Filosofia dell’automatismo


 

 

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Per descrivere la pratica attoriale, Jerzy Grotowsky amava parlare di una “via negativa”. Vorrei avvalermi della medesima espressione per descrivere il percorso abbozzato all’interno dell’ultimo lavoro di Igor Pelgreffi: Filosofia dell’automatismo. Verso un’etica della corporeità (Orthotes, Napoli-Salerno 2018). Per comprendere il modo in cui l’autore si pone rispetto al problema dell’automatismo, occorre smarcare il suo pensiero dalla posizione ingenua di chi tende a utilizzare questo termine riferendosi esclusivamente al carattere passivo del soggetto in relazione alla funzione passivizzante dello strumento digitale.

Si può concedere un margine di utilità a questa posizione qualora s’intenda raggruppare – attraverso un’etichetta di comodo – una serie di fenomeni che caratterizzerebbero, curiosamente, soltanto la nostra epoca “ipertecnicizzata” (“un’epoca di automi!”, come si sente spesso dire), ma essa non ha valore effettivo per un’analisi filosofica del tema in questione. Quest’ultima, infatti, dovrebbe quantomeno interrogare il problema, prima d’inquadrarlo, frettolosamente, come il risultato di uno “stato d’allerta” provvisorio, al quale si dovrebbe far fronte attraverso delle misure che, una volta attuate, consentirebbero di liberare il soggetto da tutto ciò che mette in discussione la sua piena autonomia.

Una tale impresa, tuttavia, è tutt’altro che semplice. Come suggerisce Pelgreffi, infatti, l’interrogazione sull’automatismo non può che muovere da una preliminare negazione, poiché l’automatismo è qualcosa che non si sa: qualcosa che, nel corpo,«accade da sé (autos)» (p. 14). Riflettendo sull’automatismo, insomma, ci si addentra all’interno di una zona oscura, opaca; talmente profonda da impedire anche solo di visualizzare una linea di confine che separi ciò che è automatico da ciò che non lo è. Nessuno può visualizzare chiaramente questa soglia, tantomeno il filosofo, se è vero ciò che insegna a domandare Nietzsche: non vi è forse un elemento di ripetizione – che va da sé, appunto – anche all’interno del suo “libero” pensiero? Come può la tradizione scritta della filosofia, alla quale questi sempre si rivolge, non influenzare le sue credenze? Essa non lo costringe, almeno in parte, sui binari della passività?

Per cogliere questo sconfinamento di razionale e volontario – il quale conduce, com’è chiaro, a un ripensamento del concetto di libertà – più che al filosofo, però, sarà utile guardare a un’altra figura di cui Pelgreffi tratta all’interno del suo testo: l’attore. La parola parla chiaro: actor deriva dal latino actus, agere, e rimanda, così come una delle due accezioni di drama (termine greco che indica dramma messo in scena, agito, appunto, dall’attore stesso) all’azione. Eppure, sottolinea Pelgreffi, l’attore non è soltanto «puro atto: è anche ripetizione» (ibidem), poiché il dramma, prima di essere agito, è faticosamente mandato a memoria. Il gesto attoriale, apparentemente naturale, spontaneo, automatico, è cioè il risultato del lungo e faticoso lavoro del Leib, del corpo vivo dotato di «un’autonomia vitale che gli permette di auto-organizzare le risposte e di sorprendere “dall’interno” il soggetto cosciente» (p. 136); del lavoro del corpo addestrato – saturo di prove ripetute – ma mai gestibile del tutto, in quanto luogo di sconfinamento di attività e passività, interiorità e ripetizione.

Se l’attore, come diceva Grotowsky, «deve essere in grado di risolvere tutti i problemi del suo corpo che gli è possibile intendere» (Per un teatro povero, Bulzoni, Roma 1970,p. 44), allora il vero “dramma” risiede nel fatto che un compito del genere non può che sconfinare nell’illusione di una falsa etica – un’etica fondata sulla vana pretesa della piena autonomia della coscienza rispetto corpo – se non si guarda alla de-automatizzazione come a un infinito esercizio di negatività, il quale consiste nell’abituarsi a de-automatizzarsi stando dentro, e non fuori, a uno schema automatico.

Non si può balzare fuori dai propri automatismi, ma la «forza debole» (p. 218) della via negativa tracciata da Filosofia dell’automatismo. Verso un’etica della corporeità, risiede proprio nell’aprire una breccia verso un’etica che auspichi alla formazione di un soggetto capace, semplicemente, di esercitarsi a recitare, come l’attore, la propria parte – anche in senso politico – avvicinando la possibilità – attraverso l’esercizio – d’improvvisare anche partendo da un copione già scritto. In ultima analisi, come diceva Pascal, è l’abitudine – vissuta all’interno di quel nucleo di resistenza che è il nostro corpo, nell’abitudine primordiale che noi stessi siamo – a piegare l’automa. Quella stessa abitudine che Proust, a ragione, descriveva come una «ordinatrice abile ma assai lenta, che comincia col lasciar soffrire il nostro spirito per settimane in una installazione provvisoria; ma che nonostante tutto esso è ben fortunato ad incontrare» (La strada di Swann, Einaudi, Torino 1998, pp. 10-11), giacché, senza l’abitudine, verrebbe meno la possibilità di abitare criticamente i nostri automatismi: di abituarci, appunto, a dissentire ripetendo.

 

Vittoria Sisca


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