Dentro i Nirvana


 

 

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Dentro i Nirvana. Nichilismo e poesia, (Mimesis, Milano-Udine 2016, pp. 128, euro 10) è un libro che mancava, il tentativo di spiegare il mondo (filosofico, letterario, artistico) che c’è fuori e dentro le canzoni della band di Aberdeen, piccola città dello stato di Washington, che nei primi anni Novanta cambiò la storia della musica e della cultura. E per farlo Paola Siragna è dovuta entrare nella mente del gruppo, il tormentato Kurt Cobain, giovane talento la cui infanzia lo vide respinto e isolato, sballottato da una casa all’altra dopo il divorzio dei genitori, e la cui giovinezza fu minata da un misterioso malessere fisico, causa, a detta dello stesso artista, dell’uso di eroina per placare il dolore. Ma è la musica il vero mezzo catartico che Kurt utilizzò per tentare di sublimare la propria disperazione (e suo malgrado anche quella di tutta la sua generazione). Il fatto che decise di chiamare la band Nirvana non è certo un caso. L’idea nirvanica di Cobain è, come nelle dottrine orientali da cui proviene il concetto, un’idea di liberazione, di libertà. Ma l’autrice mostra come la visione di Cobain sia, probabilmente senza averne consapevolezza, più affine alla filosofia di Schopenhauer. La nostra vita, “un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia”, trova per Cobain, proprio come per il filosofo tedesco, una consolazione nell’arte, in particolare nella musica. Scrive Cobain: «Nirvana significa liberazione dal dolore, dalla sofferenza e dal mondo esterno e questo si avvicina al mio concetto di punk». Oltre alla sofferenza, come dicevamo, c’è la noia. Quella che lo portò all’apatia e al suicidio, ma anche quella contro cui la generazione che diede vita al fenomeno grunge si scagliò tentando di dare un senso al vuoto circostante (al nichilismo), alla demotivazione che caratterizzava quel periodo storico.

 

Il cuore del libro racchiude l’analisi dei testi più significativi di Cobain dei quali l’autrice mette in luce la profondità per cui possono essere considerati vera e propria poesia. E non mancano infatti le influenze letterarie, tra gli altri: Burgess, Bukowski e Burroughs, col quale Cobain ebbe anche una collaborazione. Emerge così un uomo fragile, dilaniato da un male segreto, disgustato da ipocrisie e ingiustizie, un uomo con tendenze depressive bipolari – aspetto, quest’ultimo, che trasportato nella musica dà vita al caratteristico stile dei Nirvana, l’alternanza tra strofa “leggera” e ritornello esplosivo. Tuttavia l’autrice non si limita solo all’analisi dei testi: da musicista e musicologa intraprende anche l’analisi dei riff, delle melodie e degli arrangiamenti più potenti dei Nirvana, che chiaramente non sono solo Kurt Cobain, ma anche gli insostituibili Krist Novoselic al basso e Dave Grohl alla batteria (anche se parte della band solo dal 1990).

 

Ad arricchire il libro anche un’intervista alla violoncellista Lori Goldston che suonò coi Nirvana durante l’Mtv unplugged del 1993.

 

Recensione di Stefano Scrima

 


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