“Too much love is never enough”: Chris Cornell In Memoriam

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A Emi, Lele e Barbara

(che nel 1993, prestandomi certi cd, mi resero un “grunger”)

e ai miei amici recenti, nati proprio nel 1993.

 

 

In apertura al libro di Simone Dotto Pearl Jam: Still Alive. Testi commentati, vengono riportate due dichiarazioni di Neil Young e Dave Grohl. Il primo afferma: “In un certo senso i Pearl Jam mi sembrano più vecchi di me”, mentre il secondo avrebbe detto: “L’ultima volta che ho visto i Pearl Jam mi sono seduto a lato del palco e ho pianto. Perché ho pensato: ‘Wow amico. Questi ragazzi sono sopravvissuti. Sono sopravvissuti, cazzo!’”. Sono le 01:32 di venerdì 19 maggio 2017 e, mentre gli altri in casa dormono quieti e pacifici, io sto riascoltando in cuffia per la millecinquecentesima volta, in sequenza, Badmotorfinger, Superunknown e Down on the Upside dei Soundgarden, nonché Temple of the Dog dell’omonimo supergruppo formato per metà da membri dei futuri Pearl Jam (Ten, il loro disco d’esordio, uscirà alcuni mesi dopo) e per metà da membri dei già esistenti ma non ancora rock star di fama mondiale Soundgarden. Ovvero, i 4 dischi in cui, secondo me, Chris Cornell, che da 24 ore circa non è più fra noi, ha dato il meglio di sé, ha dimostrato di essere forse la voce più potente della storia del rock ma, quando serviva, anche una voce delicata, sommessa, intensa, sofferta: “la voce di un Robert Plant in acido”, secondo una bizzarra definizione di Duff McKagan.

Il brano che più di ogni altro sintetizza tutte queste qualità di Cornell, mostrando la sua imbattibile capacità di passare da un registro all’altro e la sua estensione vocale per certi versi senza precedenti nel rock, è secondo me “Say Hello 2 Heaven”. Si tratta del brano di apertura del succitato disco dei Temple of the Dog, scritto per l’amico ed ex-coinquilino Andrew Wood, leader dei Mother Love Bone, altra band storica di Seattle, dalle cui ceneri nacquero i Pearl Jam. Un brano che, alla luce della morte di Cornell, pare dovuta a suicidio tramite impiccagione nella sua camera di hotel dopo un (ultimo, ahimè, a questo punto) concerto con i Soundgarden, acquista un altro significato, per così dire. Dunque, un brano che sarà difficile ascoltare con serenità da oggi in poi, al pari del resto di “Like Suicide” (per evidenti motivi legati già al titolo) ed altri brani ancora di Cornell. Un brano, “Say Hello 2 Heaven”, che, nella sua ultima strofa, evocando l’amico Wood, morto giovanissimo per overdose di eroina, recita: “I never wanted to write these words down for you / With the pages of phrases of all the things we’ll never do”. Versi che, adesso, non è possibile non rivolgere allo stesso Cornell. Come dire: “Non avrei mai voluto dover scrivere queste parole per te, Chris, però eccomi qui, alle 01:58, a doverle scrivere”: a scriverle per te, ma forse ancor più per me stesso e per chi (tutti i “grunger” della Piazza Adda in primis, e poi Sergio con cui vidi i Soundgarden nel 1995, Donato con cui li vidi nel 2012, i due sconosciuti che mi riaccompagnarono a casa dopo il concerto nel 1996 dandomi un passaggio in auto mentre mi avviavo a tornare a casa a piedi in tangenziale, e altri ancora) ha condiviso con me la passione per i testi e le musiche dell’autore di “Black Hole Sun”, tratta da Superunknown, che sto ascoltando in questo momento.

Alla luce degli eventi di ieri, ecco allora che le succitate parole di Dave Grohl e Neil Young (considerato spesso, fra l’altro, il padrino del “Seattle Sound” anni ’90, con il suo “senso melodico nevrastenico [che] è l’archetipo di gran parte del grunge”: P. Scaruffi, Storia del rock. Vol. 5) acquistano purtroppo un altro significato. Andrew Wood, Kurt Cobain, Layne Staley, Jeff Buckley, Scott Weiland, Chris Cornell, Eddie Vedder: di questi cantanti, straordinari per profondità, potenza e intensità (tutti emersi in quell’ondata straordinaria che caratterizzò un segmento importante di storia del rock nella prima metà degli anni Novanta e che, in una maniera molto generica e discutibile ma ormai affermatasi in modo universale, prese il nome di “grunge”), solo l’ultimo, cioè Vedder, rimane infatti in vita. Ovvero, solo di lui si può dire che sia “un sopravvissuto”, uno che possa realmente affermare “I’m still alive”, come recita del resto il ritornello di uno dei suoi brani più celebri, tra l’altro ripreso da Cornell in una versione live semplicemente incredibile, übermenschlich oserei dire, di “Slaves & Bulldozers” nel bootleg Digging the Garden (che, per la banale, stupida ma affettivamente significativa cronaca, ebbi la fortuna di trovare in un piccolo negozio di dischi a Malmö nell’estate del ’93).

Nel libretto interno al magnifico box di 4 cd di Brad Mehldau 10 Years Solo Live, spiegando le ragioni che lo hanno spinto a proporre un’interpretazione molto intimista di “Smells Like Teen Spirit”, il pianista jazz americano scrive: “Kurt Cobain, with his lyrics and way of singing, inadvertently became a spokeperson for my generation, Generation X. That music spoke to the way we all felt lost and untethered in the world. Kurt Cobain also had that ‘for-real’ vulnerability, and it seemed that he had no choice but to scream it out at us, completely unhinged, like a scared man-child”. Bene, come tutti, ho avuto anche io mille volte questa impressione ascoltando le canzoni di Kurt Cobain, morto suicida nell’aprile 1994, o anche di Layne Staley, morto nell’aprile 2002 dopo anni di depressione e dipendenza dalle droghe (si dice che il giorno in cui fu scoperto il suo cadavere in casa, Staley, alto 1,80 metri, pesasse ormai solo 39 chili…) o persino di Eddie Vedder, l’unico che a oggi sia “still alive”, come si diceva, forse grazie alla sua capacità di mantenersi fedele ai principi consegnati a versi come “Escape is never the safest path” o “Gonna rise up, find my direction magnetically”, a dispetto di tutti i turbamenti e gli impulsi autodistruttivi pur presenti anche in lui. E devo invece confessare che raramente quell’impressione nichilistica, quella coinvolgente e talvolta straziante sensazione che ha ben scritto Mehldau (interprete, fra l’altro, anche di una delicatissima, soffusa versione jazz di “Black Hole Sun”), mi era stata suscitata da Cornell, la cui ineguagliata possanza fisica, il cui carisma da frontman di una band etichettata con tipico gergo rock non troppo sofisticato “Total Fucking Godhead Live!” (cit. nel booklet del loro disco Live on 1-5), la cui voce capace di far tremare le mura di casa quando sparavo a tutto volume “Ugly Truth”, “Rusty Cage”, “Let Me Drown”, “No Attention” o la leggendaria “Beyond the Wheel”, la cui vita privata tutto sommato non troppo disordinata (perlomeno rispetto agli standard ai quali ci abituano le rock star: due matrimoni lunghi e stabili, tre figli, alcuni problemi di alcol e depressione ma, sembra, nessuna dipendenza da droghe come l’eroina): le cui caratteristiche, insomma, mi avevano tratto in inganno rispetto alla sua reale personalità. Una personalità evidentemente non meno tormentata e, in ultima analisi, disperata rispetto a quelle dei suoi colleghi e amici della cosiddetta “scena di Seattle”, riguardo alla quale adesso un titolo come quello del noto libro di Greg Prato, Grunge is Dead, assume connotati e sfumature ancora più inquietanti. Un libro, quest’ultimo, in cui, rileggendolo alle 03:14 di notte con “Jesus Christ Pose” da Badmotorfinger nelle cuffie, riscopro passaggi sottolineati a matita che avevo chiaramente dimenticato: “Susan Silver: ‘Penso proprio che Chris [nel 1995] stesse cominciando a soffrire di depressione […]. Tornava a casa e, letteralmente, si raggomitolava per terra e piangeva, a volte anche nel bel mezzo della notte; era inconsolabile. […] Chris cominciò una carriera da solista, ma non avendo dei partner con i quali… non necessariamente comporre, ma ai quali proporre idee per sapere cosa ne pensavano, la sua fiducia in quello che stava facendo cominciò a vacillare. […] Si sentiva sempre più depresso e si curò da solo la depressione; a mia insaputa, cominciò a fare uso di psicofarmaci e alla fine ne divenne dipendente, cosa che condusse a una vera e propria tossicodipendenza e, alla fine, al nostro divorzio”.

Oltre a ciò, in Grunge is Dead (libro composto interamente di interviste e dichiarazioni di varie persone a diverso titolo riconducibili alla “Scena di Seattle”) si legge anche: “Ross Halfin: ‘I Soundgarden sono stati probabilmente la mia band degli anni Novanta preferita, erano quella più originale di tutte: scrivevano cupe canzoni d’amore con delle sfumature davvero pesanti’. […] Jerry Cantrell: ‘I Soundgarden sono… i nonni. Ci sono un sacco di altre band, ma quando penso a Seattle e a quello che vi succedeva, penso che in linea di massima tutto cominciò con i Soundgarden. Quei primi EP, e l’andare a sentirli, il modo in cui cantava Chris e il modo in cui la band suonava nell’insieme erano una cosa stupefacente, e una gran fonte d’ispirazione’. […] Tracy Marander: ‘Kurt Cobain adorava i Soundgarden. A un certo punto, quando loro stavano cercando un nuovo bassista, pensò effettivamente di lasciare i Nirvana e fare un provino con loro come bassista, tanto gli piacevano’. […] Jeff Ament: ‘Secondo me [Chris Cornell] è stato il miglior autore uscito da Seattle dopo Hendrix’. […] Duff McKagan: ‘Io osservo sempre il batterista: se il batterista è bravo, il resto sarà all’altezza. E Matt era incredibile, con tutti quei tempi diversi; e Kim Thayil, wow, che cazzo di chitarrista. La voce di Chris Cornell, poi, sembrava quella di un Robert Plant in acido. Erano inquietanti, belli, musicali: tutto”. Si sono fatte le 03:51 e la canzone nelle cuffie adesso è “Burden in My Hand” da Down on the Upside, l’ultimo disco in studio dei Soundgarden prima dello scioglimento della band nel 1997 (con successiva reunion dal 2010 fino a oggi, anzi fino a ieri…). Mentre la riascolto ancora e ancora e ancora, avendo appena riletto quei passi da Grunge is Dead, penso fra me e me: “Sì, Cornell & soci erano inquietanti, belli, musicali: tutto”, e insieme mi commuovo per alcuni versi della canzone che per qualche motivo mi hanno sempre trasmesso un grande senso di energia, anche a dispetto del loro significato letterale, e che adesso invece suonano così tristi: “Follow me into the desert / As thirsty as you are / […]. I lost my head today / Would you cry for me / […]. I need a little sympathy / Cause fear is strong and love’s for everyone who isn’t me. / So kill your health and kill yourself and kill everything you love. / And if you live you can fall to pieces and suffer with my ghost. / Just a burden in my hand / Just an anchor in my heart / Just a tumor in my head / And I’m in the dark”.

Già, parliamo dei testi di Chris Cornell (limitandomi qui, per ragioni di spazio, di tempo e anche di mio puro e semplice gusto personale, a qualche lirica dei Soundgarden, dunque senza considerare quelli degli Audioslave e dei suoi vari dischi da solista). Soltanto qualche anno fa – imparando a memoria i testi di “Limo Wreck” e “4th of July” mentre li cantavo a ripetizione andando in giro in bici per Bologna e apprezzandone la capacità evocativa e la metrica regolare, perfettamente cadenzata, scandita prima su un’ottava più bassa e poi su un’ottava più alta in mirabile sincronia con possenti riff di chitarra un po’ blacksabbathiani e ritmiche quadrate alla John Bonham – ho cominciato a riflettere su come forse l’abilità del Cornell songwriter, sovente capace di realizzare eccellenti fusioni testo/musica e sapienti equilibri forma/contenuto, sia passata in secondo piano agli occhi e alle orecchie di molti, incluso me, a causa della preponderante attenzione e importanza assegnata (anche per comprensibili motivi, va detto) al Cornell performer. Un’abilità come songwriter che, sia detto qui en passant, emergeva in maniera indubitabile da un brano forse meno noto di altri ma senza dubbio fra i più rappresentativi dell’animo di Cornell, ovvero l’acustica “Seasons” che, nella colonna sonora del film Singles, si trovava significativamente affiancata, con effetto persino straniante (alla Led Zeppelin III o IV, per intenderci), a un pezzo molto duro, oserei dire heavy metal, come “Birth Ritual”.

Senza affrontare qui l’improba impresa di un’analisi completa delle sue liriche, che esulerebbe decisamente dagli scopi limitati di un mero omaggio personale a poche ore dalla sua prematura scomparsa, e senza pretese di cronologicità o sistematicità o altro ancora, mi limito a citare alcuni versi da brani fra i più significativi degli ultimi dischi dei Soundgarden: “Nothing seems to kill me / No matter how hard I try / Nothing is closing my eyes / Nothing can beat me down / For your pain or delight. / And nothing seems to break me / No matter how hard I fall / Nothing can break me at all / Not one for giving up / Though not invincible I know. / […] Someone tried to tell me something / Don’t let the world bring you down / Nothing will do me in before I do myself” (da “Blow Up the Outside World”). Oppure ancora: “The lives we make / Never seem to ever get us anywhere but dead. / The day I tried to live / I wallowed in the blood and mud with all the other pigs. / I woke the same as any other day you know / I should have stayed in bed. […] / And I learned that I was a liar / Just like you” (da “The Day I Tried to Live”). E poi: “Stop you’re trying to bruise my mind / I can do it on my own / Stop you’re trying to kill my time / It’s been my death since I was born” (da “Searching With my Good Eye Closed”). Tutti versi che, se riletti e riascoltati proprio a ridosso del tragico evento di ieri, acquistano chiaramente significati, sfumature, suggestioni differenti. A emergere fortemente è un senso di perdita e inconciliatezza che è connaturato al vivere stesso, all’esistere in quanto tale: una cosa che, per quanto mi riguarda, pochi hanno colto con la lucidità di Bruce Springsteen (del cui classico immortale “Thunder Road” Cornell ha offerto a volte delle intense rivisitazioni unplugged) quando, nella b-side “Happy”, ha cantato: “Some need gold and some need diamond rings / Or a drug to take away the pain that living brings”. È proprio il senso di incancellabile, incurabile, insoffocabile “pain that living brings” che ora, ascolto dopo ascolto (sono le 04:27, by the way), non essendomene reso conto in precedenza, avverto come una presenza forte e ingombrante nelle canzoni di Cornell. Il quale, a sua volta, mi appare adesso “so far away and yet so close” (per dirla con Wim Wenders e Nick Cave, in un’associazione mentale libera, forse arbitraria, che però mi voglio concedere) ai suoi amici e colleghi “seattleani” Layne Staley e Andrew Wood: del primo dichiarò una volta l’amico Mike Inez che “era troppo fragile per questo mondo”, mentre Wood ammise: “Scommetto che non sai perché lo facciamo. È un fatto di emozioni, ce ne sono troppe in giro. Non devi affrontare il dolore, è così facile farsi e non sentirlo” (cit. in M. Wall, Pearl Jam. Dissidenti).

Sono proprio le emozioni che adesso sento fluire nei brani di Cornell in un modo che precedentemente non avevo colto, probabilmente perché affascinato, se non proprio sopraffatto, da altri aspetti della sua musica, in particolare dalla componente strumentale che ha sempre costituito un tratto distintivo dei Soundgarden rispetto ad altre band, anche sotto forma di perizia tecnica (brani con svariati cambi di metro e ritmo, anche dispari e piuttosto complessi, e poi con la sperimentazione di accordature non-standard, il sapiente uso dello studio di registrazione per le sovraincisioni e altro ancora). Una perizia, però, non disgiunta da un’energica, a tratti selvaggia attitudine punk che, curiosamente, era riemersa proprio nel loro ultimo disco prima dello scioglimento, Down on the Upside. Così, si legge e ascolta ancora in alcuni fra i suoi brani più belli: “Remember this / Remember everything is just black / Or burning sun. / And I hope it’s a sweet ride / Sleep tight for me / I’m gone. / Warm and sweet / Swinging from a windows ledge / Tight and deep / One last sin before I’m dead / A sucking holy wind / Will take me from this bed tonight / And bloody wits / Another hits me and I have to say goodbye” (da “Tighter & Tighter”): e ci rammarichiamo molto per il tuo prematuro “goodbye”, mr. Cornell, che tu lo sappia. “My place was beneath you / But now I’m above. / And now I send you a message / Of love. / A simple reminder of what / You won’t see. / A future so holy without me” (da “Mailman”): e non crediamo affatto che il futuro senza te sarà così “holy”, mr. Cornell, che tu lo sappia. “Show me the power child / I’d like to say / That I’m down on my knees today. […] I’m feeling that I’m sober / Even though I’m drinking / I can’t get any lower / Still I feel I’m sinking” (da “Outshined”): e forse ora sappiamo che ti sentivi giù, a terra, in ginocchio, mr. Cornell, ma noi non ne eravamo consapevoli. “I must obey the rules / I must be tame and cool. / No staring at the clouds / I must stay on the ground. […] / I must be pure and true / I must contain my views. / There must be something else / There must be something good / Far away” (da “Boot Camp”): e purtroppo no, non ci facciamo illusioni sul fatto che in quell’estremo “far away” che hai raggiunto ieri, mr. Cornell, si possa trovare qualcosa di meglio, qualcosa di buono, giacché, nichilisticamente, la risposta all’immortale verso del tuo amico Vedder “Are we gettin’ something out of this all encompassing trip?” è un puro e semplice “No”, inutile credere altrimenti.

Da Platone in poi (Fedone, 64a-65a), passando per gli stoici, Agostino, e poi Pascal e i romantici, fino a Essere e tempo di Heidegger e alla Vita pensata di Nozick, una delle forme più importanti di autocomprensione della filosofia è stata quella del vivere come esercizio dell’imparare a morire, del fare i conti in modo consapevole e meditato con il dato essenziale e ineludibile della propria finitezza. E, tuttavia, con disarmante e ammirevole sincerità, in un’intervista rilasciata pochi giorni prima di morire a causa del tumore al pancreas che lo affliggeva, uno dei più grandi filosofi del ’900, Jacques Derrida, dichiarò: “no, non ho mai imparato a vivere, proprio per niente! Imparare a vivere dovrebbe significare imparare a morire, a farsi carico, per accettarla, della mortalità assoluta (senza salvezza, né resurrezione, né redenzione). […] Credo a questa verità senza arrendermici. Sempre meno. Non ho imparato ad accettarla, la morte” (cit. in M. Ferraris, Derrida). L’arte, in generale, e la musica, in particolare, possono svolgere una funzione importante in questo contesto, possono accompagnare passo per passo il nostro esistere, che però, in ultima analisi, si rivela essere ateleologico, non finalistico, non finalizzato ad alcunché, semplicemente destinato a interrompersi in certo luogo e tempo. In altre parole, possono arricchirci e non farci “perire a causa della verità”, come ricordava già Nietzsche, ovvero possono (salutarmente, aggiungo) illuderci. La desolazione, però, è sempre dietro l’angolo ed ecco allora che torno per un’ultima volta a Cornell e cito “Zero Chance”, una delle ballad più emozionanti di tutti gli anni Novanta, per me uno dei vertici insuperati del songwriting contemporaneo, della cui capacità di rielaborare in maniera precipuamente soundgardeniana la forma-canzone purtroppo in pochi si sono accorti, e il cui testo merita di essere riportato per intero giacché esprime molto, davvero molto: “I think I know the answer / I stumbled on and all the world / Fell down. / And all the sky went silent / Cracked like glass and slowly / Tumbled to the ground. / They say if you look hard / You’ll find your way back home. / Born without a friend / And bound to die alone. / I’m thinking of your highness / And crying long upon the loss I’ve found. / And on the plus and minus / Zero chance of ever / Turning this around. / Why doesn’t anyone believe / In loneliness. / Stand up and everyone will see / Your holiness. / They say if you look hard / You’ll find your way back home. / Born without a friend / And bound to die alone”.

Da ultimo, e collegato a ciò, va infine citato un altro elemento che, forse sovrastato/soffocato dalla straripante potenza sia vocale che fisica del personaggio, tende normalmente a sfuggire in relazione al repertorio di Cornell e che a me per primo era sfuggito in tutti questi anni: ovvero quello dell’amore, della dimensione affettiva/emotiva/sentimentale della vita, dalla quale a volte si desidererebbe poter prescindere ma che (purtroppo) si rivela essere sempre e comunque imprescindibile. Per quel che mi risulta, la parola “love” non figura troppo spesso nei testi di Cornell, o quanto meno non così frequentemente come nel caso di altri musicisti e band. E, tuttavia, a me stanotte sono venute spontaneamente in mentre tre importanti occorrenze di questo tema. “One who loved what love denied”, per prima cosa, viene definito il misterioso personaggio al centro dell’oscura, potente, implacabile “Room A Thousand Years Wide”: personaggio rispetto al quale, nel brano, l’io narrante/cantante di Cornell sembra nutrire un’ambigua forma di ammirazione e insieme timore. Poi, viene in mente quel verso, “Love’s like suicide”, che, nel brano intitolato appunto “Like Suicide”, sembra buttato lì quasi distrattamente ma che, soprattutto alla luce dell’evento luttuoso a partire dal quale mi trovo qui a riflettere e a scrivere, potrebbe anche apparire importante (venendo peraltro riecheggiato un anno dopo nel “Love is suicide” del ritornello di “Bodies” degli Smashing Pumpkins). Ma, soprattutto, “it seems like too much love is never enough” si legge/ascolta nella succitata “Say Hello 2 Heaven”, e viene immediatamente da commentare che “sì”, in effetti l’amore non è`mai abbastanza, davvero non basta mai, non se ne ha mai a sufficienza, se ne ha sempre ancora di bisogno, e quindi, d’altro canto, che “no”, non è affatto vero quel che dice quell’altro verso, “love heals all wounds with time”: no, per nulla, l’amore non guarisce nessuna ferita, anzi ne apre sempre di nuove, e viene da ipotizzare che Cornell lo sapesse bene, con la vulnerabilità che non sospettavamo in lui e che invece c’era eccome.

Per quel che poco che può valere, ci tengo a dire che questa notte (anzi, ormai stamattina) “how I feel for you, I feel for you”, mr. Cornell. Mi congedo da te, mr. Cornell, voce più potente ed estesa e roca della storia del rock: si sono fatte le 04:57 e ti dico addio per sempre. Dispiace ipotizzare, alla luce di quanto accaduto ieri, che forse tu ti sia sentito per gran parte della vita “Born without a friend / And bound to die alone”, che la tua condizione interiore possa essere stata “It’s been my death since I was born”. Più di tutto, però, più di qualsiasi (fallibile, per definizione) tentativo di interpretazione, è bene dirti grazie per avermi fatto sentire un’infinità di volte “Alive in the superunknown”, qualsiasi cosa ciò potesse realmente significare per te.


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Stefano Marino

Stefano Marino, dottore di ricerca in Filosofia (2008) presso l’Università di Bologna, borsista del DAAD e della Fritz Thyssen Stiftung (2009; 2011) presso la Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo, è attualmente ricercatore di Estetica presso l’Università di Bologna. Le sue ricerche vertono principalmente sull’ermeneutica, la teoria critica, la filosofia della musica e l’estetica della moda. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: le monografie Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer (2015), Aufklärung in einer Krisenzeit: Ästhetik, Ethik und Metaphysik bei Theodor W. Adorno (2015), La filosofia di Frank Zappa (2014), Gadamer and the Limits of the Modern Techno-scientific Civilization (2011); le traduzioni dei libri di C. Korsmeyer, Il senso del gusto (2015) e di H.-G. Gadamer, Ermeneutica, etica, filosofia della storia (2014) e Che cos’è la verità (2012); e infine i volumi come co-curatore: Philosophical Perspectives on Fashion (2016), Theodor W. Adorno: pensiero dialettico ed enigma della verità (2016), Nietzsche nella Rivoluzione Conservatrice (2015), Filosofia e Popular Music (2013). È inoltre batterista e suona nella band di post-rock strumentale Comandante Brioche


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