Top-player: piccolo focus sociologico su CR7 e i suoi “fratelli”


 

 

Nella storia del calcio, sin dalle origini e in ogni periodo, si sono distinti giocatori particolarmente talentuosi che con le più svariate caratteristiche – dal dribbling eccezionale alle capacità acrobatiche sensazionali, dalla visone di gioco eccelsa alle doti balistiche di tiro sbalorditive, dalla potenza atletica all’eleganza del tocco e dei movimenti, dall’intelligenza tattica alle capacità di leadership- hanno segnato molti passaggi epocali di questo sport. Possono facilmente tornare alla memoria in tal senso, dagli anni Trenta alla fine del Novecento, figure iconiche come Sindelar, leader, di origini ebraiche, dello strepitoso Wunderteam della nazionale austriaca, che non sopravvisse al nazismo; Meazza, attaccante italiano bicampione del mondo ai tempi del fascismo; Di Stefano, mito del Real Madrid capace di giocare a tutto campo; Puskas, alfiere principe della grande Ungheria di anni Cinquanta; Jašin, imbattibile portiere sovietico, soprannominato “Ragno Nero”; Pelè, la Perla Nera del Brasile, ritenuto con Maradona il più grande di tutti; Best, fantasista nordirlandese del Manchester United anni Sessanta, tutto genio e sregolatezza; Beckenbauer, aitante tedesco considerato il difensore più completo di sempre, impeccabile e pluridecorato; Gerd Muller, cannoniere tedesco tanto tozzo e sgraziato quanto goleador prolifico; Rivera, primo pallone d’oro italiano non oriundo; Cruijff, icona del calcio totale olandese degli anni Settanta; Platini, detto indicativamente le Roi, regista e goleador, star francese della Juventus regina delle coppe anni Ottanta; Maradona, il campione argentino, fantastico e maledetto, capace di vincere mondiale e scudetto praticamente da solo; Van Basten, elegantissimo centrattacco olandese, noto come “il cigno di Utrecht” per sua classe cristallina; Baggio, il “Divin Codino”, malinconico e dalla tecnica immensa, sempre più forte degli infortuni e delle avversità; e Ronaldo il Fenomeno, funambolico brasiliano il cui soprannome già dice tutto e che, alla fine di anni Novanta, strabiliava per la velocità di suoi gesti tecnici; … solo per fare i nomi in genere più ricorrenti. A questi straordinari calciatori si attribuiva la definizione di campionissimi o fuoriclasse, proprio a voler marcare la loro unicità, il loro essere fuori da normali catalogazioni di abilità, per la capacità di distinguersi in modo quasi geniale, rendendo possibili giocate per chiunque altro impensabili, inconcepibili(per una panoramica ricca e gradevole delle icone calcistiche novecentesche con dati e immagini si può far riferimento a Holt, N.-Lloyd, G., Il calcio. Immagini di una grande passione, Logos, Modena, 2004).

Anche l’inizio del XXI secolo è stato ovviamente caratterizzato dalla presenza di calciatori di grande valore, ma soprattutto nell’ultimo decennio, il termine con cui si preferisce definire i calciatori straordinari, non è più tanto quello di fuoriclasse, quanto piuttosto quello, forse più sofisticato, di “top-player”. Emblema di questa nuova definizione può essere considerato la stella portoghese Cristiano Ronaldo(o CR7, da sue inziali e numero di maglia, sigla divenuta un marchio planetario), recentemente passato dal Real Madrid alla Juventus per oltre 100 milioni. E accanto a lui potremmo indicare l’eterno rivale argentino Leo Messi(entrambi hanno vinto ben 5 palloni d’oro, dividendosi equamente la posta di ultimi 10 anni), il brasiliano Neymar, giocoliere irridente del PSG, Ibrahimovic, gigantesco attaccante svedese, girovago, carismatico e spavaldo protagonista di tutti i grandi club in cui ha giocato(Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan, PSG, Manchester United)… E poi ancora, anche se forse un po’ meno illustri, Ronaldinho, Ribery, Buffon, Cavani, Higuain, Lewandowski, Modric, Pogba, Hazard, Griezmann, Salah…

Ora, l’aspetto di qualche possibile interesse in questo discorso, su cui possiamo provare a soffermarci, risiede nel fatto che la dimensione di top-player attribuita a tali e simili calciatori, sembra segnare una differenza rispetto al termine fuoriclasse dei loro omologhi del passato, una differenza che non è semplicemente terminologica o linguistica, ma che racchiude una serie di condizioni nuove e sostanziali(su questi aspetti sociologici si può suggerire la lettura di Bifulco, L.- Pirone, F., A tutto campo. Il calcio da una prospettiva sociologica, Guida, Napoli, 2014) .

Innanzitutto, si può osservare che questi top-player nel loro status eccedono molto l’ambito sportivo in sé: al di là delle loro capacità tecniche, questi calciatori si trovano inseriti in un contesto mediatico e economico di cui pure sono grandi protagonisti, in misura incomparabile con quella dei fuoriclasse novecenteschi.

Hanno una immagine molto definita e ricercata e anche i loro atteggiamenti attirano costante attenzione, si può dire abbiano una marcata costruzione estetica di sé, attraverso tagli di capelli, abbigliamento, cura del corpo, accessori, modo di presentarsi e in certi casi di ostentarsi. Sono inseriti in circuiti di pubblicità, sponsorizzazione, comunicazione attraverso social network, legati a complessi giri di affari, non solo nel mondo occidentale, ma anche nei nuovi mercati orientali, da quelli degli arabi a quelli cinesi e giapponesi e russi. Sono, in definitiva, portati a fornire una immagine di sé quasi da eroi da fumetto o da attori, accompagnando assai naturalmente queste manifestazioni alla sfera sportiva. Ma anche dal punto di vista tecnico-calcistico questi giocatori sono in una certa misura assai differenti dai fuoriclasse del Novecento. Hanno alle spalle staff di medici e preparatori che curano moltissimo loro condizione fisico-atletica(e a volte anche mentale) attraverso strumenti e integratori, giocano continuamente un numero elevatissimo di partite ad alto livello, sono tutelati contrattualmente da procuratori e studi legali e addetti alla comunicazione, per cui riescono, diversamente da giocatori normali, a far valere sempre propri desideri e scelte sulle società di appartenenza. Essi creano una distanza siderale rispetto ai calciatori normali. E anche nei ruoli che svolgono in campo, hanno avuto una evoluzione notevole rispetto ai modelli novecenteschi. Cristiano Ronaldo, Messi, Ibrahimovic, Neymar hanno tutti tecnica, visione di gioco, capacità balistiche, resistenza atletica, acrobazia, intuito, costanza realizzativa, tutto insieme, mentre i campionissimi novecenteschi a volte mancavano di almeno una di queste caratteristiche.

In definitiva, alla luce di tali considerazioni, non pare azzardato pensare che i top-player appaiono il riflesso del mondo globalizzato che si stende sul calcio attuale con tutte le implicazioni a ciò collegate: individualismo, potere, impatto mediatico, profitti, esasperazione, iperboli, diseguaglianze, tecnicismo, tecnologie.

Possiamo ritenere che siamo, dunque, in una nuova fase della storia del calcio, di cui i top-player sono il nuovo simbolo. Ma posto questo, con le evoluzioni che abbiamo sinteticamente provato a tratteggiare, resta da chiedersi, lontano da giochi di riflessione, se i top-player odierni sono migliori dei fuoriclasse di un tempo. La risposta a questo punto diventa non immediata: al di là di statistiche, trofei, numero di gol e riconoscimenti, al di là di contesti e di possibilità, la preferenza per gli uni o gli altri, può dipendere anche da altre categorie, che è più complesso quantificare. Tra tali categorie probabilmente la più ineffabile e paradossalmente decisiva è la capacità di tali giocatori di muovere gli spiriti degli spettatori, di ispirare l’animo del pubblico. Allora, CR7, Messi e compagnia “globale” forse devono ancora giocarsi la loro partita finale con Pelè, Maradona e compagnia Novecentesca, una partita il cui esito è noto solo alla mente di ogni singolo tifoso, dal nonnetto troppo nostalgico e colmo di ricordi al ragazzino ancora ingenuo e con gli occhi rivolti al futuro. Ritorniamo ancora a questioni, spesso spiazzanti, di immaginario sociale, da sempre nodo caro ai cultori della sociologia della conoscenza, in cui si congiungono stupore e perplessità, malinconia e curiosità.


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Francesco Giacomantonio

Francesco Giacomantonio è dottore di ricerca in Filosofie e teorie sociali contemporanee e ha conseguito il Master di II livello in Consulenza etico-filosofica. Già docente a contratto in corsi di sociologia dell’Università di Bari, è autore dei libri: Il discorso sociologico della tarda modernità, Il melangolo, Genova, 2007, Minima cura. Lunario del filosofo sociale, Aracne, Roma 2008, Introduzione al pensiero politico di Habermas, Mimesis, Milano, 2010, Sociologia e sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste, 2012 (con D’Alessandro, R.), Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, Mimesis, Milano, 2013, Sociologia dell’agire politico. Bauman, Habermas, Žižek, Studium, Roma, 2014, e ha diretto e curato La filosofia politica nell’età globale (1970-2010), Mimesis, Milano 2013. Ha pubblicato, inoltre, saggi e contributi su volumi collettanei e su varie riviste accademiche, cartacee e online.


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