Intelligence e filosofia: un rapporto stretto fin dalle origini.

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Nel caso in cui vi sia interesse a rintracciare i rapporti intrattenuti dai filosofi con gli apparati di intelligence a partire dall’epoca in cui questi ultimi sono riconoscibili come strutture stabili degli stati moderni in formazione, risulta necessario allora concentrare l’attenzione sui secoli in cui il processo di formazione dello stato prende avvio. Occorre cioè perlustrare i rapporti tra intellettuali e potere almeno dal XVI secolo. Gli uffici delle agenzie di intelligence degli Stati moderni in formazione hanno tra gli altri compiti quello di garantire la sicurezza del sovrano attraverso lo spionaggio delle intenzioni omicide dei nemici. Il loro compito è quello di sventare complotti ed attentati, quella che appunto ancora oggi è nota come attività di intelligence. Oltre a ciò controllano le informazioni, e cioè detto esplicitamente, leggono la posta di principi e mercanti, sempre a scopi cautelari e preventivi.

Ci sono motivi di sospetto ed altri di certezza pressoché totale per molti filosofi a proposito della loro utilizzazione come agenti segreti, o operatori di intelligence, ne cito solo alcuni: Erasmo, Machiavelli, Bodin, Bruno, Descartes, Campanella, Spinoza, Wallis, Leibniz, Hume. Tra questi alcuni furono probabilmente vittime di complotti (Descartes, Spinoza, Campanella), altri lavorarono per periodi più o meno lunghi alle dipendenze di prìncipi e di nazioni in settori speciali della diplomazia. Tra quelli in elenco risultano sicuramente attivi, come agenti di intelligence a vari livelli e in diversi tempi, Bruno, Wallis, Leibniz e Hume. Ciò permette di dire che la consuetudine tra i filosofi e i servizi di informazione e sicurezza è precedente all’epoca in cui il loro utilizzo sembrava giustificato dalle necessità impellenti di ottenere dalla popolazione la massima mobilitazione per sconfiggere il nemico durante la seconda guerra mondiale. È così che nelle file dei diversi rami dell’intelligence inglese e americana finirono per prestare servizio i migliori talenti della filosofia analitica delle università inglesi e americane (Ryle, Ayer, Austin, Berlin, Hampshire, ad Oxford e Quine e Sellars negli Stati Uniti), quando non anche della dialettica materialista francofortese (Marcuse, Neumann, Kirkhheimer, Gurland).

Gli storici ritengono che i primi servizi di spionaggio moderni siano stati quelli della repubblica di Venezia e dell’Inghilterra elisabettiana. Lunga sarebbe la digressione su quelli dello stato pontificio, che aveva non solo una rete spionistica ma anche un corposo apparato repressivo con il Tribunale dell’Inquisizione. In particolare per l’Inghilterra viene indicato in John Walsingham il primo dei direttori di un servizio di informazioni già ben individuabile a fine del Cinquecento. Capo del Secret Service a Londra dal 1569, ambasciatore a Parigi tra il 1570 e il 1573 per trattare una alleanza con la Francia, promosse un’azione di esfiltrazione dei suoi correligionari la notte di San Bartolomeo (nella quale perì Pierre De La Ramée), che gli fruttò, al ritorno a Londra nel 1573, il titolo di Secretary of State, conservato per 27 anni. Durante questo lungo periodo scoprì, tra l’altro, le intenzioni degli spagnoli di spedire l’Invensible Armanda contro il suo paese, ma non venne ascoltato dalla regina, un po’ come poi accadrà a Richard Sorge quando spiegò nell’estate del 1941 a Stalin, che non lo ascoltò, le intenzioni della Germania. Nel 1583, her Majesty’s Spymaster (è il titolo del libro di Stephen Budiansky, Penguin 2006) Walsingham utilizzò Henry Fagot, criptonimo di Giordano Bruno, come spia nell’ambasciata francese a Londra e anche grazie a lui scoprì il complotto di Throckmorton per uccidere Elisabetta. Per Bruno agente si veda il libro di John Bossy, (Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata, tr. it. Garzanti 1992) che offre prove molto convincenti su un aspetto nuovo del poliedrico nolano.

Dopo Walsingham, il più noto capo dei servizi segreti inglesi deve essere considerato John Thurloe, il quale, dopo l’ascesa di Oliver Cromwell, prese parte al suo governo diventando nel 1652 segretario di stato e nel 1653 capo dell’intelligence. In questo ruolo sviluppò una larghissima rete di spie seminate in Inghilterra e nel continente. Fra queste si possono citare lo storico e diplomatico Lieuwe van Aitzema, il matematico e filosofo John Wallis, il diplomatico Samuel Morland, che fu anche abile costruttore di una macchina cifrante e di una per aprire e chiudere la corrispondenza. Thurloe riuscì a informare sempre Cromwell dei piani dei governi stranieri attraverso le sue spie e la corrispondenza con gli ambasciatori all’estero, riuscì anche a infiltrare agenti nella corte in esilio di Carlo II e impiegò John Wallis per decrittare i messaggi. Nel 1656 Thurloe assunse la responsabilità del servizio postale, che lo favorì nella sua attività di spionaggio e di intercettazione della corrispondenza tanto che gli permise di venire a capo del complotto del 1657 per uccidere Cromwell ad opera di Miles Sindercombe e del suo gruppo di livellatori. Fu abile a mantenere sia i rapporti con l’accademia, nel 1657 divenne responsabile della scuola di London Charterhouse, nel 1658 divenne cancelliere dell’università di Glasgow e nel 1659 rappresentò l’Università di Cambridge in parlamento; sia con i diversi regimi politici che si succedettero. Dopo la morte di Oliver Cromwell nel 1658, infatti, appoggiò suo figlio Richard Cromwell come Lord protettore. Nel corso dello stesso anno varie parti lo accusarono di arbitriiper le sue decisioni prese da capo dell’intelligence, e pertanto fu privato del suo incarico. Reintegrato come segretario di stato nel 1660, si oppose al ritorno di Carlo II d’Inghilterra. Questo gli costò caro perché dopo la restaurazione, Thurloe fu arrestato per alto tradimento anche se, ben presto, venne rilasciato a condizione che, su richiesta, potesse lavorare ancora per il governo. Si ritirò dalla vita pubblica ma continuò a lavorare dietro le quinte per gli affari esteri e scrisse articoli informativi per Edward Hyde, primo conte di Clarendon, benché non prese più effettivamente parte ad alcun governo. Fra le idee più brillanti di un uomo di tanto disinvolto successo vi fu sicuramente quella di affidare a John Wallis il compito di decifrare i messaggi della diplomazia straniera. Wallis iniziò la sua attività nel 1642. È lui stesso nella sua autobiografia a descrivere come avvenne il suo ingaggio: mentre cenava in una locanda, fu avvicinato da un funzionario che gli sottopose un messaggio cifrato. Non ne aveva mai visto uno, ma nel giro di due ore aveva decifrato il testo. Iniziò così una lunga carriera parallela a quella di professore di geometria a Oxford, che lo vide attivo per più di quarant’anni sotto diversi regimi politici tutti interessati alle sue grandi capacità decrittive. Se ne accorse anche Leibniz. Wallis era in rapporti con Leibniz. La storia è già nota perché è stata recentemente ricostruita da N. Rescher (Leibniz e la crittografia, tr. it. Pisa 2014). Ad un certo punto della sua carriera, che lo portò a stretto contatto con i principi tedeschi ed in corrispondenza con molti altri in Europa, il filosofo maturò forti interessi teorici per la crittografia. Leibniz aveva studiato l’arte combinatoria e aveva in mente una scienza universale deduttiva che permettesse di conoscere i dettagli della realtà a partire da alcune premesse teoriche generalissime formalizzabili. Nella costruzione di questo suo grande progetto vide delle forti affinità con quanto accadeva, all’epoca della guerra di secessione spagnola, nelle stanze segrete dell’intelligence alle prese con l’arte di criptare e decriptare un testo. Va da sé che un interesse del genere non poteva non attirare l’attenzione anche di esperti nell’arte militare e dei funzionari delle comunicazioni. A partire dalla guerra dei Trent’anni, sostiene l’autore, mentre invece è probabile anche già almeno dall’inizio del XVI secolo e cioè da quando la repubblica di Venezia istituì la carriera dell’ambasciatore, diventò necessaria la sicurezza delle comunicazioni epistolari. A chi si rivolgono allora le varie corti europee d’Inghilterra, di Francia e dei ducati tedeschi se non agli studiosi di algebra e di logica? Fra questi l’attenzione ed il riconoscimento del primato di competenza in Europa da parte di Leibniz va ad un inglese, John Wallis, detentore a suo dire di portentose capacità decrittive, che però si rifiuta di svelargli, nonostante i suoi ripetuti tentativi, perché l’inglese probabilmente lo crede al sevizio del duca di Hannover.  Rescher, che non esclude questa ipotesi, propende per la buona fede di Leibniz, che si sarebbe interessato all’abilità del decrittologo inglese solo in vista dell’advancement of learning, e non per favorire il suo principe. A giustificazione di ciò cita il fatto che Leibniz cercò di preservare le conoscenze dell’ormai ottantenne Wallis non solo a vantaggio dello Hannover ma anche di altri prìncipi europei che gli sembravano via via interessati al suo progetto di affiancare un garzone al vecchio crittografo. Il che, oltre che come una legittimazione dell’onestà leibniziana tutta tesa alla preoccupazione dell’aumento della conoscenza umana, potrebbe essere letto anche come un tentativo doppio o triplo giochista di Leibniz. Non è forse vero che proprio un triplogiochista si nasconde sotto le rispettabili vesti di un altro crittoanalista, Neubourg, al servizio degli Hannover tedeschi e poi reali d’Inghilterra e contemporaneamente a libro paga dell’intelligence olandese, di cui si parla ampiamente nel libro? E non fa pensare il fatto che Leibniz avesse speso di tasca sua più del controvalore attuale, sostiene Rescher, di un milione di dollari per costruire la progettata machina deciphratoria, che sarebbe l’antenata di Enigma? Qualche dubbio pertanto sulle reali intenzioni del monadologo permangono. Non solo, ma c’è una stridente contraddizione tra la volontà di diffusione e divulgazione delle conoscenze di Wallis e la segretezza di cui Leibniz non solo circonda la sua macchina decifratoria, ma che per essa anche raccomanda, nel suo colloquio con l’imperatore Leopoldo I, quando fosse diventata operativa. Leibniz era un potente uomo d’affari che ha trascorso gran parte della sua vita fra accademie, ambasciate e corti reali. Ci è noto che cosa ha fatto nelle accademie dai suoi scritti, siamo meno informati sull’attività di questo filosofo part-time per quanto riguarda cosa abbia fatto a corte e nelle camere segrete di cui parla il libro di Rescher, che però offre un contributo importante per cercare di immaginarlo.

Anche il pingue e pacifico Hume almeno in tre occasioni della sua vita ebbe a che fare con operazioni di intelligence. Tra il 1745 e il 1748fusegretario particolare del generale James di Saint Clair, già luogotenente delle forze britanniche nelle Fiandre, presso le ambasciate segrete militari di Vienna e di Torino. “Allora vestii l’uniforme di ufficiale…e aiutante in campo” (Autobiografia, p. 166) racimolando una fortuna di 1000 sterline. Se ne era accorto già anzi tempo Francesco Barone (1748: viaggio di Hume a Torino, “Filosofia” IX, 1958, pp. 616-632). Saint Clair aveva scelto, chiesto e ottenuto Hume rifiutando un segretario destinatogli dal ministero, il che significa che il filosofo godeva della massima fiducia del luogotenente. Accettò l’incarico soprattutto per volontà di fare nuove esperienze e conoscenze e anche per obbligo di riconoscenza verso Saint Clair perché aveva già rifiutato in precedenza l’impiego offertogli dallo stesso nelle Fiandre. Prima di giungere a Torino dove si trattenne per sei mesi visitò Trento, Mantova, Milano, Cremona, dove annotò: “Le tasse sono qui esorbitanti oltre tutti i limiti “. Continuò la carriera diplomatica anche in seguito perché tra il 1763 e il 1766 fu segretario del conte di Hertford, ambasciatore inglese in Francia e, per qualche mese, egli stesso ambasciatore supplente. Ancora fra il 1767 e il 1769 fu sottosegretario di stato del ministro per il dipartimento del Nord, generale Conway, nel governo di William Pitt il Vecchio. Ma il vecchio e bonario Hume pare non averne approfittato più di tanto.


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Enrico Petris

Enrico Petris insegna Storia e Filosofia al liceo “G. Marinelli” di Udine, dove organizza le “Lezioni di storia aperte alla città”. È membro del direttivo della Sezione Friuli Venezia Giulia della Società Filosofica Italiana. Ha pubblicato Rosso, nero e Pasolini, Mimesis, 2015


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