L’onestà come categoria morale e politica

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L’appello all’onestà ha sempre trovato qualche spazio nel dibattito politico, ma in Italia esso è diventato tema pressante, e persino preminente, a partire dai primi anni 1990. Le inchieste ricordate sotto il nome di ‘Mani Pulite’ avevano portato alla luce una trama corruttiva sistematica con al proprio centro il finanziamento illecito dei partiti e, collateralmente, svariati arricchimenti privati.

A capitalizzare lo sdegno di allora fu in prima battuta principalmente la Lega Nord, che si fece alfiere di una campagna moralizzatrice ed anti-establishment, e che alle elezioni del 1992 passò da 2 a 80 parlamentari. Molti ricordano ancora il cappio fatto penzolare alla Camera dei deputati dal deputato leghista Orsenigo, che invocava la forca per i malfattori. Così, alle elezioni amministrative del 1993 Democrazia Cristiana e Partito Socialista si ritrovarono ridotti elettoralmente ad un quarto di ciò che erano prima di Tangentopoli; e, alle elezioni politiche del 1994, a incassare i dividendi dello scandalo furono, oltre alla Lega di Bossi, il neonato partito di Silvio Berlusconi, cui riuscì magistralmente di accreditarsi come imprenditore anti-establishment.

Da allora, tuttavia, l’appello moralizzatore all’onestà ha subito alcune interessanti metamorfosi. Esso è trascolorato in appello alla ‘società civile’ in contrapposizione alla ‘casta politica’, e si è convertito in un generale movimento di sfiducia nelle istituzioni pubbliche, accompagnato da privatizzazioni di servizi e riduzione del perimetro dello Stato. Inavvertitamente l’attacco iniziale alla politica disonesta è divenuto attacco alla politica, ricettacolo di disonestà, e poi alla politica come dimensione pubblica tout court, rispetto alla quale l’azione individuale e autointeressata dei privati è stata vista come unico orizzonte percorribile e modello di trasparenza. In pratica, il fallimento morale della classe politica si è convertito in un ridimensionamento della sfera del pubblico a favore del privato.

In questo quadro brilla per la sconcertante assenza di risorse politiche la Sinistra, che ha passato gli anni successivi alla svolta della Bolognina (1989) in un’interminabile e patetica crisi di identità, crisi che ha lasciato orfana di riferimenti politici un’ampia parte della popolazione italiana.

È interessante notare che, in concomitanza con questo trascolorare della spinta moralizzatrice in semplice denigrazione del ‘pubblico’, dinamiche di corruttela diffusa, di finanziamento obliquo della politica, di indistinzione tra interesse privato e interesse pubblico hanno ripreso rinnovato vigore. È in questo quadro che vediamo passare forze come la Lega dal supporto animoso al pool Mani Pulite e dalle veementi accuse di ladrocinio alla politica nazionale (“Roma ladrona”), a dubbie contiguità politica-finanza (caso Credieuronord) e a vicende come il caso Belsito, che portò nel 2012 alle dimissioni di Bossi.

Tra i partiti che hanno tratto dall’appello all’onestà la loro propulsione iniziale merita una menzione particolare l’Italia dei Valori, cresciuta attorno al più noto dei magistrati di Mani Pulite, e finita travolta ingloriosamente da reiterati e devastanti cambi di casacca di suoi parlamentari (De Gregorio, Scilipoti, Razzi, ecc.).

Recentemente, a vent’anni da Mani Pulite, lo scontento e il disgusto della popolazione nei confronti della ‘disonestà della casta’ ha portato alla ribalta il movimento di Beppe Grillo, come nuovo alfiere di una moralizzazione del paese. Il grido “Onestà! Onestà!” reiterato dai politici pentastellati in Parlamento e nei comizi si propone in certo modo come il marchio di fabbrica del movimento. Mentre i programmi politici pentastellati sono stati spesso accusati di vaghezza, quando non di velleitarietà, l’appello all’onestà si è stagliato come un fattore qualificante e univoco. È presto per dire se anche il M5S tenderà a seguire la parabola di allentamento morale che in varie forme ha coinvolto altre forze politiche nate nel nome dell’onestà. Vicende recenti come quella delle firme false alle elezioni comunali in Sicilia sembrerebbero suggerire questa direzione, ma è prematuro formulare giudizi.

Ciò su cui invece è necessario riflettere è sulle ragioni profonde di questa manifesta difficoltà per il ceto politico italiano di preservarsi onesto, anche quando apparentemente mosso da vivido sdegno contro l’altrui disonestà. Si potrebbe qui procedere a richiamare lontane origini culturali, il familismo amorale, il concetto di peccato cattolico piuttosto che protestante, ecc., ma forse è opportuno concentrare lo sguardo su qualcosa di più semplice e più vicino.

Chiediamoci: cosa si intende per lo più nel dibattito politico quando si invoca l’onestà, o si stigmatizza la disonestà? In questo contesto, di norma ciò che viene inteso con onestà è un comportamento che si astiene dal commettere reati, con particolare riferimento all’appropriazione indebita di risorse pubbliche.

Questa concezione dell’onestà è però singolarmente riduttiva. Se prendiamo a caso un po’ di definizioni dai dizionari più diffusi, troviamo che onestà primariamente significa:

• “La qualità umana di agire e comunicare in maniera sincera, leale e trasparente, in base a princìpi morali ritenuti universalmente validi.”

Oppure,

• “Qualità morale di chi rispetta gli altri e agisce lealmente verso il prossimo.”

O ancora:

• “Di chi agisce con rettitudine, con lealtà, con giustizia, astenendosi dal commettere il male; che non inganna, coscienzioso, scrupoloso.”

• “Comportamento conforme a principi morali giudicati validi; non ispirato a volontà d’ingannare; obiettivo, imparziale, non fazioso.”

E se si va all’etimologia latina si trova una conferma di questo senso comprensivo del termine, che abbraccia le aree semantiche dell’onore, dell’integrità, della lealtà, e anche del decoro.

Curiosamente, nel dibattito pubblico del nostro paese il senso autentico di onestà si ritrova rimosso e inscatolato nella locuzione, un po’ pretenziosa e alquanto marginale, di ‘onestà intellettuale’. Ma in effetti l’onestà ghettizzata nell’espressione ‘onestà intellettuale’ è propriamente la forma fondamentale dell’onestà. Onestà è agire in modo da non creare artatamente vantaggi per sé o per la propria parte; è comportarsi in modo di preservare la pari dignità degli interlocutori, di trattarli con reciprocità; è comunicare in modo sincero, leale, astenendosi dall’inganno e dal trattare gli altri come mezzi per i propri fini.

Ora, avendo davanti agli occhi il senso autentico dell’onestà, forse possiamo comprendere meglio la dinamica che ha condotto e conduce rappresentanti del ceto politico, anche quando hanno fatto dell’onestà la loro bandiera, a scivolare in direzione opposta.

Pensiamo alle giustificazioni sollevate negli anni 1990 da vari personaggi politici coinvolti nella rete corruttiva scoperchiata da Mani Pulite. Una delle giustificazioni canoniche e reiterate è stata quella di dire che lo avevano fatto per il partito, per metterlo in grado di competere politicamente. Occasionalmente, quando i magistrati facevano notare a taluni che parte significativa di quanto sottratto gli era rimasto attaccato privatamente alla dita, si giungeva ad una variante dell’argomento: anche i denari di cui si erano appropriati in prima persona erano destinati in ultima istanza alla loro attività politica, magari per finanziare le proprie campagne elettorali future, ecc. Dobbiamo pensare che si trattasse di pura e semplice malafede? Forse sì; ma non è da escludere la sincerità di un tacito ragionamento di questo tipo: <Siccome il mio partito, o la mia corrente, o invero io stesso, siamo rappresentanti delle ‘idee giuste’, allora ogni mezzo per aiutare l’imporsi del mio partito, della mia corrente o di me stesso è, in ultima istanza, moralmente giustificabile, insomma, onesto.>

Questo tipo di giustificazione fraintende così radicalmente il senso dell’onestà, da rendere concepibile che i rei non abbiano neppure capito come dal ‘fare la cosa (per loro) giusta’ siano potuti passare senza soluzione di continuità a ‘fare una cosa indegna’.

Naturalmente, nel momento in cui reciprocità, equanimità, sincerità, ecc. vengono subordinate all’ottenimento del potere per una parte o un individuo, il passo alla corruzione o al furto vero e proprio è solo questione di tempo e di opportunità. Se attribuisco al mio successo politico più valore rispetto al trattare il prossimo secondo criteri che valgono sia per me che per gli altri (lealtà, obiettività, reciprocità, ecc.), allora ovunque sarà opportuno adotterò l’inganno, la menzogna, la distorsione, il sotterfugio, che si tratti di fondi neri o firme false, di mazzette per me o di ‘favori agli amici’.

L’onestà non è ‘non rubare’. L’onestà è primariamente e fondamentalmente ciò che abbiamo liquidato come ‘onestà intellettuale’.

Chi è disposto a cambiare opinione su qualcosa perché gli fa contingentemente gioco;

chi è disposto a usare qualunque mezzo retorico, qualunque menzogna (o ‘post-verità’) che possa mettere l’avversario in cattiva luce;

chi confonde sistematicamente passione politica con faziosità;

chi pur di farsi dar retta è disposto a manipolare, mentire e distorcere; ecc.

tutti questi sono fondamentalmente disonesti, non in senso vago e metaforico. Questa è gente che, quando l’occasione si presenterà, agirà pro domo sua e a scapito degli altri, senza alcuna remora.

In questo senso, sia detto di passaggio, l’odierna classe politica pentastellata mostra un livello di onestà non superiore a quello, già deprecabilmente basso, del ceto politico consolidato.

Non c’è alcun dubbio che la politica italiana abbia bisogno di onestà come i pesci dell’acqua. La disonestà in politica, infatti, implica l’incapacità dei cittadini di fidarsi di ciò che i politici dicono. Ma ciò che i politici dicono è l’essenziale punto di mediazione tra politica e opinione pubblica: in concreto il cittadino non è mai in condizione di sorvegliare l’operato del ceto politico, se non occasionalmente e marginalmente, e dunque il suo legame con chi esercita il potere politico passa innanzitutto attraverso la fiducia in ciò che il politico dice. La sfiducia nei politici è dunque già di per sé la morte della politica, e, incidentalmente, della democrazia.

Tuttavia, sarebbe sbagliato concludere il discorso limitandosi a mettere in croce, una volta di più, ‘i politici’. Anche l’attuale ceto politico non viene fuori dal nulla. In effetti, finché comportamenti faziosi, menzogneri e distorsivi sono esercitati contro la fazione politica avversa, l’elettorato italiano, lungi dallo stigmatizzarli, li apprezza. Il leone da Talk Show che emerge vincitore con battutine ganze e impetuoso vociare, che travolge l’avversario a colpi di denigrazioni o irrisioni, ecc. riceve il plauso dell’elettore ‘informato’, che, lui per primo, subordina l’onestà alla ‘vittoria’. In questo senso, il ceto politico ‘di potere’ è in buona parte il risultato ‘darwiniano’ della selezione prodotta dalla subordinazione popolare dell’onestà alla vittoria.

Ma proprio questo è il punto cruciale.

La tolleranza dei cittadini, e poi degli ‘opinion makers’, dei giornalisti, ecc. per la disonestà in senso proprio (la ‘disonestà intellettuale’) porta con sé fatalmente un processo degenerativo della politica. Il problema non sarà mai, e non può essere, quello di espellere dal dibattito pubblico ogni traccia di disonestà. Sarebbe utopico. Cruciale però è l’espressione della condanna pubblica nei confronti della disonestà – nel suo senso autentico – quando si manifesta palesemente. Così, la faziosità senza remore non può essere trattata come una ‘legittima espressione della passione politica’, proprio no: si tratta di abuso della ragione per fini di bottega, e deve essere stigmatizzata, se intendiamo salvare qualcosa della pratica democratica.

Va infine sottolineata una cosa ricordata più sopra, su cui devono meditare soprattutto le forze politiche che rivendicano una qualche ‘idealità sociale’. La percezione della disonestà politica non colpisce in modo simmetrico ed equivalente tutte le forze e tutte le ‘ideologie’. La disonestà, sfociando in un logoramento della fiducia dei cittadini nella ‘sfera pubblica’, finisce regolarmente per spingere l’orientamento delle aspettative dal pubblico al privato, dall’iniziativa collettiva all’interesse personale, dal senso di una comunità all’orizzonte individualistico. La sfiducia nei rappresentanti politici, percepiti come essenzialmente disonesti (sleali, manipolatori, opportunisti, ecc.) conduce inesorabilmente allo scetticismo nei confronti di ogni appello all’azione collettiva, dunque tende a minimizzare il perimetro dello stato, a delegittimare obblighi come la raccolta delle imposte, in definitiva a immaginare un’esistenza conforme al detto thatcheriano: “La società non esiste, esistono solo individui.” Ogni politico disonesto è un rintocco funebre per qualsivoglia ideale storico sovraindividuale, è un chiodo sulla bara della ‘comunità’, della ‘società’, dello ‘Stato’. In ultima istanza, perciò, la disonestà è un problema marginale per le prospettive politiche inclini al liberalismo individualista e al liberismo. È invece un problema catastrofico per ogni prospettiva politica che voglia legittimare una dimensione storica e sociale al di là degli individui e del proprio tornaconto.


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Andrea Zhok

Andrea Zhok (Trieste, 1967) si è formato presso le università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. Attualmente insegna Antropologia Filosofica presso l’Università degli Studi di Milano. Tra le sue pubblicazioni monografiche ricordiamo Il concetto di valore: tra etica ed economia (Mimesis 2001); Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book 2006); Emergentismo (Ets 2011); La realtà e i suoi sensi (Ets 2012).


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