NEIGHBORHOOD BUDDHAS II parte

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Suzanne Vega e la filosofia del Sutra del loto (seconda parte)

 

  1. Il  rumore del sangue  (le quattro sofferenze)

Il buddismo nasce per affrontare le “quattro sofferenze” fondamentali dell’essere umano: la sofferenza della nascita, la sofferenza dell’invecchiamento, quella della malattia e quella della morte. In  alcune scuole buddiste, il fatto che la vita sia essenzialmente sofferenza, e che quest’ultima sia intrinsecamente legata al desiderio,  conduce alla ricerca del nirvana, uno sradicamento del desiderio stesso, che consentirebbe di smettere di soffrire. Secondo queste tradizioni, il nirvana implicherebbe anche l’interruzione del ciclo di nascite, morti e rinascite che ogni entità vitale percorre. Poiché la vita terrena, con tutto ciò che include, è essenzialmente  sofferenza,  l’unica vera soluzione sarebbe quella di non nascere più, non vivere più. Una simile prospettiva ascetica è stata rielaborata in Occidente da Schopenhauer e rappresenta ancora oggi, agli occhi di molti, la visione più comune del buddismo. La scuola seguita da Suzanne Vega – il buddismo di Nichiren Daishonin, che appartiene alla tradizione mahayana del Sutra del Loto –, al contrario, non parla di nirvana, né prevede una cessazione del ciclo di trasmigrazione del karma. Desideri e sofferenze non sono eliminabili, ma possono essere illuminati. Le quattro sofferenze, pur restando tali, possono al contempo diventare le quattro corrispondenti virtù di eternità, felicità, vero io e purezza. Non è previsto nemmeno un “eterno ritorno” come se lo immaginava Nietzsche, sulla scorta degli antichi stoici: secondo il Daishonin la vita continuerà per sempre il suo ciclo, ma gli eventi non si ripeteranno mai allo stesso modo. Eppure l’esigenza etica che Nietzsche (secondo alcuni interpreti) poneva con la sua teoria del tempo è compatibile con la prospettiva del Sutra del loto: poiché non c’è modo di sfuggire al ciclo vitale, la chiave per la liberazione è starci dentro fino in fondo, considerando ogni attimo – con tutta la gioia e il dolore che può contenere – come estremamente prezioso. È in questa luce, credo, che andrebbero ascoltate le numerose canzoni  che Suzanne Vega dedica appunto  alla malattia, alla nascita, all’invecchiamento e alla morte (cosa piuttosto strana a prima vista, trattandosi di una cantante di popular music).

Fifty-Fifty Chance (dal luminoso e intimo terzo album Days of Open Hand del 1990) sembra raccontare la visita in ospedale ad un’amica che ha tentato il suicidio. Sfido chiunque a non essere toccato nell’intimo da questo brano, costruito solo sul ritmo degli archi e dove la voce dice il minimo indispensabile: “50-50 chance / The doctor said / In the cardiac room / As she’s lying in bed // There’s a pan on the floor / Filled with something black / I need to know / I’m afraid to ask // I hug you / I hum to you / I’ve come to you / To touch you // I tell you / I love you / Sing to you / Bring to you / Anything // Her little heart / It beats so fast / Her body trembles / With the effort to last // I hug you / I hum to you / I’ve come to you / To touch you // I tell you / I love you / Bring to you / Sing to you / Anything // She’s going home / Tomorrow at ten / The question is / Will she try it again?” (Raccomando di ascoltare – in questo come negli altri casi ­– la versione originale, non quella successivamente inclusa nella serie Close-Up).

In Blood Makes Noise (da 99.9F°, album del 1992),un io cantante malato si rivolge mentalmente al medico che le sta chiedendo qualcosa: “I’d like to help you doctor / Yes I really really would / But the din in my head / It’s too much and it’s no good // I’m standing in a windy  tunnel / Shouting through the roar / And I’d like to give the information / You’re asking for // But blood makes noise / It’s ringing in my ear / And I can’t really hear you / In the thickening of fear”. Basso, percussioni, tastiere e chitarra riproducono il ritmo dell’ingranaggio umano mentre la voce scandisce rapidamente le frasi, al limite dello scioglilingua. Perché descrivere in musica una situazione del genere? Forse perché anche la malattia è “interessante”. È dolorosa, è spaventosa. Ma ha un significato, non è una mera parentesi negativa da superare e cancellare; il rumore del sangue sta dicendo molto forte qualcosa, qualcosa che va anche al di là delle domande e delle risposte della medicina (senza escluderle).

La sofferenza della nascita – in senso proprio, per nulla metaforico – è raccontata nella sua crudezza in Birth-Day. I dolori del parto (quando Suzanne mise al mondo la piccola Ruby) sono descritti nel dettaglio, né ci si vergogna di cantare “One thing I know / This day will go”. Bisogna attraversare ogni densissimo momento di strazio-speranza, per poter alla fine incontrare “il mio amore diventato reale”. “One thing I know / This pain will go / Step through all that’s left to feel / Wait to meet my love made real // Don’t move don’t touch / Don’t talk so much / Strip and find the place to kneel / Wait to meet my love made real”.

(Il buddismo parla della sofferenza della nascita dal punto di vista del bambino…ma quella sofferenza non è certo facile da ricordare e da raccontare).

Quanto all’invecchiare, oltre ai già citati versi di Bound – in cui Suzanne descrive, ancora una volta coraggiosamente e senza particolari reticenze, la “corruzione” operata dal tempo e dal mondo sul proprio corpo e sulla propria anima – si può ricordare il brano di apertura di Days of Open Hand: Tired of Sleeping. Qui il vecchio che appare come in sogno all’io cantante sembra avere la funzione di ricordare l’urgenza di vivere la vita, di darsi da fare finché si è in tempo, di non sfuggire all’esistenza “dormendo”. Come scrisse Nichiren in una lettera del 1275, “Non trascorrete questa vita invano o avrete dei rimpianti per i prossimi diecimila anni”. Ma l’urgenza percepita non conduce a volersi male, a forzarsi oltre i propri limiti: Suzanne si incita aspettandosi. “Oh, Mom, the dreams are not so bad / It’s just that there’s so much to do / And I’m tired of sleeping // Oh, mom, the old man is telling me something / His eyes are wide and his mouth is thin / I just can’t hear what he’s saying //  Oh, Mom, I wonder when I’ll be waking / It’s just that there’s so much to do / And I’m tired of sleeping”.

Il brano in cui la propria morte (e anche il tema dell’invecchiare, quasi sempre inseparabile da essa) viene affrontata di petto è intitolato “Tomba”, “Lapide” (Tombstone), ed è una delle canzoni più allegre e scanzonate della sua carriera. Appoggiandosi a  una tastiera saltellante, Vega parla della propria tomba, dove pensa che starà al sicuro; sulla quale raccomanda di non ballare, per lasciarla dormire. Con la stessa leggerezza, il brano tocca il tema della fama e del valore anche postumo del proprio lavoro (“I like a tombstone ‘cause it / Weathers well / And if it stands or if it crumbles / Only time will tell”), per poi sfiorare la questione della salvezza ultraterrena, con riferimenti alla tradizione religiosa occidentale – il Regno dei cieli –, che resta pur sempre il serbatoio simbolico più pronto per fare arte su questi temi in Occidente, anche per una buddista (I don’t need to see the gates of famous men / But I do try to see the Kingdom every now and then / And if you ask me where it is, it’s on a humble map / And I know that to enter in the doorway / Show your handicap”). Con una speciale voluttà, intanto, si ascolta il tempo che si consuma: “And time is burning, burning, burning: it burns away”. Da notare anche che il brano fa parte dell’album Nine Objects of Desire, e che la tomba – e, dietro di essa, la morte stessa – è evidentemente uno dei nove oggetti del desiderio. Ciò può essere inteso in molti sensi, ma non in quello di una negazione nichilistica della vita. La morte è parte della vita, è qualcosa di cui parlare, su cui interrogarsi, qualcosa che ci serve a vivere meglio; forse una porta su un’altra dimensione, da pensare senza angoscia.

 

  1. Calze, voci e denti  (la preziosa unicità di ogni vita umana)

Suzanne Vega è curiosa.Curiosa della vita di altri esseri umani. Una curiosità compassionevolee  basata su un profondo rispetto per la diversità, la fragilità e la forza di ognuno e ognuna. Già nel primo album, oltre a parlare parecchio di sé e della battaglia col proprio karma, si interessa – senza morbosità alcuna, ma con curiosa partecipazione – alle “ragazze del vicinato”, in particolare a una prostituta abituata a stazionare “in front of McKinsey’s Bar”. In realtà qui Vega mette in scena un dialogo tra due persone che credono di parlare della stessa neighborhood girl,  che ormai non si fa più vedere da quelle parti. Non c’è una condanna del pettegolezzo, in stile De Andrè, diciamo. Perché quello delle due dialoganti, per quanto frivolo, non è un pettegolezzo: non c’è giudizio dall’alto in basso nei confronti della lucciola, c’è solo una pacata, umana curiosità. Non vi è nemmeno traccia, nel dialogo come nella musica, di una paradossale celebrazione della prostituta (anche questa, ahimè, in stile De André) o di un senso di colpa borghese per essere stati più fortunati di lei.  Una delle due persone ricorda qualche scambio di battute con la ragazza, forse durante un party, in cui quest’ultima rivelava le sue stranezze, fragilità, dolcezza… e conclude che aveva lunghi capelli neri. Al che, l’altra parlante comprende che hanno in mente due diverse Neighborhood girls, perché la “sua” era bionda.

Il secondo album, quello del grande meritato successo, Solitude Standing, si apre con la celebre (tutti l’hanno sentita, anche se quasi nessuno ne conosce il titolo) Tom’s Diner, brano a cappella in cui si parla appunto di una mattina al ristorante di Tom, all’angolo di una strada di New York. Il testo non fa che descrivere gli eventi minimi di quella mattina, mentre Suzanne prende un caffè curiosando intorno a sé. L’uomo dietro il bancone le riempie la tazza solo a metà, e prima ancora che lei possa lamentarsene, lui sta salutando calorosamente una donna appena entrata, che intanto scuote via la pioggia dal proprio ombrello. Vega finge di non guardarli e si versa il latte, mentre loro si salutano con baci. Poi apre il giornale e legge della morte di un attore che beveva, mai sentito; si dedica allora un po’ all’oroscopo e ad altre “funnies”, quando sente che qualcuno la sta guardando. Si volta e c’è una donna, fuori dal locale, che guarda dentro. “Mi vede?” si chiede la cantautrice. “No, in realtà non mi vede perché vede il proprio riflesso” sul vetro. Piccola notazione psicologica, ma subito si ritorna al concreto non metaforico: alle calze che la donna si sta tirando su mentre i capelli sono ormai infradiciati di pioggia. Suzanne “cerca di non notarlo”. Qui, sulla pioggia che continua e continuerà presumibilmente per tutta la mattina, si innesta un ricordo, aiutato dalle campane della cattedrale (che noi ovviamente non sentiamo), e il canto rallenta fin quasi a fermarsi: “I – am – thinkin’ of your voice…… And – of – the – midnight picnic once upon a time before the rain began”. Ma il caffè è finito ed è ora di prendere il treno.

Subito dopo, inizia Luka, il brano più noto di tutta la sua carriera discografica. La psicologia è precisa e delicatissima. Il bambino maltrattato, che vive al piano di sopra della narratrice, parla, con la propria ritrosia e i propri no, di ciò che lo affligge, insistendo sul fatto che non ne vuole parlare. “Are you ok?” gli chiede implicitamente la cantante. E il bimbo: “Yes I think I’m OK”. Lei fa per rientrare in casa, e lui: “Well, if you ask, that’s what I’ll say, and it’s not your business anyway…” Non facile, per niente facile, come argomento di una canzone pop; anzi come argomento tout court. Ma Suzanne riesce a cantarne; l’intelligenza e la compassione (in giapponese ji-hi, cioè l’intento di condividere la sofferenza dell’altro e dargli gioia) le impediscono di cadere nella retorica e nel melodramma, e il brano ricolmo di sonorità piene e gentili  arriva dappertutto.

Nel terzo album, Days of Open Hand, la curiosità discreta e partecipe si rivolge ad esempio alla coppia descritta in Room Off the Street (o meglio al trio, se si conta anche l’uomo ritratto nel poster appeso alla parete: i “poster che osservano” si trovano spesso nelle canzoni di Vega, come se anche loro fossero curiosi e partecipi delle vite dei vivi). Vediamo e sentiamo ciò che accade nella stanza in questione come se fossimo nella stanza accanto, o alla finestra di fronte, mentre il complesso e delicato tessuto musicale, il cui ritmo è scandito anche da un battito di mani, rende benissimo l’idea di un’intimità che viene resa pubblica senza essere violata. “Every sigh, every sway / You can hear everything that they say / Something’s begun like  a war / Or a family or a friendship / Or a fast love affair”

Il buddismo praticato da Suzanne Vega non impone né propone un modello rigido di uomo, di donna, di coppia, di famiglia, di società. L’irriducibile e preziosa unicità di ogni individuo è sottolineata nel Sutra del loto, in particolare, nel capitolo Devadatta, dove viene descritto l’ottenimento istantaneo della suprema illuminazione da parte di una bambina di otto anni, la “figlia del re dei Naga”, un essere che assomma in sé caratteristiche che, in altre scritture buddiste, venivano considerate incompatibili con la Buddità, a cominciare dal genere femminile. L’idea è appunto che ognuno e ognuna sia un Budda così com’è; che non abbia alcun bisogno di cercare di incarnare un ideale, o di negare parti di sé, per essere “perfettamente dotato, dotata”. Come scriverà Nichiren interpretando il Sutra del loto, e prendendo spunto dalla diversità delle piante: “Il ciliegio, il susino, il pesco e il pruno hanno ognuno qualità diverse e manifestano ciascuno a suo modo le proprietà del Budda originale senza cambiare la loro natura”. Questo ovviamente non significa che non si debba lottare per migliorarsi continuamente, ma significa che tale lotta conduce all’emersione del proprio vero io, e all’impiego creativo, e non distruttivo, di tutte le proprie caratteristiche peculiari, senza rinunciare a nulla di ciò che si è.

Ciò ha conseguenze meno banali di quanto si potrebbe a prima vista supporre, ad esempio per quanto riguarda la non discriminazione in rapporto all’orientamento sessuale e all’identità di genere. In As Girls Go,Suzanne si rivolge a una transessuale, e – ancora una volta – solo l’ascolto della voce della cantante newyorkese può rendere pienamente giustizia al profondo rispetto e all’amore che questo testo esprime: “You make a really good girl / As girls go / Still kind of look like a guy / I never thought to wonder why // […] // You’re so beautiful / Damsel in distress / Not exactly natural / Stunning nonetheless // […] // Doesn’t matter to me / Which side of the line / You happen to be / At any given time”. In Stockings, l’io cantante descrive l’incontro con una lesbica, o bisessuale; parla della propria attrazione per la ragazza e del sentirsi concupito da lei. “Do you know where friendship ends / And passion does begin? / It’s between the binding of her stockings and her skin”. Non c’è giudizio alcuno sulle proprie emozioni o su quelle della ragazza. Come in Caramel, anche qui si gusta quanto è possibile gustare dell’incontro, individuando poi in modo naturale un confine oltre il quale non ha senso procedere. “There may be attraction here / But it will never flower…” Wilhelm Reich direbbe che qui è in gioco un’autoregolazione morale naturale, “in accordo con gli interessi sessuali che scaturiscono dal grande serbatoio dell’energia vitale”, diametralmente opposta alla morale coercitiva nevrotica, basata su un dovere estraneo all’io.

L’amore incondizionato per la figlia Ruby è al centro di diverse, bellissime, canzoni. È chiaro che il legame con la figlia è talmente intimo e profondo da andare ben al di là della compassionevole attenzione per i vicini ricordata finora. “If your love were taken from me / Every color would be black and white / It would be as flat as the world before Columbus / That’s the day that I lose half my sight” (World Before Columbus). Anche in questo caso, comunque, si sente che l’amore  è radicato in un profondo rispetto per l’essere umano che si ha di fronte, nella sua autonomia e unicità di lacrime, denti, anima e capelli: “I will take up all your tears / Salty tissues through the years / Spread them in the sun to dry / Diamonds from each time you cry // I will treasure all your teeth / Your laughter and the pearls beneath / Keep them in a cardboard box / Through the tickings and the tocks // I will gather all your hair / Floating in the sultry air / We will make a braid of gold / For you to keep when you are old // Now I kiss your milky skin / Sheet of silk and soul within / Put this kiss upon your brow / Treasure you as you are now” (As You Are Now).


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Donato Ferdori

Donato Ferdori, nato a Bologna il 03.10.1970, è dottore di ricerca in Filosofia (Università di Bologna) e insegnante di Filosofia, Storia e Scienze Umane nelle scuole superiori. Si è principalmente dedicato alla filosofia pratica kantiana, alla filosofia della storia di W. Benjamin, al rapporto tra etica e religione in S. Kierkegaard, al neocomunitarismo di A. MacIntyre, al rapporto tra filosofia e popular music. È autore delle monografie L’autonomia come principio spirituale (Napoli, Luciano, 2012) e La filosofia degli U2 (Milano-Udine, Mimesis, 2013), e co-curatore insieme a S. Marino della raccolta di saggi Filosofia e popular music. Da Zappa ai Beach Boys, dai Doors agli U2 (Milano-Udine, Mimesis, 2013). Ha inoltre pubblicato la raccolta di poesie Pirucche (Udine, Campanotto, 2015).


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