Populismo e totalitarismo

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Il 2016 appena concluso ci lascia in eredità un problema politico sul quale sono già stati spesi fiumi di inchiostro: come spiegare le sorprese elettorali cui abbiamo assistito su entrambe le sponde dell’Atlantico? Come spiegare la Brexit, la vittoria di Trump e la sconfitta del Sì in occasione del referendum sulla riforma costituzionale? La risposta automatica di analisti e commentatori è stata pressoché univoca: si è trattato della vittoria del populismo. Una categoria, però, divenuta talmente generica da accatastare  in un unico contenitore partiti e movimenti politici che in comune hanno poco o nulla – come i nazionalisti polacchi e Podemos, Tsipras e Trump, la destra ungherese e il M5s –, se non la tendenza ad appellarsi a un popolo contrapposto alla sua stessa rappresentanza, riconfigurata in “casta”. Per questo, per evitare di rendere la categoria ‘populismo’ tanto vaga da risultare inutilizzabile, sarebbero necessarie alcune precisazioni. Anche perché è facile osservare che l’evocazione del termine serve spesso da pretesto per criticare qualcos’altro: l’avvento della “post-democrazia”, per esempio, cioè un regime politico dove le scelte vengono decise in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite economiche e finanziarie. Oppure le inadeguatezze della democrazia, la sua incapacità di ridurre, se non di eliminare, le più stridenti diseguaglianze e iniquità sociali.

Ora, secondo un approccio diffuso il populismo vince perché si dimostra capace di sfruttare le emozioni e gli interessi di una classe sociale chiaramente identificabile: i perdenti della globalizzazione, i milioni di uomini e donne sconfitti da un’economia che distrugge reddito e lavoro, intacca il Welfare e manda in rovina l’identità. Gli studi empirici sinora condotti non sembrano però avvalorare questa interpretazione. È vero che i partiti generalmente considerati populisti vengono massicciamente votati da elettori che corrispondono a questo profilo sociologico – ma in molti altri casi ciò non accade. Talvolta sono invece proprio i vincenti, quelli che hanno saputo sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione, ad adottare una sorta di darwinismo sociale de facto e a trattare i loro concittadini meno fortunati come inferiori oppure come ‘colpevoli’ della loro situazione. Considerare le sole fasce di reddito, in questo senso, non ci porta molto lontano.

Un altro modo comune di guardare al populismo è quello di valutare i suoi esponenti e i suoi sostenitori nella prospettiva di una specifica disposizione sociopsicologica. Avremmo allora a che fare con individui dominati dallo spirito di risentimento e da un sentimento di esasperazione, cittadini avvelenati dall’angoscia per la perdita di status e prestigio e la cui rabbia e frustrazione sconfinano nella paranoia. Ma come per l’interpretazione sociologica, anche in questo caso vi sono scarse prove a sostegno della tesi che identifica il populismo con quella miscela di rancore e animosità che si traduce nella tendenza manichea a interpretare la realtà in termini di amico-nemico. Inoltre, molto più di quanto accada con l’interpretazione in chiave sociologica, la prospettiva sociopsicologica tende a confermare l’immagine che i populisti hanno di se stessi.

In terzo luogo, è diffusa la tendenza ad affermare che il populismo si caratterizza per un insieme distintamente riconoscibile di politiche: le proposte dei populisti sono semplicistiche, irresponsabili e persino irrazionali, assecondano le pulsioni immediate degli elettori e le opzioni di corto respiro eccetera. La domanda, naturalmente, è: quis iudicabit? Chi traccia la linea tra politiche responsabili e politiche irresponsabili? Il punto non è che la distinzione sia priva di significato o sia interamente soggettiva, poiché quando si tratta di distinguere è sempre possibile fare appello a buone ragioni. Il punto è che nessuna distinzione può essere sufficiente per definire come specificamente populista un certo complesso di scelte o di interventi. Un concetto come quello di demagogia potrebbe in questo caso essere decisamente più utile.

Se il populismo non si riferisce a una particolare base sociale o a una particolare tipologia di emozioni oppure a un particolare insieme di politiche, sarebbe allora forse più opportuno definirlo come una determinata visione moralistica della politica. Ossia, come uno specifico modo di interpretare la realtà politica, che oppone un popolo omogeneo e indifferenziato a esigue minoranze che il popolo autentico ha tutto il diritto di emarginare dal corpo sociale. In genere, ma non necessariamente, la categoria di ‘moralità’ viene articolata attraverso il linguaggio del lavoro e della corruzione. I populisti contrappongono il popolo ‘onesto’ e che lavora sodo a una élite corrotta e improduttiva (o che, se lavora, lo fa nel proprio esclusivo interesse). Nel caso del populismo di destra, la contrapposizione si rivolge anche agli strati più bassi della società (coloro che vivono a spese degli altri). Il ‘nemico’ dei populisti comprende sia le élite cosmopolite sia i gruppi marginali ed esclusi: le une e gli altri egualmente estranei alla comunità unificata e omogenea che sola può realmente dire “noi”, il popolo. Esempi classici sono le élite liberali e le minoranze razziali negli Stati Uniti, le élite socialiste e i gruppi etnici come i rom in Europa centro-orientale, oppure i ‘comunisti’ e i migranti irregolari in Italia. Nell’immaginario populista le élite sono immorali perché operano a loro esclusivo vantaggio e non a vantaggio di tutta la comunità, le minoranze perché sono parassitarie e campano grazie ai servizi finanziati con il denaro degli onesti contribuenti. L’unità del popolo va perciò ri-costruita emarginando sia la casta politica e finanziaria, sia le minoranze, costituite indistintamente da ladri, criminali, parassiti o truffatori.

Questa concezione moralistica della politica presenta due importanti implicazioni. Prima di tutto, i populisti non hanno alcun bisogno di opporsi al principio di rappresentanza. E anzi possono anche farsene attivi promotori, dal momento che il popolo legittimo può così finalmente decidere quali debbano essere i suoi ‘veri’ rappresentanti. Possono persino battersi per estendere l’istituto referendario – ma solo come un mezzo per tastare il polso del popolo, per così dire, e non perché desiderino che esso partecipi direttamente alla vita politica. Il popolo dei populisti è un soggetto collettivo essenzialmente passivo e che non ha bisogno di presenziare ‘in prima persona’ sulla scena politica – una volta, naturalmente, che la sua autentica volontà sia stata accertata e abbia avuto modo di trovare espressione nei canali della rappresentanza.

Ciò che i populisti vogliono è che i rappresentanti siano i ‘loro’ rappresentanti, politici moralmente puri, onesti, incorrotti e disinteressati. In questo senso, un populismo senza partecipazione non è affatto una contraddizione in termini; e non è un caso che i populisti al potere tendano ad adottare un atteggiamento paternalistico, da custodi o da guardiani, nei confronti di un popolo con il quale il solo rapporto politico è del tipo capo-masse, perché basato sull’asse personalizzato dell’uomo solo al comando. I populisti agiscono come se avessero ottenuto un mandato imperativo e come se le scelte politiche fossero la diretta e immediata espressione di una volontà generale precedentemente accertata. In realtà, la visione populista della rappresentanza corrisponde ben poco all’idea democratica di un processo politico che crea e si basa su un continuo flusso di influenza, controllo e comunicazione tra cittadini e rappresentanti. In particolare, i populisti sono chiaramente ostili alle caratteristiche spesso associate alla vita parlamentare, dipinta come una realtà separata e lontana dalla vita dei cittadini, dove partiti sostanzialmente autoreferenziali danno vita a fazioni interessate unicamente a combattersi e la volontà del popolo si arena per colpa della lentezza e della farraginosità delle procedure legislative. La concezione populista della rappresentanza tende così a sovvertire proprio le istituzioni rappresentative, e cioè i moderni parlamenti, nei quali il popolo distilla verso l’alto l’infinita pluralità degli interessi particolari e si rende (idealmente) coautore di quelle stesse leggi a cui è tenuto a prestare obbedienza, entrando così nella logica dei diritti e dei doveri della cittadinanza democratica.

Si tratta di un punto essenziale: anche se il populismo non si oppone al principio della rappresentanza e alla pratica delle elezioni, ciò che il populismo deve necessariamente negare è ogni sorta di pluralismo o di legittima differenziazione politica e identitaria: nell’immaginario populista vi è spazio soltanto per una società omogenea e sostanzialmente pacificata, che condivide valori e stili di pensiero e nella quale sono assenti voci dissonanti. Una società che non prevede alcuna forma di conflitto: non quello di classe, ma neppure quello degli ideali e dei valori oppure degli interessi. Una società coesa perché condivide, grazie a un rapporto di spontanea consonanza con il suo leader, principi e stili di pensiero e che grazie al suo tramite può ritrovarsi in un “noi” finalmente unificato.Per questo, secondo la Weltanschauung populista, non ci può essere qualcosa come una opposizione legittima – ossia spazio per uno dei presupposti chiave della democrazia liberale, basata sull’idea che nelle moderne società occidentali non ci si possa più aspettare un qualche consenso sui valori innato o precostituito, ma piuttosto un endemico conflitto tra punti di vista che smettono di essere convincenti una volta superati i confini della rispettiva appartenenza politica.

L’antipluralismo di principio spiega anche un’altra caratteristica delle politiche populiste, vale a dire il fatto che i partiti populisti siano monolitici al loro interno e appiattiti sulla figura e sulle scelte del leader. Ora, la “democrazia interna” dei partiti politici – che alcune costituzioni considerano come la prova del nove della loro legittimità – può anche essere soltanto una pia illusione. Per molti partiti vale ancora ciò che Weber diceva per quelli della sua epoca: macchine per selezionare ed eleggere i leader. Anche se questo è indubbiamente un orientamento generale, i partiti populisti spiccano per la tendenza a purgare i dissenzienti e a espellere dalle proprie fila ogni voce fuori dal coro. Se c’è un solo bene comune e un solo modo per rappresentarlo fedelmente (in opposizione a una partigianeria consapevole, ma anche alla interpretazione consapevolmente fallibile di ciò che il bene comune potrebbe essere), allora il disaccordo, nel partito che pretende di essere il solo legittimo rappresentante del bene comune, non può che essere preventivamente escluso.

Dal momento che i populisti desiderano una unità di popolo irraggiungibile (e neppure auspicabile), la negazione del disaccordo legittimo lascia trasparire una sorprendente affinità tra l’immaginario politico populista e il totalitarismo (inteso anch’esso come una forma di immaginario politico). Non il totalitarismo descritto dai liberali all’epoca della Guerra fredda, ma la visione di una società/popolo/nazione che cerca di ritrovare la propria omogeneità chiudendosi a riccio su se stessa rispecchiandosi nella figura di un leader dai tratti carismatici. Evidentemente, i populisti così come oggi si presentano nelle democrazie occidentali non cercano di attuare politiche totalitarie come quelle cui abbiamo assistito nel secolo appena trascorso. Ma resta il fatto che la loro pretesa di essere i soli legittimi rappresentanti del popolo autentico contiene evidenti affinità con una idea di società come totalità organica e fusa, in cui non vi è spazio per la pluralità e per il conflitto regolato. Una idea ben diversa da quella di una società aperta nella quale la diver­sità delle opinioni e dei valori viene tutelata e garantita dallo Stato democratico di diritto.

 


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Edoardo Greblo

Edoardo Greblo (Capodistria 1954), redattore di “aut aut” dal 1987, è stato docente a contratto presso le Facoltà di Lettere e Filosofia, Scienze della formazione e Giurisprudenza. Oltre a diverse traduzioni e saggi, ha pubblicato La tradizione del futuro (Liguori, Napoli, 1989), Democrazia (Il Mulino, Bologna, 2000), A misura del mondo (Il Mulino, Bologna, 2004), Filosofia di Beppe Grillo (Mimesis, Milano-Udine 2012), Politiche dell’identità (Mimesis, Milano-Udine 2012). Ha collaborato alla Enciclopedia del pensiero politico (a cura di R. Esposito e C. Galli, Laterza, Roma-Bari 2000) e al Manuale di storia del pensiero politico (a cura di C. Galli, Il Mulino, Bologna, 2001, 20113). È inoltre coautore, insieme a C. Galli e S. Mezzadra, di Il pensiero politico del Novecento (Il Mulino, Bologna, 2005, 20112). Collabora con la pagina culturale del quotidiano “Il Piccolo”.


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