L’esaurimento dell’università umanistica e il futuro della mediazione letteraria

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Si pensa di saperlo: che sia stata la marea montante della cultura di massa ad aver spento la tradizione letteraria e filosofica europea o quantomeno ad averne reso la luce non troppo brillante. Sia il prorompente viluppo di mass media e media digitali o il martellamento pubblicitario di un’economia di mercato all’ennesima potenza, sia il trionfo del piacere e dell’emozione come valori fondamentali dell’esistenza o la cultura del profitto diffusasi capillarmente finanche in ambito editoriale: non sono mancate ragioni al progressivo abbandono, in Europa e Stati Uniti, delle humanities in quanto pratiche di coltivazione interiore, diciamo pure pratiche spirituali. Quest’interpretazione non tocca tuttavia un altro importante fattore di marginalizzazione delle lettere, assai meno visibile del trionfo della modernità di massa ma forse non meno insidioso, poiché esso implica proprio l’istituzione cui le società occidentali hanno attribuito, con grande dispiego di risorse, il compito di custodire e trasmettere il sapere letterario.

 

Dell’università è sempre difficile parlare. Si tratta di uno dei templi della cultura della classe media e metterla in discussione insidia più di un feticcio del nostro tempo: la meritocrazia ad esempio, la produttività o la professionalità. L’attuale diffusione di questi e altri valori associati attribuisce loro un’aura di inevitabilità: in realtà essi rappresentano un modo di vita e lavoro nato in un particolare periodo storico, giunto in seguito a una sorta di compimento e di fatto già in fase di declino. L’università stessa può sembrare un’istituzione perfino millenaria e quasi eterna, eppure non lo è: rifondata nell’Ottocento in gran parte dell’Occidente sulla scorta di modelli tedeschi, in essa ha trovato espressione istituzionale il sapere positivistico fiorito dopo la rivoluzione francese. E col susseguirsi dei decenni quel sapere è andato sviluppandosi nella cultura media di oggi – versione estenuata ed estrema del sogno dei vecchi cappelli a cilindro, coi quali gli accademici odierni condividono ancora, il più delle volte senza esserne pienamente coscienti, le principali dinamiche del proprio modello di vita. Positivismo nel XXI secolo? In effetti sì, ma tanto spinto e vacuo da apparire l’altra faccia della massificazione post-borghese; poiché sebbene abbia spesso voluto porsi in modo antitetico a questa, l’università è stata protagonista di un processo di “estremizzazione” della cultura occidentale parallelo e analogo a quello che ha portato alla società dei consumi e oltre.

 

Il risultato è stato un tale allontanamento della pratica accademica da quella letteraria che oggi la critica è sempre meno in grado di trasmettere le lettere: sta di fatto facendo dell’altro. Era un destino probabilmente già scritto, pur se fino ai primi decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale non è stato così raro per gli scrittori e gli stessi lettori trovare interlocutori tra critici e studiosi (grazie a epistolari, prefazioni, edizioni critiche, recensioni, elzeviri ecc.) Questa triangolazione si è andata tuttavia costantemente sfilacciando sino di fatto a dissolversi, e ciò che oggi passa per sapere umanistico accademico si trova spesso a non essere che proliferazione concettuale concepita a scopo professionale. Ma se l’università umanistica è probabilmente già divenuta un apparato burocratico senza più una funzione oltre alla propria sopravvivenza – buon caso di inerzia delle burocrazie – chi in questo quadro ha perso più di tutti è il lettore: che nella migliore delle ipotesi ha visto inaridirsi uno dei pochi canali di trasmissione del letterario e nella peggiore ha finito, di fronte alla bizzarria di certi articoli specialistici, per convincersi che soltanto grazie a un dottorato o a una posizione universitaria gli sia possibile accedere alla letteratura – mentre ciò potrebbe invece precludergliene per sempre l’esperienza.

 

Per capire come si è arrivati a questo è utile lavorare per qualche anno negli Stati Uniti, possibilmente in uno degli atenei che si trovano alle più alte posizioni nei cosiddetti academic ranking. È in essi che le potenzialità storiche dell’università occidentale sono giunte alla loro più compiuta consumazione: molto se non tutto ruota attorno al merito, fatte salve eccezioni naturalmente, ma proprio per questo vi diventa chiaro quanto sia naïf la celebrazione della “meritocrazia” diffusamente praticata in Italia. Il trionfo del merito può avvenire soltanto se si attribuisce un forte potere, un kratos appunto, a degli apparati di controllo. Ciò ha conseguenze immediate nella strutturazione delle “comunità” accademiche, che negli Stati Uniti sono divenute organismi fortemente gerarchici estremamente efficaci nell’imporre alla professione una serie di dettami molto rigorosi. Vi si è spesso di fronte a prescrizioni per certi versi ancora più insidiose di quelle personalistiche cui siamo abituati in Italia, perché effettuate da forze relativamente impersonali e istituzionalizzate (facoltà, dipartimenti, congressi, commissioni, steering committees, ecc.) ben più potenti e meno negoziabili del barone di turno. Inoltre, si è giunti in America a una forte standardizzazione dei criteri con cui il controllo viene esercitato, che nel tempo si sono di fatto ridotti ad appena uno, mutuato dai dipartimenti scientifici: cioè all’imposizione della monocultura dell’articolo accademico, che quando è prodotto in quantità particolarmente generose diventa libro e quando in formato ridotto è l’intervento a un congresso. (La scomparsa della scrittura colta dalla stampa generalista si deve infatti anche alla meritocrazia accademica, che ha risucchiato le forze dei ricercatori in un’altra e unica direzione). L’esaltazione del merito suscita infine, ovviamente, una forte spinta competitiva dal basso e dunque porta, specie in tempi di ridotti fondi e cattedre, ad esasperare l’individualismo dei giovani ricercatori. Si tratta di un particolare tipo di egocentrismo che cerca strenuamente di affermarsi pur non smettendo di servire i dettami dell’apparato istituzionale: curiosa sorta di narcisismo servilistico che può danneggiare profondamente, direi addirittura irreparabilmente, l’ethos dell’umanista.

 

You’re very productive”. È uno dei migliori complimenti che si possano fare a un collega americano e senza che mai l’aggettivo sembri minimamente fuori posto, in fondo si è in un campus e non nei corridoi di una fabbrica. Non c’è nulla di male (forse) nel “produrre” molto, ma ogni genere di problema sorge quando la quantità viene venerata – con logica di ascendenza smaccatamente positivistica – come somma espressione del “merito individuale”. Raramente, per esempio, c’è grande quantità senza grande omogeneità. Lo stesso feticismo del nuovo, che inevitabilmente risulta dall’imperativo di produrre senza sosta, conduce di fatto alla ricerca di novità come di merce nuova, di idea smerciabile, piuttosto che a un’effettiva creatività. Non a caso non esiste probabilmente comunità accademica che sia quanto la statunitense in preda all’appiattimento del pensiero sullo slogan: si pensi alle tanto virulente quanto impermanenti mode teoriche che periodicamente la travolgono per presto scomparire, alla ripetitività degli argomenti di convegno, alla serialità con cui sono costruiti gli articoli e i volumi – per quanto concettualmente elaborati – o alle somiglianze tra riviste. Oppure si consideri la necessità di continuamente importare dall’estero nuovi testi teorici per non far mancare carburante a quest’estasi di consumo; sono spesso opere di provenienza francese o britannica ma anche italiana: nate di solito in particolari ambienti universitari o para-accademici e forse per questo esprimenti una diversa creatività, che viene però ben presto fagocitata e trasformata in maniera.

 

Che significa infine subire un eccesso di professionalizzazione? I fenomeni di cui ho accennato sono in realtà tutti collegati tra loro: nel momento in cui viene imposto di scrivere a perdifiato esclusivamente un certo tipo di testi richiesti dalla stessa università, si rischia di trasformare l’attività del critico in un vortice incapace di dispiegarsi altrimenti che all’interno dell’istituzione. E purtroppo ciò si è realizzato, con tutta una serie di conseguenze connesse: il linguaggio critico è diventato comprensibile soltanto a chi possiede un dottorato, lo sfoggio erudito ha subito una forte accelerazione e il bizantinismo concettuale ha perduto realmente ogni decenza. Si tratta di processi senz’altro facilitati da fenomeni esterni al mondo universitario, come l’atrofizzarsi della stampa culturale e la trasformazione del mercato editoriale – i canali tradizionali con cui la sfera pubblica cercava un tempo di incontrare le facoltà umanistiche e che blog e riviste digitali non sono stati in grado di sostituire. Ma essi hanno anche un’origine più lontana e ancora una volta ottocentesca: dietro alla professionalizzazione autoreferenziale pare stare il presupposto tutto positivistico della necessità di distanza tra soggetto e oggetto di studio. Non incidentalmente anche in Italia le vecchie “facoltà di lettere” sono state spesso rinominate “dipartimenti di scienze letterarie”. Così come lo scienziato deve astrarsi dalla natura che sta studiando per rivolgersi ad altri scienziati come lui, analogamente il critico, il filologo, lo storico della letteratura, hanno cercato di oggettivizzare le lettere, giudicandole, catalogandole, sistematizzandole in modo tale da far avanzare la loro disciplina, il field of study condiviso da loro e soltanto da loro. Dubito fortemente, tuttavia, che sia corretto o utile intendere le lettere come un “campo di studio”; credo si tratti primariamente di pratiche, di exercices spirituels come è finalmente tornato ad affermare con chiarezza Pierre Hadot, che coinvolgendo autore e lettori si sottraggono non solo costituzionalmente alla dicotomia tra soggetto e oggetto di studio ma nei casi migliori anche a quella, sottostante, tra soggetto senziente e realtà oggettiva. Poteva dunque il mediatore di una pratica dalla valenza fortemente etica riuscire a tramutarsi in un distaccato scienziato? Semplicemente, no: e infatti il principale risultato di questi processi storici è stato l’ennesimo twist postmoderno di un fondamento positivistico, cioè la tecnicizzazione (e non la trasformazione in scienza) della professione umanistica.Nel momento stesso in cui veniva privata di gran parte della sua missione, perdendo il legame che l’univa al pubblico “non specialista”, scrittori inclusi, essa ha preso a girare in tondo sempre più rapidamente, abbracciando procedure e standard interni basati principalmente sulla capacità di elaborare ad libitum apparati concettuali potenzialmente “smerciabili” e per questo (e non viceversa) nuovi. Da praxis spirituale aperta al prossimo la professione si è fatta, in altre parole, techne concettuale ossessionata dall’autopromozione. Ciononostante – si reagirà – qualcuno ancora ben resta ad ascoltare i critici, pur se magari con una certa perplessità e stanchezza: sono ovviamente gli studenti dei loro corsi; che potranno diventare insegnanti di scuola o essi stessi universitari, ma che sempre più raramente si possono considerare veri e propri studenti di letteratura in quanto “praticanti del letterario”.

 

L’università umanistica che ho tratteggiato più lungamente nel romanzo-saggio Quando studiavamo in America, sta scomparendo: essa è già di fatto un guscio vuoto. Lo si rileva negli scioccanti tassi di depressione tra i docenti, nella sorda frustrazione dei dottorandi, nella sempre minore qualità dei talenti che accoglie. Ciononostante non c’è dubbio che anche in un quadro così fosco si potrebbero trovare sfumature più luminose, come i molti ricercatori che nonostante l’enorme carico di lavoro continuano a inviare articoli a siti e riviste digitali non di settore – tra cui Scenari. Temo tuttavia che esagerare questi elementi condurrebbe a ingannarsi sulla gravità della situazione. Se oggi sentiamo tanto forte l’evidenza di un esaurimento della civiltà occidentale è non soltanto perché le società socialdemocratiche sono mutate tanto da trasformare i loro presupposti in ironiche reincarnazioni di se stessi; ma anche perché l’Occidente non è più riuscito a dar forma a istituzioni in grado di trasmettere la pratica letteraria e filosofica. È una mancanza che sarebbe ingenuo sottovalutare: perché in Europa e negli Stati Uniti pare scomparsa, per la prima volta in decine e decine di secoli, non tanto la possibilità di coltivare una vita contemplativa (capacità intrinseca alla biologia dell’homo sapiens) quanto un percorso istituzionale che vi conduca facilitandola e proteggendola: esauritosi prima nella sua forma religiosa e ora anche in quella laica. Con ciò naturalmente non intendo rinunciare ad accettare il nostro presente: tutto quel che accade possiede, mi pare, una sorta di convincente sacralità precisamente per il fatto di accadere al posto di qualsiasi altra immaginaria situazione. Non si tratta dunque di additare colpevoli che d’altronde non sono di certo i docenti d’oggi, vittime essi stessi di un sistema che il più delle volte comprendono troppo tardi. Resta invece importante, io credo, riuscire ad aprire gli occhi guardando al di là della propaganda dei vari corsi di laurea o dottorato e soprattutto al di là dell’esausta ideologia che essi incarnano – aggressiva fino in punto di morte come certi animali disperatamente attaccati alla vita. Soltanto così si potrà essere pronti ad agire diversamente nel momento in cui le condizioni saranno mature per farlo.

 

Quel tempo potrebbe in realtà giungere assai presto. La crisi dell’Occidente non è in fondo altro che una transizione storica di particolare magnitudine: vi abbiamo già cominciato a vivere il diffondersi dell’automazione assieme a un inizio di disincanto per la tecnologia, e così la rivoluzione etica dell’ecologia, la progressiva proletarizzazione delle professioni liberali e la fine della possibilità di pieno impiego, persino il declino dell’etica del consumo e probabilmente anche il tramonto della democrazia – quanto meno così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi cinquant’anni. Questa serie di cambiamenti condurrà inevitabilmente al superamento di ciò che resta della morale ottocentesca, probabilmente prima in Europa che negli Stati Uniti dove essa è tanto radicata, o in Asia dove invece è stata innestata tanto di recente. Mi pare allora che l’attività artistica intesa in senso forte – non come intrattenimento ma come pratica di attenzione in grado di trasformare profondamente l’ethos di chi la crea e di chi la fruisce – potrebbe avere quantomeno la possibilità di ritornare a giocare un ruolo nella società di domani, pur se non centrale né comprimario. Anche nella sua versione letteraria. È in questa prospettiva che resta da chiedersi se l’università umanistica sia riformabile o se non sia il caso, come di fatto sta già avvenendo, di ripartire con una nuova serie di esperimenti istituzionali. Di certo, così com’è, essa è senza fiato.


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Beppi Chiuppani

Cresciuto a Bassano del Grappa, Beppi Chiuppani ha studiato in Italia, Francia, Inghilterra, Egitto, Siria e Stati Uniti (PhD, Letteratura Comparata, U. of Chicago). È narratore (Medio Occidente, 2014) e saggista. Il suo secondo romanzo uscirà alla fine del 2015.


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