La resistenza di un improvvisatore

mourinho-31-agosto-2018

 

 

Il vero è l’intero. A dispetto della facile attribuibilità ad Hegel, in questo caso non si tratta della celebre affermazione della Fenomenologia dello spirito, quanto invece di una delle ultime sorprendenti risposte dell’allenatore portoghese José Mourinho. Il quale però avrebbe detto “Il vero è nell’intero”, come riporta un fervido giornalista dell’Ansa che sottolinea la leggera imprecisione di Mourinho nel riportare Hegel, per il quale “il vero è l’intero” e non nell’intero.

La battuta di Mourinho, che è battuta nel senso di colpo duro inferto all’interlocutore, non è stata un semplice calembour, è stata proprio un cazzotto intellettuale. La battuta intendeva, con l’arte del contrattacco quando si viene messi alle corde che l’allenatore sa ben utilizzare, tacitare il giornalista che gli chiedeva ironicamente se la sua autoproclamata grandezza (i famosi 8 ‘tituli’) continentale plurinazionale avrebbe resistito ad una eventuale sconfitta la domenica successiva. Con il solito indecente sottinteso sui rischi di perdere la panchina, che rappresenta l’unum argumentum del giornalista sportivo, cioè di colui che induce al godimento per la condizione di chi rischia il posto di lavoro. Non arrivare ad una determinata data, in genere quella dei panettoni, è uno stantio refrain del linguaggio del giornalismo sportivo; una preoccupazione per il futuro occupazionale dell’intervistato che rappresenta una scorrettezza deontologica tanto evidente quanto celata nell’indifferenza generale. Una sorta di proclama antisindacale per la carriera di chi guadagna enormemente più di loro nella quale non occorre essere psicanalisti per comprenderne la componente di invidia arrivistica. Nessuno ancora ha mai risposto per le rime all’impudenza giornalistica che si finge preoccupata dell’occupazione futura degli allenatori, facendo quello che non si deve fare, e cioè i conti delle tasche degli altri. Eppure basterebbe un semplice: “E lei, è sicuro che potrà lavorare ancora dopo la figuraccia che le sto facendo fare con quest’intervista? Ha letto Hegel?”

Ma ecco il contropiedista di razza, quello che ha la capacità di districarsi dalle difficoltà con il guizzo intellettuale di chi definisce “controllo di gioco senza palla” la partita dominata dal tiki taka del Barcellona: “Ma li leggete i filosofi? avete letto Hegel: il vero è nell’intero”. Il che è proprio un invito alle risposte sferzanti alle domande ontiche dei giornalisti. Mourinho è ontologico, pensa alla totalità. Da ora in poi ad una domanda importuna o sotto il livello della decenza intellettuale, ed anche della decenza etica, al giornalista noeticamente sprovveduto basterà rispondere con un: “Hai letto i filosofi?”

Ora chi altri ha risonanza mediatica più ampia da essere considerato migliore di lui come sponsor per la filosofia? La risposta al giornalista è prima di tutto un inatteso, sorprendente, improvviso spot per la filosofia. “Avete letto i filosofi? La prossima volta, tornate più preparati”. Atleti e allenatori si fanno intervistare con alle spalle il pannello della parata dei marchi che sponsorizzano la macchina dell’industria culturale calcistica, ma solo Mourinho fa pubblicità alla filosofia. Fa pubblicità a quella disciplina dei logoi che non trova posto tra i loghi, che non è un logo tra quei loghi. Non è un discorso come tutti quelli della parata. Anch’essa indecente. Medaglie immeritate sul petto dei detentori del capitale umano.

Non dovrebbero tutti gli avamposti di resistenza acquartierati nelle residue facoltà o dipartimenti filosofici, che si stanno sensibilmente diradando in questi ultimi anni, e nei corridoi dei licei dedicargli almeno un peana? Mou, diversamente da chi lo intervista, non gode per chi perde il lavoro, ma crea lavoro, vuole giornalisti preparati filosoficamente per parlare di calcio. La filosofia è l’unico logo che non paga per avere pubblicità da un intellettuale borghese senza peli sulla lingua. Non avere peli sulla lingua non significa solo dire la verità, dire tutta la verità, essere parresiasti; significa parlare senza pianificare, significa improvvisare. Difficile credere che si prepari le battute, non ci ha pensato un attimo a rispondere. La risposta lascia per una frazione di secondo sorpresi, è spiazzante. Cosa vuol dire “Hai mai letto Hegel?” se ti viene chiesto se sarai ancora grande dopo l’imminente flop? Ma la sorpresa si risolve subito. “Non ho vinto coppette. Sono tra i più grandi”. Non guardare al caso particolare, alla piccola contingenza, guarda all’universale, guarda all’intero, lì troverai la verità. A seguirlo si sarebbe tentati di dire che la sua non è palese, clamorosa, impudica immodestia, ma una semplice constatazione protocollare. Otto titoli.

Il segreto di Mourinho sta nell’improvvisazione. Sì perché chi fa il catenaccio, che per lui ricordiamolo è controllo di gioco senza palla, non ha un piano, deve solo contrattaccare, cioè improvvisare. Avere il controllo del campo senza avere la palla è l’esatto contrario di quello che si intende per controllo del gioco. Il controllo del gioco si fa col possesso di palla. L’improvvisazione di Mou permette di rovesciare il punto di vista. Il gioco lo controlla chi lascia che gli altri facciano la fatica di tenere la palla. Chi non capisce questa, che per lui è una semplice verità, non merita una risposta gentile. In fondo la strategia dell’attuale allenatore del Manchester United non è diversa da quella del plurislammista unico Rod Laver, che riteneva che doveva essere l’avversario a correre, in questo prontamente e spontaneamente emulato poi da Pete Sampras, che non lo ha mai detto, ma lo ha sempre praticato.

La storia dei rapporti elettrici di Mourinho con la stampa sportiva data da lungo tempo, ma ha avuto una sua perla indimenticabile nel lessema “prostituzione intellettuale“ che utilizzò in una conferenza stampa nel periodo interista (marzo 2009): “A me non piace la prostituzione intellettuale, a me piace l’onestà intellettuale. Mi sembra che negli ultimi giorni ci sia una grandissima manipolazione intellettuale, un grande lavoro organizzato per cambiare l’opinione pubblica per un mondo che non è il mio“. La prostituzione intellettuale è il lavoro dell’intossicazione ambientale del mondo delle notizie. Lo si chiama a volte polverone, cioè quel misto di bugie e verità che serve a disorientare. Un gioco di intelligence vecchissimo ma sempre efficace, lanciato consapevolmente dagli spin-doctor e condotto più o meno consapevolmente dalla manovalanza intellettuale dei giornali e delle agenzie. Contro la prostituzione, l’onestà. E l’onesta è non sollevare polvere ma dire la verità, tutta la verità, la verità intera, la verità tutta intera. Ed eccoci di nuovo al tema del vero-intero.

Ma poi, ha proprio commesso una scorrettezza filologica il Mou? Scendiamo nei dettagli usando l’arte del gioco delle tre carte della dialettica hegeliana. Se il vero è l’intero, i due, cioè il vero e l’intero, sono perfettamente uguali e combacianti, e quindi interscambiabili, al limite confondibili. Se il vero è l’intero, la totalità coincide con la verità e non c’è nulla di falso perché tutto (l’intero) è vero. L’unità di verità e totalità di Hegel non è però quella statica del principio di identità ma, come ogni scolaretto sa, quella del processo storico. Il vero diventa tale solo al cospetto dell’intero, solo dopo aver percorso il calvario dei momenti fenomenologici o la navigazione verso Itaca, come si dice nelle esemplificazioni simboliche dell’opera hegeliana del 1807. La verità non è una realtà originaria da cui poi ci si allontanerebbe progressivamente, come sarà in Heidegger, ma alla verità si arriva solo alla fine, solo sul far della sera quando le civette spiccano il volo. La verità riceve la sua ragion d’essere e denominazione sociale solo alla fine dell’intero processo, a cose fatte. Questo è il vero che è intero per Hegel. Il vero deve ‘diventare’ vero per essere vero intero.

Se il vero è nell’intero, invece, allora il secondo è più del primo perché lo accoglie, è ‘nel’. L’intero accoglie il vero come una sua parte, non importa quanto grande, di cui esso è il tutto. All’intero, sottratta la parte che coincide con il vero, resta un’altra parte: quella del non vero. Per cui l’intero è il legame del vero e del non vero. Il legame, la connessione, l’interazione, non la pura addizione. L’intero è il tutto in cui tutte le parti sono in relazione, non la loro semplice somma. Se ora decidessimo di usare il gioco delle tre carte di Platone, allora potremmo dire che se il tutto fosse solo la somma delle sue parti, il tutto sarebbe diluito nelle parti e pertanto non potrebbe tenerle. Se la somma delle parti fosse il tutto, il tutto sarebbe meno di se stesso perché gli mancherebbero le relazioni. Ed un tutto che viene meno a se stesso, evidentemente non è il tutto, e se proclama di esserlo, è falso. Avremmo pertanto un tutto autoproclamantesi vero, che non è il vero e pertanto è il falso. “Il tutto è il falso” è, come è noto, la celebre controproposta di Adorno, che aveva aperto anzitempo gli occhi sulle fake news.

Ebbene è vero che Hegel dice che il vero è l’intero nella Fenomenologia, ma è altrettanto attestabile la sua definizione, addirittura risalente all’epoca degli scritti giovanili, della totalità come legame del legame e del non legame. Questa sì riconoscibilmente platonica. Quale tra le due definizioni preferire è fuor di dubbio dal punto di vista di Hegel. Solo il legame del legame e del non legame è quell’intero che mantiene le differenze, pur connettendole, e che non le riduce a sterile identità. Pertanto Mourinho non solo non ha sbagliato a citare Hegel, ma lo ha addirittura interpretato nella sua dimensione più autentica, quella del pensatore dialettico in cui il porre e il contrapporre non svaniscono nella loro identità ma fioriscono nelle loro possibilità. Non solo un ontologo perciò, ma anche un sottile ermeneuta del verbo idealista, è Mourinho. Ecco, si può dire solo che, nonostante la sua permanenza a Londra, non è diventato un analitico, ma è rimasto un continentale che ha imparato molto bene il gioco delle tre carte. Ma poiché le usa contro chi fa domande preconfezionate dall’invidia, non commette alcuna scorrettezza, anzi ci salva dalla noia del commento banale e avvilente dei professionisti delle notizie inutili e delle notizie nulle, cioè dei nichilisti, quelli veri.


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Enrico Petris

Enrico Petris insegna Storia e Filosofia al liceo “G. Marinelli” di Udine, dove organizza le “Lezioni di storia aperte alla città”. È membro del direttivo della Sezione Friuli Venezia Giulia della Società Filosofica Italiana. Ha pubblicato Rosso, nero e Pasolini, Mimesis, 2015


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