Intelligence francofortese e Cultural Cold War

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La collaborazione a vario titolo e spesso in posizioni dirigenziali dei filosofi con le agenzie di intelligence ufficiali o camuffate durante la seconda guerra mondiale e anche successivamente, soprattutto in ambito anglo-americano, è nota. Se quest’ultimo può essere assunto come un modello teorico ed operativo, può risultare utile chiedersi se vi sia la possibilità di riscontrare eventi di connessione tra agenzie di intelligence e intelligenza filosofica anche in altre zone geografiche in quel periodo e anche successivamente. Per esempio che cosa accadeva in Italia, in Francia o in Germania? Per limitarci solo a quest’ultima, direi che può risultare interessante che cosa accadeva a Francoforte, o meglio nella Francoforte emigrata negli Stati Uniti. La diffusione a livello di massa delle relazioni tra Marcuse e l’intelligence americana è databile dall’articolo di Angelo Bolaffi su “Repubblica” del luglio 2016. Esso ha reso noto un particolare non secondario che gli specialisti già conoscevano, per lo meno da quando Cohn-Bendit chiese direttamente a Marcuse, in una conferenza romana del 1969, i motivi del suo lavoro alla Cia. Ebbe buon gioco Marcuse a negare di aver lavorato con la Cia. In effetti con quella agenzia non lavorò, lo fece bensì per lo meno con l’Oss. È un caso isolato, si dirà, che il profeta della contestazione degli anni Sessanta abbia voluto nascondere il suo passato di analista all’Oss e la sua attività per il Dipartimento di stato e per gli istituti di studi russi di due università americane fino al 1953, cioè poco prima di pubblicare Eros e civiltà. Ma che dire allora di un altro nutrito gruppetto di francofortesi emigrati negli Stati Uniti, quali Leo Löwenthal, Friedrich Pollock, Arkadij Gurland, Otto Kirchheimer e soprattutto Franz Neumann? Dico soprattutto per quest’ultimo perché fu lui ad organizzare e dirigere l’ufficio dal quale alcuni degli altri dipendevano, e fra questi Marcuse. Neumann era responsabile (Deputy Chief) dell’ufficio della Central European Section dell’Oss. Egli si trovò a dirigere un gruppo di lavoro di cui facevano parte altri francofortesi, lo scienziato della politica di origini russe Arkadij Gurland e il giurista Otto Kirchheimer, entrambi consulenti dell’Oss, rappresentanti di un gruppo dai forti interessi nel campo delle scienze economiche e giuridiche,  principali sostenitori con Neumann dell’interpretazione del nazismo come assolutismo totalitario. Dal loro lavoro sono usciti testi fondamentali per la comprensione della società moderna dai quali dipendono molti dei concetti dei loro colleghi più noti. In particolare si deve ritenere Marcuse in questo periodo debitore soprattutto di Neumann per l’interpretazione del nazismo e negli anni Cinquanta di Pollock per l’interpretazione del ruolo della tecnologia. Ad essi si devono aggiungere, come membri del gruppo di francofortesi emigrati in America, il futuro sociologo della letteratura Leo Löwenthal, consulente dell’Owi (Office of War Information), e l’economista e sociologo Friedrick Pollock, consulente del Ministero della giustizia. Proprio uno studio di Pollock rappresenta l’unico antecedente di un’indagine su problemi affini a quelli del marcusiano Soviet Marxism. In un saggio del 1929 sulla pianificazione economica in Unione sovietica, esprimeva una ambivalenza di giudizi su quella società analizzata dal punto di vista dell’economia di piano. In Automazione c’è invece l’idea che la tecnologia sarebbe già in grado di permettere il benessere a tutti, che sarà alla base delle teorie marcusiane. Questo vecchio testo sull’automazione tecnologica contiene un eccellente esempio di applicazione di strategie di intelligence alla ricerca sociale. Si consideri il seguente brano contenuto nella conclusione: «Il maggiore ostacolo ad una direzione razionale dell’economia a scopi che non fossero di guerra, era costituito finora dal problema di mettere tutte le informazioni necessarie tempestivamente a disposizione delle autorità responsabili delle decisioni» (Automazione, tr. it. Einaudi,p. 292). Esso contiene, come è del tutto evidente, lo scopo del ciclo dell’intelligence: fornire informazioni ai decisori.  Pollock fu legato per tutta la vita da una profonda amicizia con Horkheimer, con cui trascorse gli ultimi anni di vita a Montagnola nel canton Ticino, ed era stato uno dei due fondatori dell’Istituto per le ricerche sociali. L’altro era Felix Weil, figlio di Hermann, l’uomo che deteneva il monopolio mondiale del commercio di cereali dall’Argentina. Poiché il finanziamento iniziale venne dal padre si può credo tranquillamente affermare che la vera origine, cioè quella finanziaria, dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte deve essere individuata nella liberalità della grande borghesia ebraica che controllava settori chiave delle transazioni economiche internazionali. La presenza di Neumann, Marcuse, Gurland, Kirchheimer, Löwenthal e Pollock come analisti a vario titolo nell’intelligence americana è numericamente piuttosto rilevante, è un po’ come dire mezza Francoforte, o meglio quasi tutta la Francoforte americana tranne Adorno, Horkheimer e pochi altri. I due maestri francofortesi furono interpellati ‘dal governo’ ma rinunciarono ad impegnarsi direttamente. Erano comunque al corrente dell’impiego dei loro colleghi.

Una giustificazione ulteriore della partecipazione dei filosofi alle analisi intelligenti è quella di tipo economico. Horkheimer e Adorno disponevano di patrimoni che permettevano loro di rifiutare offerte di lavoro di dubbia affinità con chi professa una teoria critica della verità sociale. Gli altri però dovevano pur lavorare. Se facciamo il conto sono sei. Ai quali aggiungerei altri due che ebbero rapporti meno organici con l’Istituto ma che pur sempre vi collaborarono con interventi sulla rivista, come Franz Borkenau, ed uno che a Francoforte fu solo di passaggio per un semestre e che però è niente di meno che Richard Sorge, forse una delle più grandi spie del secolo, secondo alcuni. Sorvolando su quest’ultimo, non sono comunque un numero trascurabile se pensiamo che coloro che ne stavano fuori sono solo pochi altri fra i più noti, come per esempio Wittfogel e Grossmann, sui quali non vi sono evidenze. Pochi o tanti che fossero sul totale, quel che conta è che tutta la Francoforte americana più nota, esclusi i due prìncipi informati Horkheimer e Adorno e pochi altri, hanno avuto rapporti prolungati di collaborazione con le agenzie di intelligence di quel paese che consideravano un sistema fascista camuffato da democrazia liberale e falsamente tollerante. Il sistema di potere delle società totalmente amministrate non ha niente da imparare dai sistemi politici ad economia pianificata né per quanto riguarda il controllo sociale, operato attraverso i media e l’industria culturale, né in campo di pianificazione e regolamentazione sociale. È questa l’ipotesi che si fa strada, pur tra distinguo, fra i francofortesi. Tra i distinguo si trovano i dibattiti sul capitalismo di stato, il crollismo, la pianificazione e il giudizio sul nazismo. All’interno del gruppo dei francofortesi americani vi era una distinzione tra quelli che sostenevano la spiegazione delle grandi società di massa e totalitarie (Urss e Germania) con la tesi del capitalismo di stato (Pollock, a cui aderivano, dall’esterno, anche Horkheimer e Adorno) e quelli che invece le contrapponevano la tesi dello stato totalitario (Neumann, Kirchheimer e Gurland) a cui aderiva anche Marcuse. A dettare la linea e ad aprire nuove strade di teoria politica nei primi anni Quaranta non è Marcuse, che ancora si attarda su ragione e rivoluzione in Hegel, ma Pollock, Neumann e Horkheimer. E dall’esterno il James Burnham de La rivoluzione manageriale, pur ammessa la sua dubbia originalità, pare infatti ‘profondamente influenzata’ dalle tesi di Bruno Rizzi. Si potrebbe addurre che pare legittima e giustificata la collaborazione di filosofi con uffici di intelligence che combattevano contro il nemico nazista. E questo è accettabile, ma che dire quando la collaborazione non si interrompe alla fine della Guerra e prosegue per molti dei successivi anni della guerra fredda? Anche qui si potrà obiettare che in questo caso si trattava di una utilizzazione di mano d’opera intellettuale in funzione della lotta ideologica anticomunista. Ovvero di quella che Frances Stonor Sanders chiama “la guerra fredda culturale”. In questo affiancati da altri filosofi americani come il già nominato Burnham, ex trotzkista e poi ispiratore conservatore del maccartismo e Sidney Hook, prima marxista e poi liberal. D’accordo, ma Marcuse? Che cosa c’entra Marcuse con l’epurazione ideologica anticomunista? Ecco che si spiegherebbe il ruolo di Soviet Marxism, il testo che Marcuse ricava dalla sua collaborazione con i Russian Institute della Colombia e di Harvard. Attenzione però, se si rilegge quel libro che viene indicato come contenente una dura critica del marxismo sovietico e pertanto anche della degenerazione di quel regime, si noterà che la seconda e conclusiva parte (quella sull’etica, la prima era invece dedicata alla politica) è tutt’altro che critica e negativa nei confronti dell’etica sovietica. Se ne era già accorto Leonardo Casini nel suo libro su Marcuse maestro del 1968 (Roma 1981). Non regge pertanto la tesi di un utilizzo di Marcuse in funzione anticomunista. Pur criticando il marxismo sovietico egli ne esaltava l’etica del lavoro solidale. A quel punto però, cioè all’epoca del libro sul marxismo sovietico (1958), non ci sono più tracce di collaborazioni di Marcuse con agenzie di intelligence. Va alla Brandeis e poi a San Diego in California, e diventa famoso. È noto che la fama gli venne dal libro del 1964. L’uomo ad una dimensione uscì lo stesso anno della protesta di Berkeley. Marcuse diventa una star, un profeta della contestazione, una delle tre M del 1968, matura in lui l’utopia estetica, poi una vena ecologista ed infine anche una femminista. Tranne la contestazione di Roma, che l’Avanti sospettò organizzata dalla destra e che comunque non gli impedì di allontanarsi col pugno chiuso levato in aria sulle note dell’Internazionale, non risultano altri episodi di scontro con il movimento studentesco. Non fu lo stesso per Horkheimer e soprattutto per Adorno, cioè per i soli che si erano tenuti fuori dagli “impegni con il governo” negli Stati Uniti. Tornati molto presto in Europa, i padri della teoria critica, non solo non vengono ricordati per una loro particolare influenza sui giovani contestatori, ma vennero addirittura da essi pesantemente contestati. È noto che lì finì la loro sia pure effimera vicinanza con gli studenti. Quando Adornò chiamò la polizia e fece arrestare i contestatori.

Ecco, è bene sapere in quest’anno di celebrazioni sessantottesche quali sono stati i modelli dichiarati e riconosciuti del movimento studentesco anche in quelle dimensioni della loro esistenza che hanno preferito non fare emergere pubblicamente.

Ci sarebbe poi una conclusiva perplessità geolocalizzata sull’Italia. Perché i testi più ideologici di due filosofi accademici, che non risultano fra i più noti nel ranking dei pensatori americani dell’epoca, come Burnham e Hook vengono tradotti con tempestiva sollecitudine, in media ad un anno di distanza dall’edizione in lingua originale, in Italia da Arnoldo Mondadori e dalle edizioni de Il Borghese? Cultural Cold War.


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Enrico Petris

Enrico Petris insegna Storia e Filosofia al liceo “G. Marinelli” di Udine, dove organizza le “Lezioni di storia aperte alla città”. È membro del direttivo della Sezione Friuli Venezia Giulia della Società Filosofica Italiana. Ha pubblicato Rosso, nero e Pasolini, Mimesis, 2015


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