“Much ado about nothing” le rivolte in Egitto e il lungo inverno arabo

tunisia

 

 

Le rivolte arabe del 2011-2013, nel complesso sono state un fenomeno di importante rilevanza storica a prescindere dai loro esiti o dalla loro evoluzione. Hanno alimentato il vento di cambiamento e le spinte di democratizzazione e hanno rappresentato uno spartiacque nella storia contemporanea. Anche se chiamare in causa la categoria “rivoluzione” può causare un certo disagio dal momento che un avvenimento veramente rivoluzionario lo si può verificare solo nel lungo periodo, il termine può tornare utile per comprendere come questi avvenimenti abbiano sconvolto un quadro politico che era immutabile da decenni. In Egitto, la “rivoluzione” ha segnato la fine di un governo militare durato sessant’anni seppur con l’alternanza di vari leader. Un modello di organizzazione politica che ha avuto un impatto decisivo sulle istituzioni e sulla società nel suo complesso. L’utilizzo di un potere autoritario, repressivo, personalistico, illiberale e verticistico sembrava garantire longevità a questo tipo di strutture dittatoriali ma gli avvenimenti del 2011-2013 lo hanno smentito. Tre sono i fattori che hanno animato le rivolte di questo lungo biennio. In primo luogo, la crisi economica che ha impoverito larghe fasce di popolazione accrescendo la sperequazione e annullando le speranze dei giovani. Il fallimento del modello neoliberista ha alimentato suicidi sociali e politici di giovani senza prospettive. L’apertura economica del Paese negli anni ’80-’90, i capitali investiti e la concentrazione di questi capitali in servizi piuttosto che in investimenti produttivi è uno dei campanelli di allarme della crisi economica che ha investito il Paese e condotto alla rivolta. Condizioni economiche che hanno condotto il Paese ad una soglia di povertà che investe il 55% della popolazione e il cui principale responsabile è il Partito nazional-democratico, che oltre ad orientare la disastrosa politica economica del governo, ha cercato di appiattire la rappresentanza partitica, subordinando i partiti stessi ad una serie di privilegi concessi dal governo in modo da allineare al pensiero unico anche i dissidenti. Il controllo dispotico, la corruzione e la mancanza di libertà sono poi una costante dei regimi, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Infine, la rivendicazione dei diritti individuali, negati ormai da decenni, ha fatto la sua parte. L’impiego di internet e dei social network ma anche la forza aggregatrice dell’Islam hanno avuto sicuramente un ruolo nella mobilitazione delle masse. Anche se molti osservatori parlano di un orizzonte post- islamista, in cui l’Islam non è forza mobilitatrice per riformare la società, in realtà la rivolta ha rappresentato per i partiti islamici un momento in cui ritagliarsi uno spazio per recuperare un’opportunità politica. Certo sull’uso dei social network e dei nuovi social media, si è insistito anche troppo. Tuttavia non vi è dubbio che i nuovi strumenti di comunicazione abbiano contribuito ad aggregare le masse urbane nelle piazze. I blog e la rete hanno consentito la formazione di un’opinione pubblica non controllata dal regime. Hanno contribuito ad aprire varchi nel muro della paura, ma una volta aperti questi varchi la loro importanza nel processo rivoluzionario è divenuta secondaria. Queste rivolte sono state spontanee, acefale e trasversali in quanto tutte le fasce di popolazione si sono mobilitate autonomamente per chiedere libertà, giustizia, pane e partecipazione. Seppur non come è avvenuto in Tunisia, dove il supporto dei militari alle masse ha favorito ed accelerato la defenestrazione di Ben Alì, anche in Egitto l’esercito ha fatto la sua parte. Ma qui la situazione è un po’ diversa. L’esercito ha preso le distanze dalla polizia, vero braccio repressivo di Mubarak, e ha consentito alle masse di protestare finché Mubarak accusato di corruzione, repressione ed autoritarismo non è stato costretto ad abbandonare la sua carica. L’esercito non ha appoggiato la rivolta ma ha consentito col suo atteggiamento neutrale che essa raggiungesse i suoi obiettivi. Si trattò di un atteggiamento ambiguo e compromesso visto che i militari volevano liberarsi di Mubarak senza rinunciare al loro sistema di privilegi. Questo ha portato la moltitudine ribelle di Piazza Tahrir a contestare l’atteggiamento dell’esercito, rivendicando maggiore radicalità nelle scelte. E proprio le rivolte contro l’esercito hanno dimostrato un segno di matura coscienza democratica da parte del popolo. I militari hanno mostrato il loro vero volto, non rinunciando al coinvolgimento politico e mostrando interesse a dirigere il processo politico. È con l’intervento dell’esercito presso la Corte Suprema che si arriva allo scioglimento del parlamento liberamente eletto, la cui maggioranza era andata ai partiti islamisti. Ed è sempre l’esercito a voler destituire il presidente eletto Muhammad Morsi appartenente ai Fratelli Musulmani, nell’estate del 2013. Solo attraverso la “seconda rivoluzione”, scatenata dal tentativo di Morsi di porre il potere giudiziario sotto l’ala dell’esecutivo, l’esercito ha riassunto la sua indipendenza e il suo ruolo di garante istituzionale della stabilità del Paese. Di certo, quello di Mubarak è stato un regime corrotto, repressivo che ha posto nel dimenticatoio i principi dello stato di diritto. Un regime che ha mortificato l’intellighenzia a vantaggio dei mediocri fedeli alla cricca. Un sistema che ha cercato di sopravvivere a se stesso, trasformando la repubblica fondata dai Giovani Ufficiali nel 1952 in una strana monarchia ereditaria senza re né corona ma con una vera e propria stirpe dinastica, se pensiamo che Gamal Mubarak era pronto a succedere al padre. Il regime di Mubarak ha usato l’islamismo radicale e i salafiti per controllare il paese e il popolo in maniera capillare attraverso una religiosità che non metteva in discussione il potere. Ma di fronte alla duplice rivoluzione e ai fatti che hanno interessato l’Egitto, viene da chiedersi, cosa è cambiato con le rivolte arabe? Portando lo sguardo ad oggi e guardando con occhio critico al regime di Al Sisi, ai depistaggi sul caso Regeni, alle gravi violazioni dei diritti umani e ai casi di tortura più volte segnalati da Amnesty International, verrebbe da dire “Much ado about nothing”, tanto rumore per nulla. Altro che “primavera”, in Egitto il lungo inverno arabo è appena iniziato.


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Gabriele Messina

Gabriele Messina, Giornalista pubblicista presso il "Giornale di Sicilia". Presidente e researcher presso Istituto Mediterraneo di studi internazionali. Tra i miei contributi "Il metodo aperto di coordinamento: un nuovo strumento di governance" in Giureta Vol. XVI, Marzo 2016 e "Brevi riflessioni sul concorso esterno in associazione mafiosa: un reato da tipizzare" ( in pubblicazione).


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