Manifesto per un nuovo femminismo


 

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Manifesto per un nuovo femminismo a cura di Maria Grazia Turri, ( Mimesis, Milano-Udine 2013)è un testo composto da numerosi saggi scritti da una pluralità di autrici e di autori, e curato dall’economista e filosofa Maria Grazia Turri per la collana “Relazioni pericolose” di Mimesis. Può risultare stimolante iniziare la recensione riportando l’aneddoto che ha fornito lo spunto materiale per l’ideazione del Manifesto e di cui la curatrice ci informa nel suo incipit. La Turri racconta infatti di come questo progetto sia nato dal dialogo con un interlocutore il quale, dopo aver accolto le sue rimostranze rispetto alla partecipazione quasi esclusivamente maschile a un evento culturale a cui aveva presenziato, la esortò a realizzare un libro che trattasse delle questioni relative al genere. L’origine di questo scritto, proprio in virtù del  suo essere “ancorata” al reale e alle sue problematiche contingenti, risulterà particolarmente interessante alla luce dello spirito che anima il Manifesto di cui ci apprestiamo a parlare. Nella lunga Introduzione, “Il tempo delle relazioni e del realismo dell’incertezza”, scritta dalla Turri, sono presenti già dal titolo due temi cardini non solo della premessa introduttiva ma anche dell’intento del testo nella sua interezza. Questa prima parte del volume, concettualmente e tematicamente molto densa, appare contenere in sé gli elementi programmatici e metodologici che in seguito verranno esplicitati e utilizzati nei diversi capitoli dell’opera. Proviamo dunque in prima istanza a comprendere, attraverso la struttura che l’autrice ha inteso dare al suo discorso, e dando particolare rilevo alla trattazione della complessa tematica della libertà femminile, cosa si intenda con le espressioni “il tempo delle relazioni” e “realismo dell’incertezza”, per poi concentrarci su una sintetica trattazione della struttura del Manifesto.

Se l’attenzione verso il tema delle relazioni e la presa di coscienza della necessità di individuare una nuova modalità di approccio alle questioni femminili, rintracciata dalla Turri nella definizione di “realismo dell’incertezza”, sono forse i due aspetti che caratterizzano maggiormente questo lavoro nella sua portata innovativa, il “desiderio di libertà” delle donne è interpretato come il dato oggettivo con cui il nuovo femminismo è chiamato a confrontarsi. Ed è proprio il tema della libertà, con la sua immensa portata di sfaccettature e contraddizioni, a emergere continuamente all’interno dell’opera, andando a rappresentare lo spirito del tempo entro cui il nuovo femminismo è chiamato a muoversi. L’autrice si interroga in primo luogo sulla natura stessa di tale desiderio, indagando come, in un ambito così intimo e personale che dovrebbe rappresentare il terreno stesso della libertà, riescano ad agire dinamiche estranee e spesso in netta opposizione rispetto alla volontà individuale. Richiamandosi alle riflessioni di Betty Friedman presenti nella sua inchiesta “Mistica della femminilità” (1957), l’accento viene posto sul carattere sociale del desiderio. Citando la Turri: “la società è in grado di volta in volta di presentare ideali di ‘felicità’ rivolti al mondo femminile”, e per questo la Friedman “focalizza la critica sul carattere subdolo che svolgono le persuasioni […] dal momento che la possibilità di sottrarvisi non è mai troppo semplice”. Se è vero che rispetto al primo dopoguerra, periodo a cui appartiene il celebre saggio, si assiste oggi a un pluralizzazione degli “ideali di felicità” proposti alle donne, viene anche sottolineato come questi non abbiano perduto la loro forza pervasiva.

Proprio nel presentare le risorse e i limiti dei vari movimenti femministi viene affrontato in tutta la sua complessità il discorso intorno alla libertà delle donne. La Turri invita il nuovo femminismo a prendere consapevolezza e a fare tesoro della propria tradizione: aspetti come la pluralità di voci che connota il pensiero femminile o l’attenzione posta dalle sue correnti costruttiviste sulla necessità di de-naturalizzare determinate categorie sono molto valorizzate all’interno del discorso dell’autrice. Al tempo stesso, viene individuata dall’autrice una deriva pericolosa da cui il femminismo, movimento che come ogni altro è immerso e pregno della realtà circostante, soprattutto negli ultimi decenni non ha saputo difendersi: lo scivolamento verso una visione individualistica delle tematiche di genere (sintetizzata efficacemente dallo slogan: “pensa a te stessa”). Questa problematica è tanto più urgente quanto più grande appare il suo risvolto pratico-politico: se la dimensione collettiva e relazionale si indebolisce, si assisterà a lotte femministe che mancheranno di unità e aggregazione, con la conseguenza, come viene giustamente sottolineato, che queste si trasformeranno sempre più in momentanee e individuali prese di coscienza riguardo a singole problematiche femminili incapaci di solidificarsi in battaglie condivise.

La possibilità di superare tale limite è affidata dalla Turri alla necessità di attribuire maggior valore all’aspetto relazionale della persona rispetto a una visione dominante che porta invece a percepire l’individuo come componente isolata della realtà. Se, dunque, “dall’imprescindibile rapporto con l’altro ne deriva che ciò che è costitutivo dell’identità non è il solipsismo, bensì la relazione”, per l’autrice “l’atto che il nuovo femminismo può compiere è quello di riconoscere che l’altro è il mio specchio, il mio doppio”, proprio perché “è l’altro da me che contribuisce a definire la mia identità”. Se si pensa poi che con il termine “altro” non si intende qui indicare solo l’insieme figurato delle altre individualità, ma anche ciò che ci appare come radicalmente “altro” da noi (la natura, ad esempio), allora il senso di tale discorso si definisce anche nel ritrovare nell’altro il nostro proprio confine. La natura della libertà che si va delineando non coincide affatto con l’assenza di limiti, ma piuttosto si forma a partire dalla presa di coscienza di questi.

L’attenzione posta sulla sfera relazionale dell’individuo apre infine a una prospettiva nuova rispetto al rapporto tra quest’ultimo e la realtà che lo circonda. Il “realismo dell’incertezza” sta a indicare proprio una modalità di approcciarsi alla realtà che resista alla tentazione di semplificarla e comprimerla entro rigidi schemi dualistici, un plasmare i nostri strumenti intellettuali a partire dalla realtà stessa invece di adattare questa a noi. Ed è proprio partendo dalla volontà di esprimere la complessità invece di svilirla che si può intendere il perché della struttura stessa di questo Manifesto. Il senso di scandire il testo a partire da parole chiave ci viene spiegato dalla Turri: “dobbiamo quindi dispiegare come un telo il lessico perché la luce ne illumini l’intera superficie, passando dal piegare della piega allo spiegare, al semplificare, togliendo di un colpo tutte le pieghe”.

Per quanto riguarda le scelte di affidare ogni capitolo a una diversa autrice e di non creare dualismi nella struttura interna del testo, queste risultano coerenti con il quadro teorico che ci è stato presentato. Le questioni dibattute sono molte e variegate: si passa dalla trattazione di temi che riguardano il rapporto tra le donne e la cultura “alta” (“incertezza”, “inquietudine”), alla definizione della necessità di riappropriarsi di determinati spazi sia figurati che fisici (“ironia”, “pornografia”, “scienza”). Un particolare interesse, motivato dall’importanza assunta dai due termini nel contesto della tradizione femminista, è mosso dai capitoli “in-differenza” e “libertà”. In “In-differenza”, scritto da Francesco Billotta, viene indicato nel principio di uguaglianza formale, che si realizza nell’indifferenza verso la condizione che caratterizza ogni titolare di un diritto fondamentale, l’orizzonte verso il quale la battaglia femminista è chiamata a muoversi. Billotta sostiene infatti che alla fase dell’esaltazione identitaria vissuta dal Femminismo (affermazione del sé presente in tutte le fasi iniziali in ogni movimento per la rivendicazione) si debba sostituire la consapevolezza del suo messaggio universalizzante. Solo tramite l’in-differenza si potrà saldare la lotta per i diritti delle donne con altre battaglie con fini comuni. L’in-differenza viene presentata in questo discorso come presupposto per la differenza e come spazio che rende possibile l’affermazione della diversità. Nel capitolo “Libertà” Valeria Ottonelli propone due diverse interpretazioni di questo concetto che la stessa autrice definisce “pericoloso”, “scivoloso” e “impervio”. La prima corrisponde alla libertà negativa elaborata da Locke che è sintetizzabile nell’agire senza avere ostacoli esterni, mentre l’altra è quella positiva codificata da Berlin e coincidente con il concetto di autonomia. Per la Ottonelli nessuna di queste due letture è in grado di rispondere al tipo di mancanza di libertà che accomuna tutte le donne. Emerge così l’esigenza di configurare un nuovo tipo di idea di libertà: quella legata a un immaginario non più soffocante ma vissuto come “aperto”.

Nella presente recensione si era partiti con il riportare la particolare “realtà” materiale che aveva prodotto l’idea di questo Manifesto; in conclusione, è importante richiamare l’attenzione su un grande valore da assegnare a questo libro. A partire dalla sua Introduzione, e passando per tutti i vari capitoli che lo compongono, quel che è possibile rilevare è la presenza al suo interno di una grande e coraggiosa volontà di confrontarsi con il vero substrato contemporaneo in tutta la sua contraddittoria varietà. Il Manifesto per un nuovo femminismo può realmente corrispondere al suo titolo proprio in virtù dell’esigenza di “portare al concetto” aspetti della realtà femminile molto spesso taciuti sia per la loro complessità che per ragioni legate alla nostra cultura.

 

 

recensione di Ginestra Bacchio


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