La solitudine di von Bülow

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Il 21 dicembre 1980 il signor Claus von Bülow fu accusato di aver provocato il coma irreversibile della sua ricca moglie Martha mediante un’iniezione d’insulina. Già un anno prima, nel dicembre del 1979, la von Bülow era rimasta in coma ma, grazie all’immediato ricovero in una clinica  di Boston, si era risvegliata. Von Bülow  fu imputato di tentato uxoricidio e condannato in primo grado a 30 anni ma poi affidò la sua difesa a un professore in di Harvard, Alan Dershowitz. Ebbene, il professore, con l’aiuto dei suoi studenti, trovò nuove prove a discarico e, ottenuto l’appello, riuscì a ribaltare il primo verdetto con la completa assoluzione di von Bülow. La vicenda diventò anche un film di Barbet Schroeder e il soggetto lo scrisse proprio il professor Dershowitz mentre la sceneggiatura fu di Nicholas Kazan. Jeremy Irons fu Claus von Bülow. La pellicola, nel 1991, ottenne il premio Oscar per il migliore protagonista e due “Nomination” per il regista e lo sceneggiatore; Irons ebbe anche un “Golden Globe” e un “David di Donatello”. In Italia il film fu distribuito con il titolo “Il mistero von Bülow”. Ebbene, forse un altro von Bülow merita un processo d’appello; è meno noto ai cinefili ma assai più agli storici. Si tratta di Bernhardt von Bülow, a lungo cancelliere della Germania e protagonista della politica europea tra il 1900 e il 1909. Non pochi storici, specie tedeschi, hanno visto nella politica di questo cancelliere una delle radici dello scoppio del conflitto, in particolare per l’appoggio che egli dette, quando era ministro degli esteri, al piano di riarmo navale tedesco. Qui, invece, si prova a fornire elementi utili a ribaltare tale giudizio, esattamente come nel film. Certo, per un verdetto completo sarebbe necessario esporre molto più di quanto si riesca a esprimere qui di seguito ma per questo l’autore promette, a breve, un testo molto più organico ed esteso; in libreria.

 

Non v’è dubbio che da parte britannica l’ingresso, relativamente rapido, del Reich guglielmino in quello che oggi definiremmo il “Club delle grandi potenze” non fu visto come un allargamento o, se vogliamo, un consolidamento del sistema industriale, bensì come una minaccia alla propria egemonia. Inizialmente, l’Establishment britannico aveva seguito una strada sfumata, tra l’indifferenza, l’ammirazione e la diffidenza. In effetti, non era soltanto un posto in più al tavolo, era qualcosa di particolarmente diverso. Come dar loro torto?

Innanzi tutto, colpiva il modello comunicativo assunto dal kaiser, che certo non era dei più concilianti, come per esempio in questo passaggio di un suo discorso al popolo: “Ricordatevi che siete il popolo eletto. Lo spirito del Signore è sceso su di me perché io sono l’imperatore dei Tedeschi! Io sono lo strumento dell’Altissimo. Io sono la sua spada, il suo scudo e il suo vicario. Sventura e morte a coloro che disobbediranno alla mia volontà! Sventura e morte ai codardi e agli uomini senza fede!”. Oppure come quando, subito dopo la nomina divon Bülow il kaiser gli inviò un telegramma con il quale lo invitava, letteralmente, a radere al suolo Pechino (“Peking muss rasiert werden”)per via del linciaggio di un generale tedesco nella capitale della Cina durante la guerra dei Boxer.  Con affermazioni di questo tipo, che non si possono certo ascrivere allo stile dell’Understatement britannico, emergeva un’aggressività verbale che sembrava preludere a decisioni epocali, improntate a chissà quale concentrato di Wille zu Macht . Che invece il monarca in questione fosse, sì, un concentrato ma di incoerenza, lo si sarebbe compreso molto tempo dopo. Intanto, con l’ingresso nel primo anno del nuovo secolo l’immagine della Germania imperiale viaggiava nel mondo con quel tipo di sovraimpressione.Non vi è dubbio la Germania fosse cresciuta in modo notevolissimo e che per il Reich non si trattasse più solo di pensare a cosa fare da grandi ma di cosa fare e basta; la Germania era già grande, molto grande. Nessuno avrebbe potuto più definirla “Un’accozzaglia di Stati insignificanti sotto insignificanti prìncipi” come ricordò Lord Welby a proposito della considerazione che a Londra si aveva della Germania negli anni ’50 dell’Ottocento. Ebbene, in quel passaggio storico così delicato Guglielmo II decise di conferire il cancellierato a uno dei personaggi più in ascesa del firmamento politico  tedesco, cioè Bernhard von Bülow. Del resto si parlava già di una politica di respiro mondiale, di una Weltpolitilk. In quella prospettiva, l’uomo giusto doveva essere uno che pensasse in grande e che avesse esperienza di governo e von Bülow sembrava avere quel profilo sin dagli anni della sua carica a Segretario di Stato, allorché aveva appoggiato il riarmo navale; quanto ad esperienza, era stato sia segretario d’ambasciata a San Pietroburgo sia, poi, ministro degli esteri.  Su questo cancelliere il giudizio storico è stato legato alla questione di fondo, cioè alla sua presunta responsabilità dell’innesco remoto della I guerra mondiale per via della sfida navalista con la Gran Bretagna; è, dunque, qui che è essenziale fare chiarezza.

Ad innescare quella competizione, va subito messo in chiaro, non fu la Germania, bensì la Gran Bretagna, con i suoi due “Naval Defense Act” – detti comunemente Fleet Laws – del 1889 e 1893, ben prima del varo delle leggi navali tedesche; esse prevedevano una spesa di 20 milioni di sterline per i quattro anni successivi da utilizzare per la costruzione di 10 nuove navi da battaglia, 38 incrociatori, 18 torpediniere e 4 cannoniere veloci. In pratica, si abbandonava il vecchio sistema dimensionale del dopo – Trafalgar. Fin all’indomani della battaglia di Trafalgar, infatti, la Gran Bretagna aveva posseduto una flotta di un terzo più grande del loro rivale navale più vicino, ma ora con quella legge alla Royal Navy fu imposto un nuovo standard che, se poteva apparire naturale fino al 1880 – quando la marina britannica aveva una consistenza pari alle sette marine delle potenze minori tutte messe assieme – ora diventava invece impegnativo. Si trattava del Two-Powers Standard, un principio in forza del quale era obbligo che la marina da guerra britannica avrebbe dovuto mantenere un livello di forza equivalente a quello delle forze sommate delle marine da guerra delle due maggiori potenze immediatamente inferiori.La qualcosa allora – è opportuno sottolineare anche questo -  significava Francia e Russia e non ancora la Germania. Quale demone suggeriva alla Gran Bretagna quell’estrema legislazione prima ancora che Germania Francia o Russia iniziassero un riarmo navale potenzialmente minaccioso? E sì che si trattava di allestire/riammodernare ben cinque flotte: per l’Atlantico, per il Mare del Nord, per il Mediterraneo,  per il braccio di mare del Capo di Buona Speranza e per una flotta del Pacifico. La cosa era terribilmente impegnativa: ammettiamo che una delle due potenze immediatamente inferiori aumentasse la sua flotta di un tonnellaggio “k” e l’altra delle due non lo facesse; in tal caso  avremmo un incremento “k” identico per la Gran Bretagna e la potenza che avanza; ma se entrambe le due potenze inferiori aumentano di “k” la Gran Bretagna deve passare a “2k” e alla lunga, amici o nemici fossero i governi delle potenze navali sottostanti, l’esborso britannico avrebbe avuto un esito iperbolico. La conseguenza era che solo un paradossale e del tutto improbabile parallelo processo di retrocessione delle flotte di potenze quali Stati Uniti, Francia, Russia e Italia avrebbe potuto consentire alla Gran Bretagna di contenere il costo delle azioni tedesche; in ogni altro caso per le casse britanniche il mantenimento di quello standard sarebbe stato pesantissimo.Certo, se la Germania non avesse adottato il cosiddetto “Piano navale Tirpitz” forse la spirale si sarebbe spenta; forse. Ma chi era Tirpitz e che cos’era il piano che porta il suo nome?

Per la verità, prima ancora che un “piano”, l’ammiraglio tedesco Alfred Tirpitz aveva elaborato una teoria politico-militare, poi chiamata “teoria del rischio”, contenuta nel “Memorandum di Servizio IX” della quale quel piano era un’espressione. Correva l’anno 1895 e la questione era ancora tutta una riflessione teorica. Non è un distinguo da poco, richiamando le date degli impegni di spesa britannici: il primo “Naval Defense Act” britannico è del 1889 e il secondo del 1893; di mezzo, da parte tedesca, solo una frase, neanche tanto minacciosa, di un discorso tenuto in un cantiere navale da parte del kaiser Guglielmo II (“Il nostro futuro è sul mare”). Nel 1898, Tirpitz, con l’appoggio del futuro cancelliere von Bülow, riuscì a fare approvareun piano di riarmo navale (la cosiddetta “Legge sulla flotta”) da svilupparsi, si badi, in due fasi: una di soli 8 anni, e una di ben 17, e dunque non nel breve periodo, come era logico. Non bastò; a Londra la cosa non piacque per niente e, analizzato il piano tedesco, lord Selborne, omologo britannico di Tirpitz, sostenne che “La nuova marina militare tedesca sembra progettata su misura per muoverci guerra”. Era vero?

Anche prima di giungere al cancellierato, von Bülow aveva espresso la convinzione che per bilanciare la spartizione coloniale franco-britannica, bisognasse a tutti i costi far pesare, sì, la presenza internazionale della Germania ma senza guerra alla Francia o, peggio, alla Gran Bretagna. In un discorso al Reichstag del 1899 aveva egli già avuto modo di esprimersi così:“Abbiamo diritto a un Grande Germania, sì ma non nel senso di conquista, ma piuttosto ai sensi della pacifica espansione del nostro commercio e delle nostre infrastrutture”. Fu proprio in quella sede che il futuro Cancelliere adoperò la celebre espressione “Martello o incudine”: la Germania doveva decidere se, nel nuovo secolo, volesse essere un “martello” o un’”incudine”; secondo von Bülow era quello il bivio al quale era pervenuta la struttura economico – politica del Reich e sapeva bene quanto una futura Weltpolitik passasse dalla disponibilità d’ingenti capitali e che questi non si sarebbero formati solo sulla base della finanza nazionale o, al più, mitteleuropea.

Questo non era un problema ma il problema.

Egli aveva capito che la Germania, proprio per perseguire la Weltpolitik del suo imperatore, aveva bisogno di un respiro di investimenti molto più ampio di quello che conosceva in quegli anni. Non che il sistema economico tedesco avesse rifiutato investimenti diretti esteri, come in sud America, in Africa, in Cina e persino negli Stati Uniti, per non dire dell’impero Ottomano sul quale la Germania aveva e avrebbe riversato ogni tipo di attenzioni e risorse. Giunti al 1900, però, questo attivismo tedesco che già di per sé  dava molto fastidio all’intera compagine economico – politica britannica, ora per Londra stava diventando un grave problema. A Londra, lo splendido isolamento fin lì perseguito cominciò a sembrare sempre più “isolamento” e sempre meno “splendido” anche perché nel frattempo la Francia aveva stretto legami solidissimi con la Russia e tra il 1891 e il 1894 aveva firmato un’alleanza con lo Zar, chiamata “Duplice Intesa”, con lo scopo di bilanciare la “Triplice Alleanza”. Per Londra era urgente fare qualcosa. Così l’8 aprile 1904  Londra e Parigi sottoscrissero un‘Entente Cordiale; erano passati i tempi nei quali lo storico T. Carlyle aveva scritto: “La nobile, paziente, pia e solida Germania si avvia finalmente a diventare una sola nazione e a rivendicare il rango di regina del continente, scalzando la nevrotica, vanagloriosa, gesticolante, rissosa, inquieta e ipersensibile Francia. L’accordo si fece, eccome, nonostante la goffa intromissione del kaiser che profetizzò che “Verrà il giorno in cui dovrà essere ripresa l’idea di Napoleone di ripristinare il blocco continentale”. Naturalmente a Parigi si fecero una risata e firmarono tranquillamente. Dal canto suo, il cancelliere non poteva smentire il suo imperatore ma il silenzio che mantenne fu eloquente; sapeva perfettamente che al tavolo da gioco delle grandi potenze si stavano preparando mosse decisive e non gli sfuggiva la superiorità strategica della politica britannica nei rapporti internazionali.Non a caso von Bülow affermò: “Stehen wir wieder von einer neuen Teilung der Erde? (“Siamo davanti a una nuova spartizione della terra?”). Avrebbe poi scritto così von Bülow, nel 1914, a proposito degli investimenti nella marina militare,  riportando un suo colloquio con un anziano esponente dell’opposizione: “L’idea della flotta è diventata oggi patrimonio comune dei tedeschi… la flotta rappresentava allora realmente l’opposizione dell’antico. Richter, capo del partito popolare si rivolse a me…gli additai tutte le ragioni per le quali era necessario proteggere la nostra industria e il nostro commercio sul mare. Mi rispose ‘avete ragione ma io sono troppo vecchio e non posso più seguire questo mutamento”.  Von Bülow aveva anche posato lo sguardo sull’”invidia economica”, Es gibt viel Neid gegen uns in der Welt existiert, Neid und Wirtschaftspolitik beneiden, (“Nel mondo nei nostri confronti vi è molta invidia e anche invidia economica“) concludendo che bisognava che la Germania dovesse essere accettata e considerata fra le grandi potenze in tutti i sensi e non solo perché ereditava il militarismo prussiano. Ecco la questione prussiana; era proprio lì che si annidava il vero nemico dei sogni di gloria tedeschi e cioè nell’ambizione di un controllo olistico sulla politica interna, che la critica contemporanea continua a definire in modo un po’ superficiale “autoritario”. La questione nel suo nocciolo duro a von Bülow era chiara: il Sonderweg , il “cammino diverso” compiuto dalla Germania nella sua crescita economica, a quel punto avrebbe dato i suoi frutti solo se si fosse basato sul pieno possesso delle fonti energetiche, delle grandi reti logistiche internazionali, delle linee di credito adeguate e finanziate da capitale di rischio, come avveniva da più di un secolo nel sistema economico diciamo atlantico (Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia). In Germania non fu così perché alla base, il sistema economico tedesco iniziava a mostrare i suoi limiti nel momento nel quale avrebbe dovuto modificarsi; esso era cresciuto in modo straordinario: “L’Inghilterra” – osserva brillantemente M. Sturmer - aveva cominciato come l’officina del mondo; un secolo più tardi, i tedeschi erano in procinto di diventarne la fabbrica”. Certo, “erano in procinto”;  ma come pensavano i timonieri dell’economia tedesca di gestire quella trasformazione? Problema complesso, perché la sindrome di accerchiamento non era ovviamente solo una questione geografica (in tedesco è la cosiddetta Mittellage) e neppure solo di materie prime e trasporti ma anche di capitale di rischio; stare fra Francia e Russia non era facile e bisognava muoversi con una cautela che invece non tutti apprezzavano. Nel 1908, un anno prima di essere costretto alle dimissioni, in una lettera all’erede al trono che lo accusava di aver indotto nel popolo l’idea che la pace fosse più desiderabile rispetto all’onore e la guerra, von Bülow scrisse così: “di fronte al problema della guerra rimane necessaria la prudenza. [...] ai giorni nostri, si possono fare le guerre solo se il popolo è persuaso che la guerra è necessaria e che è giusta. Una guerra suscitata in modo frivolo e leggero, anche se avesse esito felice non avrebbe effetto favorevole all’interno. …Nel 1875 molti militari erano del parere che dovessimo abbattere la Francia. Da allora siamo in pace con la Francia da 33 anni e il nostro benessere e la nostra popolazione sono straordinariamente aumentati”. Il cancelliere sapeva perfettamente che la Germania non aveva amici naturali e  fu in quel senso che decise gestire la “Triplice Alleanza”, ora sopportando tutte le ottusità austro-ungariche ora minimizzando i giri di valzer italiani con la Francia. Nel frattempo, da Londra partiva una costante azione di contrasto, essa rientrava nella consueta vigilanza britannica sul pericolo della formazione di un soggetto europeo troppo forte. Londra agì costantemente, con quella invisibilità che risulta, specie poi nelle cose economiche, molto efficiente. Da parte britannica, ogni tentativo tedesco di dare alla propria economia un’impronta mondiale non era ostacolato in modo evidente ma rallentato in modo esasperante fino a renderlo, semplicemente, del tutto antieconomico. Qui va messa nel conto la vistosa impreparazione tedesca ad assumere una leadership economica condivisa in modo ampio, in omaggio a una autoreferenzialità che ormai chi studia le cose economiche tedesche sa essere allo stesso tempo la forza e la debolezza di quel sistema-paese, allora come oggi. Si devono anche considerare gli ostacoli del “falco” ministro degli esteri von Holstein, imposto a von Bülow da Guglielmo II. Infatti, anche in diplomazia questo cancelliere non ebbe vita facile, perché se quando era stato ministro degli esteri aveva inaugurato una politica del pugno di ferro in guanto di velluto, ora invece gli era toccato uno che, al contrario, si serviva di un guanto di velluto foderato di ferro, riuscendo a irritare tutta la diplomazia internazionale. Andiamo a Guglielmo II. Fu lui a colpire a morte la politica estera di von Bülow dichiarando al maggiore giornale inglese, nonostante le raccomandazioni alla cautela del cancelliere, di essere “Uno dei pochi Tedeschi che hanno in simpatia l’Inghilterra”. A Guglielmo II la cosa non doveva essere sembrata poi così grave perché, per quanto egli avesse avuto anche modo di definire gli inglesi nödeln, cioè “tagliatelle”, era pur sempre membro del più esclusivo Yacht Club del mondo, (inglese, of course), quello di Cowes! Ma, specialmente, era pur sempre “Willy”, il nipote della regina Vittoria.

Il kaiser non aiutò a sostenere il Bülow Block, cioè la maggioranza, neppure in Parlamento. Infatti, se come diceva lo stesso Kaiser il cancelliere era per lui il suo Bismarck Guglielmo II, il cancelliere non godeva di un suo Parlamento.  Eppure, von Bülow li aveva trascinati un po’ tutti con la sua teoria del Platz ander Sonne, il “Posto al sole”, come disse in un discorso al Parlamento. Era stato un discorso intelligente, ancorato a un’idea di sviluppo internazionale pacifico (Wir Wollen Niemand in der Schatten stellen, “Non vogliamo che nessuno stia nell’ombra” aveva premesso) ma senza rassegnarsi a una Germania inerte davanti alla spartizione del mondo.

A parole tutti lo appoggiavano, non solo il kaiser; ma nei fatti? Nei fatti fu lasciato solo, specie in campo economico.  Lì von Bülow non ebbe mai le mani libere. Durante i dieci anni di cancellierato avvennero processi anomali perché in Germania vi fu una proliferazione di Società per Azioni che però non erano vere nuove società ma precedenti piccolo-medie imprese che per finanziarsi passavano, sì, all’azionariato ma in modo malato perché si trattava solo di collocare le azioni presso le banche; era un pessimo segnale. Si aggiunga che la struttura federale dello Stato imperiale tedesco non era elastica e che l’eventuale trasformazione del sistema d’imposizione sui redditi delle persone fisiche costituiva un problema. Per capirlo si deve ancora sommare alla rigidità di base l’effetto di una riforma dei rapporti finanziari fra Stati membri e Reich in ordine alle tariffe commerciali, chiamata “Clausola Frankenstein” (del 1879 e mai violata) la cui prima vittima fu proprio il desiderio di Bismarck di rendere autonoma l’azione del governo federale. Questa clausola stabiliva che qualunque avanzo derivante dalle tariffe doganali avrebbe imposto un proporzionale trasferimento finanziario dal governo centrale alle amministrazioni dei singoli Stati membri del Reich. Ci vuole un bel coraggio a definire “autoritaria e centralista” la struttura economica dello Stato imperiale tedesco; lo fosse stata, il Kaiserreich avrebbe, semplicemente, incassato, cosa che non era. Insomma, da von Bülow una politica di Sammlung, di compattamento dei vari interessi di ceto, era stata già tentata ed era ovvio che al massimo si poteva tenere una “linea di mezzo”. Von Bülow lo fece , ma ormai a fronte dell’esigenza di supplire al restringimento degli sbocchi di mercato per un’industria che si era attrezzata quasi per rifornire il mondo intero e per la quale si profilava ormai lo spettro della sovrapproduzione, si doveva abbassare il disavanzo dello Stato. Dove avrebbe potuto reperire le risorse? Certo non dalle accise e imposte sui beni di largo consumo, colpendo i lavoratori; cosa che comunque aveva già fatto proprio all’indomani della sua nomina. Tra l’altro, il partito socialdemocratico era fortissimo in Parlamento ed era sul piede di guerra. Dunque, nel Reichstag si andò come si dice, alla conta e il “Centro”, formato da medi e piccoli proprietari terrieri, si schierò con la destra degli Junkers prussianie fece cadere il governo. Così finì von Bülow, tentando la riforma finanziaria del Reich. La situazione delle finanze era stata, infatti, resa precaria dalla politica mondiale impostata dal kaiser nella quale le spese per la flotta non erano la voce decisiva (esse erano la metà delle spese per l’esercito); lo era invece la modestia delle entrate. Se si tiene conto che dal 1890 al 1909 il disavanzo dello Stato si era quadruplicato e che il deficit annuale era di oltre 500 milioni di marchi, si comprende quanto servisse una riforma della tassazione.

Qui il conto non lo volle però pagare nessuno e la riforma non passò.  Il che, in quelle circostanze, significava che era vero che in teoria fin quando il Kaiser avesse voluto il Cancelliere avrebbe potuto continuare a governare, ma il segnale era stato troppo forte. Il 14 luglio del 1909 il Cancelliere rassegnò le dimissioni. Erano passati ben 12 anni da quando aveva assunto la carica di Ministro degli esteri e 10 da quando egli era stato nominato Cancelliere. Durante quel periodo la Germania aveva compiuto un secondo balzo economico in avanti veramente prodigioso. Alla fine della sua parabola politica ma ben prima dell’esito catastrofico della guerra, nel 1914, il Bernhardt von Bülow si sarebbe espresso così a proposito della politica tedesca: “Il compito della nostra generazione è di difendere la nostra posizione continentale, base della nostra posizione mondiale, di coltivare nel contempo i nostri interessi al di là dell’oceano e di condurre una politica mondiale giudiziosa, ragionevole e sapientemente limitata in modo da non danneggiare la sicurezza del popolo tedesco e da non pregiudicare l’avvenire della nazione”.

 


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Pierluigi D'Eredità

E' uno studioso che si è formato nell'area dell'ermeneutica storica. Ha collaborato con la cattedra di filosofia della storia presso l’Università di Palermo tenendo inoltre anche alcuni corsi di filosofia della politica. E' stato cofondatore e redattore della rivista “Nuovo Romanticismo”. Ha tenuto un corso sull’interpretazione di Hegel che è culminato nella partecipazione al testo “Hegel come segno storico”. In quell’ambito hanno preso corpo anche alcune pubblicazioni fra le quali spiccano due, uno studio sull’atto formale in Tommaso d’Aquino e l’altra su H. G. Gadamer a proposito de "La controversia ermeneutica". E’ passato poi all'area storico-economica e in particolare alla teoria e storia dello sviluppo economico. E' stato uno dei curatori di uno studio sullo sviluppo economico europeo nel settore dell'economia dei trasporti per conto dell'allora Ministero del Commercio con l'estero in quanto consulente di un'importante azienda nazionale. Ha lavorato per molte altre Società come consulente strategico d’impresa. E' stato Consigliere di Amministrazione dell'Ente Regionale per il Diritto allo studio Universitario di Udine. Come storico dello sviluppo economico ha pubblicato la Storia dello sviluppo economico medievale per MIMESIS.


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