SPECIALE ROMA TRE FILM FESTIVAL
CHE “GENERE” DI CORTI? IL FESTIVAL COME STRUMENTO E LA FORMA BREVE COME MISURA

Vacanza

Quando si pensa al “corto metraggio”, da un lato emerge la memoria storica del cinema e dall’altro l’attualità della forma breve. Il cinema infatti – si dice spesso – nasce corto e, potremmo aggiungere, continua ad esserlo nelle sue molteplici declinazioni contemporanee. Dietro alla locuzione neutra del valore quantitativo, il “corto” appunto, vi è dunque un principio di trasversalità che intreccia codici estetici e tecniche, generi e forme narrative. Proveremo qui a riflettere a margine del concorso internazionale di cortometraggi under trenta “Carta Bianca Dams”, che prende forma nell’ambito del Roma Tre Film Festival 2018. Un festival universitario che, giunto alla sua tredicesima edizione, si propone come scenario in cui far emergere le affinità tra il mondo della formazione, la riflessione teorica sull’audiovisivo, e la pratica filmica e che proprio nella libertà espressiva e nel modo di produzione che caratterizzano la durata breve trovano un terreno di sperimentazione comune.

 

Poiché una delle prime osservazione che il cortometraggio sollecita è la ricchezza di possibilità espressive all’interno di una filiera produttiva estesa e di un circuito distributivo legato principalmente alla dimensione dei festival (in Italia ci sono attualmente oltre millenovecento festival del cortometraggio. Per consultare l’elenco dei festival in Italia scanditi per mese e regione si fa riferimento alla testata giornalistica on line www.cinemaitaliano.info – ultima consultazione 31 maggio 2018) – quindi con una sua specifica audience – può essere utile uno sguardo retroattivo che metta in relazione questi elementi. Ciò che infatti sembra emergere da un concorso con tali caratteristiche è la qualità, propria tanto del cortometraggio quanto della forma concorso, di configurarsi come dispositivo virtuoso di produzione di nuovi linguaggi visivi più che soltanto di strategie di racconto. Rifletteremo dunque sulle qualità espressive di alcuni cortometraggi in concorso, mettendo in luce l’aspetto sperimentale legato allo sconfinamento spesso coraggioso e senza falsi pudori verso territori differenti, secondo un principio di “orizzontalità” che pensiamo abbia contribuito nel tempo a legittimare il cortometraggio come categoria autonoma e non solo come prova di esordio di giovani registi. Uno sguardo retroattivo sul festival ma volto a ciò che prende forma nel più complesso sistema culturale.

 

 

Cosa “misura” il corto?

 

Alle porte degli anni 2000 nel contesto del XVIII Convegno Internazionale di Studi sul Cinema e gli Audiovisivi di Pesaro si svolse la tavola rotonda dal titolo “Il cinema Altro: il cortometraggio” in cui diversi studiosi ragionarono intorno a una possibile “tassonomia della misura”, riferendosi sia alla complessità temporale della forma breve, sia ad essa in quanto norma della differenza rispetto al lungometraggio (sappiamo che la durata del cortometraggio può variare da pochi minuto fino a settantacinque; nella maggior parte dei casi, questi lavori brevi non superano i venti o trenta minuti). Dunque prendevano in considerazione il corto in termini di durata e non di “genere” cinematografico. Siamo portati a pensare infatti che, sottraendo tempo, si sottraggano possibilità, che diminuendo la durata non si possa andare oltre il racconto breve e che nel corto risieda dunque l’opportunità di un esercizio più che essere una forma espressiva con una propria autonomia.

Ma ciò che sembra raccontarci il concorso di questa edizione del Roma Tre Film Festival è piuttosto il contrario, come dimostrano i tre cortometraggi vincitori di questa edizione: Nightshade (14’30’’) di Shady El-Hamus, Choice (10’00’’) di Rafael Valerio e Gong! (16’05’’) Di Giovanni Battista Origo. Vincitore il primo, menzione speciale della giuria il secondo e premio del pubblico il terzo. Unità di tempo e di spazio e una parabola narrativa che non prevede nessun “oltre” l’immagine, sono tre situazioni, tre momenti, in cui accade qualcosa. Questo è l’elemento comune a questi lavori, possibilità che risiede proprio nella breve durata. Come queste situazioni narrative siano elaborate sul piano dello stile espressivo è ciò che differenzia i tre vincitori in maniera forte. Nella breve durata si ha molta libertà, sembrano confermare i tre lavori, e nessun obbligo di esaudire parabole narrative e risoluzioni psicologiche dei personaggi.

 

 

I tre corti vincitori

 

Un incidente nella notte mentre un bambino di 11 anni aiuta suo padre a trasportare migranti clandestini nei Paesi Bassi. Questo è Nightshade, sesto cortometraggio dell’olandese Shady El-Hamus. Un film drammatico prodotto dalla Rouge Film di Londra nel 2017 e distribuito in Italia dalla Zen Movie Distribuzione, interessante contesto distributivo del cortometraggio nato un paio di anni fa come estensione della casa di produzione che porta lo stesso nome.

Nightshade di Shady El-Hamus

Un dramma raccontato attraverso un uso espressivo del fuori fuoco che alimenta la presenza di ciò che non è visibile, e una cura nel primo piano che investe tutta la superficie dello schermo come unico piano che richiede una lettura.

 

Di tipo differente è invece Choice del brasiliano Rafael Valerio. Un corto girato nell’ambito del progetto CinemadaMare, festival di cortometraggi internazionale itinerante nato nel 2003 la cui funzione è quella di creare le condizioni per l’incontro di competenze tecniche e sensibilità artistiche differenti che possano collaborare durante il tempo della residenza. Un centro di produzione, se vogliamo. Choice fa irrompere lo spettatore in un contesto di intimità, una conversazione tra due personaggi che non si conoscono ma che hanno appena avuto un rapporto sessuale.

Choice di Rafael Valerio

Il set è un’utilitaria, un luogo claustrofobico raccontato attraverso la presenza di una macchina a mano che indugia sui due uomini come fosse un terzo passeggero dell’auto. Anche qui nessuno spazio a ciò che risiede dietro il fatto e l’immagine. Un sentimento di disagio viene piuttosto condiviso con chi guarda ma senza lasciare spazio a facili moralismi nonostante affronti la pedofilia come terreno perverso del conflitto.

 

E infine Gong!, un corto calligrafico ed estremamente equilibrato. Una commedia divertente scritta sulla falsa riga del teatro pinteriano. Ambientato tra le mura di un appartamento della borghesia romana, attraverso un lungo piano sequenza lascia ondeggiare lo spettatore al ritmo umorale di una conversazione tra coniugi. Un piano sequenza che con estrema precisione codifica la nevrosi dei due personaggi, ai quali si aggiunge in coda il figlio, attraverso un inseguimento che bada solo ai soggetti, lasciando fuori lo spazio se non in quanto set in cui questi di muovono, contro cui urtano, in cui incappano.

Gong! di Giovanni Battista Origo

Non vi sono paesaggi, campi lunghi, inquadrature fisse. In tutti e tre i lavori vi è una macchina a mano che sta addosso ai personaggi e che non lascia spazio ad altro se non a ciò che si manifesta attraverso il filtro delle micro espressioni e più in generale dei corpi.

 

 

Il concorso

 

È interessante la scelta della giuria tecnica(i membri della giuria del “Carta Bianca Dams” 2018 sono: Alex Marlow-Mann, Stefano Consiglio, Wilma Labate, Mimmo Rafele, Toni Trupia) e del pubblico di prediligere tre cortometraggi che, come abbiamo visto, si muovono sullo stesso crinale stilistico seppur sfruttando matrici appartenenti a generi alquanto differenti. È proprio questo aspetto che rende particolarmente interessante riflettere sulla proposta offerta dai ventiquattro cortometraggi in concorso. Abbiamo suggerito che proprio nella durata breve può risiedere quella virtuosa leggerezza nello sconfinamento tra i generi cinematografici che spesso contribuisce a restituire la forza di un evento oltre la sua risoluzione narrativa in senso classico. Un principio di libertà che si ripercuote anche sulla scelta delle storie da raccontare, storie che spesso sollevano nodi problematici sovente assenti nel lungometraggio distribuito in sala.

 

Torniamo così a ribadire il senso laboratoriale di cui il corto si fa carico nel panorama audiovisivo e che coinvolge necessariamente la più ampia idea di mercato e le politiche culturali in senso lato. È forse per questo che nessun’altra filiera produttiva del settore è in grado di estendersi dal videoclip all’animazione, dalla libertà dello sguardo autoriale al puro esercizio di stile. In tal senso la convergenza all’interno di un singolo concorso di molteplici tendenze deve molto alla durata breve come possibilità creativa e non come semplice contenitore. È la possibilità di giocare con le variazioni senza appartenere a campi predeterminati che rende interessante tanto il processo creativo di sviluppo dei soggetti quanto i cortometraggi come oggetti estetici, oltre che una ormai acquisita competenza dei giovani autori nel maneggiare la leggerezza delle tecnologie digitali. È questa ricchezza di funzioni possibili che rende interessante lo sguardo sui festival di cortometraggi come pratica distributiva (Furxhi, Stucchi 2006; Zagarrio 2009).

 

Con questo sguardo ampio e orizzontale crediamo vadano visti i ventiquattro corti internazionali in concorso, uno sguardo che riconduce al cinema ciò che comunemente si considera ad esso esterno, o di secondario valore estetico, e non viceversa. Se dunque il videoclip nasce alla fine degli anni Settanta in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America per pubblicizzare le canzoni e i cantanti all’interno delle casa discografiche, il corto Vacanza di Nicola Pascucci sfrutta al contrario il ritmo musicale di un brano inglese di una band math-rock/sperimentale pesaerese per mettere in scena l’ambiguità di un intreccio narrativo in cui il concatenamento di senso tra le scene è appunto determinato dalla ritmica emozionale della musica.

Vacanza di Nicola Pascucci

 

O anche Ratzinger vuole tornare, cortometraggio di Valerio Vestoso – già candidato ai nastri d’argento – sulla falsa riga grottesca di Cinico TV di Ciprì e Maresco, mette insieme frammenti di televisione spazzatura, grafica ipertrofica del quotidiano e inserti di puro cinema, in un’idea che riflette il potere mediatico del contemporaneo. Così Ratzinger viene descritto come una fantasia pop pronta a calcare nuovamente il palcoscenico vaticano.

ratzinger

Ratzinger vuole tornare di Valerio Vestoso

 

Di grande interesse anche il corto di animazione dal titolo Sea di Marharita Tsikhanovich che suggerisce proprio una riflessione sullo scorrere attraverso uno stile che sfida il tempo. Il divenire continuo delle forme attraverso il movimento mai statico del tratto grafico sembra indicare allo spettatore una strategia riflessiva sul concetto stesso di racconto, attraverso una “penna” che senza posa traccia sullo schermo continue capriole narrative: una riflessione sul cinema stesso, forse, sul movimento incessante della vita e sulla molteplicità dei codici che lo spettatore è perfettamente in grado di leggere. Il ricordo giunge rapido ai lavori di Simone Massi, illustratore e cineasta che, forse non a caso, ha firmato la sigla della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dal 2012 al 2016.

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Sea di Marharita Tsikhanovich

 

Se, come tutti ricordiamo, nel 1976 Nanni Moretti faceva dire al pubblico del cineclub «no, il dibattito no!», suscitando l’ilarità verso una consuetudine considerata provocatoriamente superata, è in questo scenario appena descritto che forse vale la pena riflettere collettivamente sull’opportunità propria della riflessione condivisa. L’audience dei festival, come già detto, ha una sua identità più definita rispetto allo spettatore televisivo o della sala – quest’ultimo ormai sempre meno assiduo – e un festival universitario non può che avere come vocazione l’intreccio tra riflessione e pratiche della visione con l’obiettivo di mettere a punto una strategia culturale che apra al futuro senza dimenticare la sua storia. «Poiché avere una tradizione – come scrisse Pavese a proposito di Melville – è meno che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla».

 

 

Bibliografia:

 

L. Furxhi, G. Stucchi (a cura di), Le forme del corto. Rapporto sui corti italiani, Centro Nazionale del Cortometraggio 2006.

L. Malavasi (a cura di), Autori in breve. 10 anni di corti in Italia e in Inghilterra,XVIII Rassegna Internazionale Retrospettiva, Fondazione Pesaro Nuovo Cinema 19 – 24 ottobre.

V. Zagarrio (a cura di), Gli invisibili. Esordi italiani del nuovo millennio, Kaplan, Torino 2009.


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Malvina Giordana

Malvina Giordana ha conseguito nel 2018 il Dottorato di Ricerca all’Università di Roma Tre con una tesi dal titolo: “Media, ambienti, paesaggi. Dalla prospettiva centrale alla prospettiva cosmica". Nello stesso ateneo è cultrice della materia per la cattedra di "Istituzioni di regia, film e tv" e "Hollywood film". Ha partecipato a diversi convegni internazionali e ha pubblicato saggi su riviste scientifiche.


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