentativo di cogliere un esistente sempre più sfuggente: una specie di struttura a insiemi circolari – nella più fertile tradizione cantoriana – sempre più fitta e complessa.

Afferma Oliver Grau che “Media art is the art form that uses the technologies that fundamentally change our societies, and plays an important role in the reflection of our time. […] For more than 50 years, media art has combined the latest technologies with the big questions of our time: artists critically addressed the visions of life sciences and projections on artificial life, utopias of neuroscience, robotics and cyborgs. Media art reflects and researches the media and image revolution and takes up the subject of the processes of globalisation and growing worldwide surveillance”[1]. (Grau, 2014: 40-42) – per un approfondimento sul concetto di Media Art mi permetto di rimandare al mio Media Art. Prospettive delle arti verso il XXI Secolo. Storie, teorie, preservazione.

I grandi temi del nostro tempo non sono stati solo toccati in termini di contenuti ma, inglobandone le stesse tecnologie, sono stati sperimentati, inventati e anticipati. In questo modo, le media art hanno continuamente ridefinito gli stessi concetti di medium e di tecnologia. Hanno ridefinito e aiutato a indagarne meglio le teorie, le storie e gli sviluppi futuri.

Cubitt e Thomas ci invitano a riflettere su questi temi, a trovare le radici archeologiche di questo concetto, le connessioni con il mondo del cinema, dello sviluppo dei media, dell’arte, a far emergere nuove storie e nuove archeologie. Come, per esempio, la riscoperta di esperienze ancora poco conosciute delle avanguardie storiche, nel quale artisti, insieme a tecnici e ingegneri, hanno realizzato nuove macchine visive che non hanno avuto una definizione precisa fino a oggi, anticipando gli stessi concetti di digitale, visual music, ecc. O le esperienze di mappe interattive dell’Aspen Movie Map di Michael Naimark insieme al team dell’MIT di Boston, antesignano diretto di Google Street View. Artisti che hanno lavorato in team con tecnici e ingegneri e che sono stati non solo creatori di contenuti, ma veri e propri inventori di nuovi media, nuove modalità di visione, spesso anticipando mercati e aziende del settore.

Ripensare il medium, rileggerlo e reinventarlo. Capire che, come affermano i due studiosi, “mostly when we say medium we mean something of a pretty high order of complexity such as television. […] we have to look at the elements composing it, its articulations with other technologies (satellite, web, mobile, cable, telecoms, magazines, etc.), what it shares with other media, what specific elements are unique to it, and what unique ways of combining its elements mark it out as discrete. Although in everyday usage we know what television means, in technical use the term medium would be better reserved for, say, a type of screen. If we did concentrate on such features as lenses we would find intriguing new histories of media, in that instance a history of disciplining light from telescopes to fiber optics”

Le storie e le archeologie delle Media Art ci mettono di fronte agli occhi l’impossibilità da sempre di considerare il medium come una singolarità interagente costringendoci a considerarlo come mutevole, possibile al cambiamento continuo delle sue parti, delle tradizioni che porta e degli elementi culturali. In questo modo rinnovando continuamente le possibilità esperienziali dell’uomo in una sincrasi temporale, unendo il nostro presente con il passato e il futuro.

Parlare di Media Art oggi vuol dire parlare di un nuovo modo di guardare al presente sviluppo tecnologico, ai rapporti che intrattiene con i nostri corpi e al futuro dell’uomo, a possibilità di rilettura del nostro passato prima impensabili. Per questo speriamo che la pubblicazione del testo di Cubitt e Thomas presso la sezione di Visual Culture Studies di Scenari (di cui ricopro il ruolo di vicedirettore da poche settimane), possa essere un primo passo verso una apertura di studi in questa direzione, verso una apertura che ancora tutta da creare.

Concludo informando che il saggio di Cubitt e Thomas è stato diviso in 4 parti e ciascuna di essa verrà pubblicata a partire da oggi, ogni settimana, sia nella versione originale inglese sia nella sua traduzione in italiano realizzata da Andrea Carletti.

 

 

 

Bibliografia:

 

Catricalà V., Media Art. Prospettive delle arti verso il XXI Secolo. Storie, teorie, preservazione, Mimesis, Milano 2016.

Grau O., Our Digital Culture Threatened by Loss, in “The World Financial Review”, marzo-aprile 2014.

 


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Valentino Catricalà

Studioso, curatore d’arte contemporanea. Si è specializzato nell'analisi del rapporto degli artisti e dei cineasti con le nuove tecnologie e con i media. Su questa linea ha scritto diversi saggi in libri e riviste specializzate (www.dicospe.academia.edu/ValentinoCatrical%C3%A0). Direttore artistico del Media Art Festival di Roma (Museo MAXXI), coordinatore dei programmi Arte della Fondazione Mondo Digitale e curatore del Kunstraum Goethe (Art Space) per il Goethe Institut di Roma. Su questi temi è dottore di ricerca presso l’Università degli Studi Roma Tre, è stato Part-Time Post Doc Research Fellow nella stessa Università. Ha svolto ricerche in importanti centri quali lo ZKM di Karlsruhe, la Tate Modern, l’Università di Dundee partecipando a Convegni internazionali. E’ autore del libro Media Art. Prospettive delle arti verso il XXI secolo. Storie, teorie, preservazione (Mimesis, 2016). Ha curato mostre in importanti musei e istituzioni internazionali fra i quali: Minnesota Street Project (San Francisco), Palazzo delle Esposizioni (Roma), MAXXI (Roma), Museo Riso (Palermo), Media Center (New York), Stelline (Milano), Spectra Festival (UK), Manchester Metropolitan University (UK), Centrale Idrodinamica (Trieste), Museo Centrale Montemartini (Roma), Berg Contemporary Gallery (Reykjavik).


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