A proposito della rifascistizzazione dal basso

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Sono d’accordo con lo storico Claudio Vercelli (cfr. La fascistizzazione dal basso. Casa Pound, «Doppio­­­zero», 7 dicembre 2017: http://www.doppiozero.com/materiali/la-fascistizzazione-dal-bas­so) nel considerare gli anni Novanta del secolo scorso come momento epocale in cui in Italia si assiste a un «giro di boa», dovuto sostanzialmente al recupero inatteso e alla sorprendente legittimazione delle vecchie forze di destra che dalla morte di Almirante ristagnavano all’interno dell’Msi. Una svolta, aggiungerei, non solo sorprendente, ma anche spiazzante, perché fino all’ultimo momento gli elettori italiani, vista la fin troppo stretta vicinanza tra Craxi e Berlusconi, si aspettavano (in ciò è consistito il primo di una lunga serie di inganni nei loro confronti) che l’imprenditore milanese si coalizzasse con forze politiche dell’area della sinistra o del centro-sinistra. Così non avvenne. Ma gli Italiani si illusero ugualmente che votando per il Cavaliere si votasse in qualche modo per la sinistra. Da qui i massicci consensi derivanti dai vecchi quartieri operai. Consensi, come direbbe Vercelli, provenienti “dal basso”. Questo ci fa subito capire che – sebbene sia Primo Levi (Appendice di Se questo è un uomo) sia Nuto Revelli (Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana, 2003) abbiano accennato a una specie di “incistamento” del fascismo in Europa e del suo particolare radicamento in Italia – l’attuale rifascistizzazione dal basso è iniziata nel nostro Paese proprio con il berlusconismo.

Quel recupero delle destre, pertanto, non poté che essere funzionale all’affermazione di Forza Italia, la quale, oltre alla cooptazione della Lega, non ha esitato nel voler deliberatamente riportare in auge le istanze nazionaliste e presidenzialiste della destra moderata o finiana. In tal modo ha però trascinato con sé anche tutte quelle frange di estrema destra vicine a Rauti, le quali aspiravano, come dice Vercelli, a una ripresa dello spirito di San Sepolcro, come pure di quello di Fiume e di quello, violento e vessatorio, che aleggiò sul triestino hotel Balkan e che accompagnò la baldanzosa marcia su Roma, in contrapposizione allo spirito conciliativo di Fiuggi. Uno spirito che allora, come oggi, poté e può elevarsi solo sulla base di un corpo politico debole e addirittura a tratti diafano e assente, come pure da tutto quello che restava e che resta di una sinistra altrettanto destrutturata e divisa.

Una ripresa che si ripropose secondo le più diverse modalità, politiche non meno che stilistiche. Certo, venuto meno il bipolarismo Usa-Urss, non potendo più contare sull’inesistente pericolo di un ritorno del comunismo, malgrado quello strumentalmente paventato da Berlusconi, la destra, non solo quella italiana, è stata costretta a rimodulare la sua impostazione critica nei confronti del globalismo economico ed etnico. È stato infatti il fallimento della globalizzazione politica, soprattutto quello dell’Unione Europea, a stimolare la rimodulazione che oggi – ne aveva fatto un’attenta disamina anche Bauman in L’Europa è un’avventura (Laterza 2004: si vedano tal proposito i miei due contributi apparsi sugli Scenari di Mimesis: http://mimesis-scenari.it/author/franco-di-giorgi/) – si ripresenta sotto forma di “diritto alla comunità”, facendo ricorso a semiologie, a sintassi, a sintagmi (il gesto violento, l’accenno blasfemo antisemita, la sfida anticostituzionale, l’irruzione in terreni istituzionali e in generale tutto ciò che Vercelli racchiude nell’espressone «vivere il fascismo, più che pensarlo»), a tutto un discorso “ideologico” che l’attuale politica  sembra assolutamente incapace di decifrare e di comprendere.

 

Il recente blitz di Forza Nuova (6 dicembre) sotto la sede romana del quotidiano “la Repubblica” si può infatti considerare uno (ma, molto probabilmente, non l’ultimo) degli elementi di un arazzo la cui trama ora comincia ad essere più evidente. Qui l’espressione “l’ennesimo atto intimidatorio” non sembra sufficientemente adeguata, perché rende subito l’idea di un qualcosa di vago, di confuso e quindi di sfuggente. Il fenomeno, invece, come si può vedere, non ha più le fattezze raccogliticce di un rituale estivo rapsodico, ma col tempo sta assumendo sempre più, come dicevo, l’ordine logico di una sintassi di cui fin qui, per leggerezza e per sottovalutazione, si è trascurata l’analisi rigorosa, a tutti i livelli. Proviamo quindi a riprendere a ritroso il filo di questo discorso perverso.

Qualcuno, per caso, si accorge che dentro a una stanza di una caserma dei carabinieri di Firenze compare una bandiera con il simbolo del Secondo Reich. La cosa fa pensare subito ai cosiddetti poscritti, ai Freikorps, i quali, approfittando della fiducia accordata loro dal nuovo governo tedesco, dal momento che vennero cooptati nella lotta contro i pericolosi comunisti bolscevichi, determinarono dall’interno la caduta della Repubblica di Weimar, gettando così le basi per il passaggio al nazismo.

Nella sede di un’associazione pro-migranti di Como, fa irruzione un gruppo del Veneto Fronte Skinhead. Viene letto un testo, nel quale si afferma che, occupandosi di quei poveri disgraziati, i membri di quell’associazione stanno rovinando la loro patria. Si definiscono pertanto dei “patrioti”, ossia nello stesso modo in cui si definì quel giovane esponente di Rebel Firm che a fine settembre, dopo aver tentato di rendere pubblico un campo per esercitazioni militari, venne benevolmente ascoltato da un esponente del Consiglio comunale di Ivrea. In quella stessa Ivrea, tra l’altro, in cui qualche mese prima (luglio) esponenti della Decima Mas avevano chiuso con una saldatura il foro su un palo di ferro, foro che era stato provocato da una scheggia del ponte che i partigiani eporediesi avevano fatto saltare per non consentire ai nazisti, durante l’occupazione, di trasportare merci, e quindi per evitare di fatto il bombardamento alleato sulla cittadina canavesana.

Sempre nel luglio, ma poi anche in settembre, in occasione della Festa dell’Unità (nonostante le schermaglie in occasione del referendum istituzionale), l’Anpi lamentava la mancanza di reazioni politiche forti di fronte al blitz di Casa Pound a Palazzo Marino. Un’amarezza che in ottobre registrerà anche il sindaco di Grado, allorché il medesimo gruppo neofascista aveva fatto irruzione in Comune impedendo che si votasse in merito alla legge sui profughi. La delusione del sindaco derivava sia dal fatto che i carabinieri, sebbene interpellati, si rifiutarono di mettere fine a quella intrusione, sia dall’impotenza dello Stato, il quale, dichiara sconsolato il primo cittadino, “chiede ai cittadini di accogliere i profughi (..) ma poi (non facendo intervenire i carabinieri) lo lascia da solo in ostaggio di un gruppo di neofascisti”.

Tra l’altro, la nuova ricomparsa dei carabinieri nell’ordito di questo cupo arazzo italiano da un lato ovviamente dispiace, ma dall’altro sorprende, specie dopo la recente proposta, ad un tempo spiazzante e inquietante, avanzata dal fondatore di Forza Italia, di scegliere come candidato a premier del centro-destra un generale dell’Arma.

Per non far mancare nulla e per rimarcare in questo torbido intreccio anche l’elemento antisemita, alcuni tifosi della Lazio distribuiscono nei pressi di uno stadio la fotografia di Anna Frank con la maglia della Roma. Come pure le parole offensive rivolte, all’interno del Parlamento, da un deputato nei confronti di un collega che in luglio aveva proposto l’estensione di una legge tesa a punire «chiunque propagand(i) le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco». E ciò a causa del fatto che nel frattempo il titolare di uno stabilimento balneare di Chioggia aveva tranquillamente tappezzato il suo lido con espressioni inneggianti al regime mussoliniano.

Nell’estate del 2016, a metà giugno, a soli tre giorni dal varo della legge sul negazionismo, mezza Italia, infine, come si ricorderà, si era indignata perché il “Giornale” offrì gratis ai suoi lettori una copia anastatica del Mein Kampf.

Occorrerebbe dunque saper riconoscere in fretta questo fenomeno, individuarne l’ordito, ricostruirne il senso, coglierne il significato, in modo da potersi muovere con tempestività in un simile intrico, tentando così di prevenire i rischi ed evitare i pericoli.

Una testata, ad esempio, non è solo una testata. È anche il marchio di cui occorre saper rilevare e leggere il contenuto. Da esso, volendo, si potrebbe ricavare anche una visione antropologica, quella che ha nella forza bruta, tipica di certi animali che vengono marchiati o tatuati, l’unica legge utile a dirimere ogni genere di questioni. Si tratta di una forza esercitata con violenza, vale a dire tesa a violare la vita dell’altro, forza nella quale vi è la convinzione pervicace di poter, con un singolo e semplice gesto istintivo, risolvere non solo le complessità oggettive e le complicazioni inter-soggettive, ma anche dimostrare la validità, almeno nell’immediato, di una tale azione rispetto ai metodi che culturalmente prevedono un confronto non violento.

Specie in tempi difficili, incerti e confusi come i nostri, e in centri periferici altrettanto poco raccomandabili, atti simili sono percepiti come risolutori, soprattutto quando vengono compiuti da persone che, nella loro rozza semplicità, finiscono con il rappresentare un modello vincente rispetto a quello rappresentato da coloro che non sembrano all’altezza di poter governare il caos, ossia la crisi e la complessità, che questi stessi, volenti o nolenti, hanno determinato con le loro scelte. In altre parole, quel gesto forte svela dialetticamente la debolezza di ciò che, in termini generali, possiamo definire sistema liberal-democratico.

La storia ci insegna però – e non dovremmo mai dimenticarlo, soprattutto oggi – che è da gesti simili, dapprima sporadici e poi sempre più frequenti, quotidiani e quindi alla lunga sistemici, che si impose la visione antropologica fascista e con essa la famigerata marcia su Roma del ’22, la quale prese a modello l’occupazione dannunziana di Fiume nel ’19 e l’incendio dell’Hotel Balkan di Trieste nel ’20, approfittando sia dell’appoggio dei Savoia, spaventati dalla debolezza del liberismo e del dilagare del bolscevismo, sia della scissione della sinistra al congresso di Livorno nel 1921.

 

Anche a causa del neo-protezionismo sbandierato dalle nuove amministrazioni internazionali, europee ed extraeuropee, a partire da quella statunitense, oggi sembra che il tentativo, di sapore umanistico, compiuto da Bauman in quel saggio allo scopo di superare l’antinomia dell’Unione Europea attraverso una rivalutazione delle radici culturali e letterarie europee, sia destinato al fallimento. È alimentando questo fallimento politico, e cavalcando insieme il conseguente fenomeno migratorio, che le “nuove” destre europee intendono oggi richiamarsi non già all’ideale della società aperta e cosmopolita, ma all’ideale della comunità chiusa e vetero-nazionalista. Le ultime elezioni politiche in Germania e in Austria, per non parlare della Brexit, della stessa vittoria della Spagna contro l’autonomismo catalano (ma questa è una storia a sé) e dei governi dell’est Europa, ne sono una prova più che evidente.

A proposito del rapporto tra l’ideale della Gemeinschaft e la figura del neo-fascista contemporaneo – inteso come “proscritto”, ossia come reietto o deietto in cerca della propria autenticità, come patriota incompreso che dai confini in cui è stato finora relegato si batte per salvaguardare l’identità della propria nazione –, il testo di Vercelli, con l’insistere sul valore identitario della Gemeinschaft e persino sulla simbiosi Blut und Boden, invita a ripensare sia ai Proscrittidi Ernst von Salomon (Baldini e Castoldi, 1994) sia soprattutto a La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l’«ideologia della guerra» (Bollati Boringhieri, 1991) di Domenico Losurdo. Giacché, pur collocandosi storicamente nel terzo millennio, tutto l’attuale arcipelago di movimenti dell’estrema destra sembra riconducibile in qualche modo ai Freikorps utilizzati dal governo repubblicano di Weimar in funzione antibolscevica. Anche oggi, infatti, quei reietti vengono utilizzati da partiti che aspirano alla guida del Paese e che sono ideologicamente contrari all’Unione Europea, al globalismo e dunque, ancora una volta, all’internazionalismo. Mutatis mutandis, si torna così di nuovo allo spirito del Mein Kampf. A quella Heimat vissuta come una comunità, come una Gemeinschaft, all’interno della quale soltanto l’individuo, il Mensch, assieme alla sua identità, poteva ottenere anche la sua consacrazione come appartenente alla razza eletta. Anche oggi, infatti, – dice bene Vercelli – «ciò che più conta, ancora una volta, è la comunità di appartenenza, al di sopra di libertà, uguaglianza e solidarietà». Ecco perché a difesa di questa sacra Gemeinschaft identificante e consacrante, osservava Losurdo in quel saggio, c’era il Krieg o il Kampf, ovverosia la lotta, il pólemos. Il quale, secondo la filosofia dell’Occidente, da Eraclito sino a Hegel e da questi ad Heidegger (e non solo), era il padre di tutte le cose. Sulla base di una tale Kriegsideologie si strutturava la Bildung nazional-socialista, ossia la cultura, sulla quale poteva formarsi la Hitlerjugend, la gioventù hitlerana. Una cultura che, come ricordava ancora Losurdo, aveva nella meditatio mortis il proprio Grund, il proprio fondamento. Si tratta di un pensiero da cui l’intero Occidente ha ricavato e sviluppato la pedagogia legata al vecchio mito della “bella morte”, una sorta di Schwarze Milch direbbe Paul Celan, con il quale sono state nutrite e svezzate orde di proscritti. Una meditatio/medicatio su un Tod, dunque, su una morte nella quale ancora Celan, il poeta della Todesfuge, ha scorto ein Meister aus Deutschland, un maestro proveniente dalla Germania.

Certo, oggi questa ideologia, per dir così, “comunitaria”, nel senso però di gemeinschaftlich, pur recandone in nuce tutte le possibilità, non presenta ancora effettualmente quella rigidità o quella fissazione che, sulla scorta dell’analitica esistenziale heideggeriana, l’antropoanalitica di Ludwig Binswanger avvicinava alla “stramberia”. Indubitabile è però il fatto che al fondo di ogni ideologia totalitaria, secondo lo psichiatra svizzero, vi sia non solo l’esaltazione fissata, ma anche appunto la stramberia, intese non già come forme psicopatologiche, bensì come possibilità antropologiche ed esistenziali. L’ideologia totalitaria si annuncia con l’«assolutizzazione di una sola decisione», dal momento che «il soggetto strambo – scrive Binswanger – non “risponde” dei suoi discorsi e delle sue azioni in base all’esistenza in quanto tutto, come vorrebbe la vera responsabilità, non risponde in base alla situazione e alla coesistenza e alla storia, e quindi non risponde né della situazione, né della coesistenza né della storia – e qui l’autore, attraverso Heidegger si richiama anche alle note tesi sulla filosofia della storia presenti nella Fenomenologia dello spirito –; egli risponde di ciò che dice e fa esclusivamente sulla base della sua subordinazione a un concetto “strapotente”, a un’idea o a un “principio”. Perciò è estranea alla stramberia [propria di quell’ideologia] non soltanto l’essenza della discussione, e più ancora quella del dialogo, ma anche quella della storicità in quanto autentica temporalizzazione». E pensando agli effetti funesti che la fissazione e la stramberia proprie di questa ideologia hanno già prodotto nella storia, risulta ancora più interessante l’osservazione di Binswanger, secondo cui quelle due forme dell’esistenza consistono paradossalmente nell’«eccesso di coerenza», in un’estrema e «penosa coerenza» (Tre forme di esistenza mancata (1956), SE 1992, p. 98).

È solo per evitare il ripetersi di questi effetti funesti che andrebbe bloccato sul nascere o perlomeno tenuto sotto controllo ogni «eccesso di coerenza» in questo nuovo proliferare e generale ricompattarsi dei movimenti di estrema destra. I quali sembrano nuovamente cadere in balìa delle proprie idee fisse e dei propri principi assoluti. Un tale compito sembra essere tanto più arduo quanto meno ci si ricorda di quegli eventi funesti. E, specie con il venir meno dei testimoni, diventa impossibile quando non se ne ha più memoria. E ciò, diremmo con Bidussa, sarà un segno del fatto che siamo entrati pienamente nell’età della postmemoria.


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Franco Di Giorgi

Docente di filosofia e storia. Ha pubblicato Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah (2004), Aporia (2004), ha curato per l'Anpi di Ivrea 'A scuola di Resistenza' (2006), ha contribuito al testo 'Dal Risorgimento alla Resistenza (2011, a cura dell'Anpi di Ivrea). Ha pubblicato saggi e recensioni su Rivista di Estetica (1985), Filosofia (1988), Fenomenologia e società (1990), Testimonianze (1995-2012), Paradigmi (1996), Interdipendenza (2006, 2008), Isreael (2006), Nuova Rivista Musicale Italiana (2007-2012), Historia Magistra (2014-2015).


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