The Thinker and the Specialist


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L’opera di Hannah Arendt ha certamente costituito uno dei punti di riferimento più ricorrenti nei dibattiti politici e culturali degli ultimi decenni. E uno dei suoi testi  su cui maggiormente si è discusso, anche suscitando polemiche e forti contrasti, è stato La banalità del male, in cui ella, come è noto, si impegnava nell’analisi della vicenda del processo al nazista Adolf Eichmann(responsabile dei trasporti degli ebrei ai campi di sterminio), svoltosi nel 1961-62.  Al rapporto della Arendt con questo processo, al suo successivo studio e a tutte le implicazioni a tali contesti correlate, si dedica la riflessione di Ruggero D’Alessandro nel volumeThe Thinker and the Specialist. Hannah Arendt and the Eichmann Trial, Mimesis International, Milano, 2015 (disponibile anche in lingua italiana con il titolo La pensatrice e lo specialista. Hannah Arendt e il processo Eichmann, Ombre corte, Verona, 2015).

L’attenzione di D’Alessandro rispetto a tali tematiche è motivata dalla convinzione che esse siano assai rilevanti per comprendere la posizione arendtiana rispetto alle questioni di colpa, diritto, giustizia collettiva, giurisdizione per i crimini contro l’umanità.

Nell’impostare il discorso, il libro di D’Alessandro si apre con un primo capitolo finalizzato a introdurre le modalità tramite cui Arendt pensa la dimensione politica. Si chiarisce così subito l’assunto preliminare della Arendt, secondo cui la politica è uno spazio di libertà, che va difeso; e la teoria politica è un vissuto che nasce dalla vita quotidiana, è uno spazio pubblico: autonomia e pluralità sono aspetti cruciali in questa prospettiva ed esse nutrono attività pubbliche fondamentali come discutere, prendere iniziative, deliberare. Potere significa, per lei, adesione attiva e collettiva. Coerentemente con queste prospettive di apertura e libertà, che del resto caratterizzano anche la maggiore opera di Arendt, Le origini del totalitarismo, non stupisce che ella preferisse non qualificarsi come filosofa, ma, appunto, come teorica della politica: come osserva correttamente D’Alessandro, nel momento in cui Arendt viene a contatto con il processo Eichmann, la dimensione etico-politica e umana della studiosa è assolutamente matura.

Una volta esplicato il canone fondamentale del pensiero arendtiano, D’Alessandro approfondisce le modalità con cui la studiosa tedesca di origini ebraiche si relaziona al processo e la parallela genesi de La banalità del male, che da ciò scaturisce.  Arendt sente la necessità di studiare il processo Eichmann per una sorta di obbligo con il suo passato e giunge alle conclusioni, poi espresse nel suo libro, secondo cui il fatto che Eichmann avesse eseguito gli ordini dello sterminio, lo rendeva comunque responsabile poiché “la politica non è un asilo”, in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa, proprio in virtù della sua idea di politica come attività e libertà. Arendt, però, coglieva la mediocrità della figura di Eichmann nel suo zelante obbedire  e riteneva che, quando ci si accorge che, in questa mediocrità, è compromessa la capacità di distinguere bene e male, è difficile configurare un comportamento criminoso, perciò ella condanna come barbarica l’idea in base alla quale un delitto grave comporta un ristabilimento della situazione grazie alla rappresaglia. Arendt, inoltre, si forma la convinzione che il processo possa anche servire a legittimare l’esistenza di Israele come Stato.

Per l’insieme di queste considerazioni, che comportano molti aspetti delicati e complessi, cui D’Alessandro dedica paragrafi specifici, La banalità del male, sin dalla sua uscita nel 1963 suscitò polemiche notevoli, sia politiche che intellettuali, e lo stesso mondo ebraico entrò spesso in contrasto con le posizioni espresse dal libro arendtiano. D’Alessandro richiama in proposito alcuni interessanti scambi epistolari di Arendt con i filosofi Jaspers e Scholem  che non rompono l’amicizia con lei, come farà invece, ad esempio, il filosofo Jonas. Molto rilevante è anche,  nel contesto delle polemiche rivolte alla teorica politica, la critica che riguardava il ruolo dei Consigli ebraici e, più in generale, l’acquiescenza o addirittura la complicità di alcuni dirigenti delle comunità ebraiche verso i nazisti nelle zone occupate dell’Est Europa.

Stanti queste basi, nella parte conclusiva del suo volume D’Alessandro giunge a individuare, in effetti, l’aspetto di “cristallizzazione” di queste polemiche e delinea, in definitiva, anche una sorta di “isteria anti-Arendt” che caratterizza parte della comunità ebraica.

L’analisi di D’Alessandro appare così mirata a esplicare come, spesso, l’interpretazione della Arendt su Eichmann sia stata intesa scorrettamente e che la sua idea di banalità del male, non implicava l’idea di una superficialità della vicenda del nazismo e dello sterminio degli ebrei. Più sostanzialmente, la riflessione di Arendt su questi temi riflette la sua generale idea di politica come spazio aperto, pubblico, di confronto e la sua idea di ricerca della verità, lontana da strumentalizzazioni più o meno consapevoli. In queste polemiche, in fondo, forse la questione cruciale diventa il tema della concezione che si ha dell’ebraismo e dell’opposizione tra chi si rifà a una più ampia comunità di valori e intendimenti e chi tende a rinchiudersi in una mitologia ebraica spacciata per unica identità.

Toccando, dunque, una serie di questioni non solo filosofiche e politiche ma anche legate a importanti momenti storici e culturali, il volume di D’Alessandro sostenuto da una interessante bibliografia(che comprende oltre che testi anche materiale video come film, documentari e interviste), costituisce un utile strumento di approfondimento di aspetti specifici del pensiero di Arendt e, nondimeno, di nodi ancora cruciali della storia novecentesca su cui è meritevole soffermarsi.

 

di Francesco Giacomantonio


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