NEIGHBORHOOD BUDDHAS

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Suzanne Vega e la filosofia del Sutra del loto (prima parte)

 

  1. La linea e il circolo, la regina e il soldato  (trasformazione del karma)

Avevo una musicassetta, con una copertina contraffatta, comprata da un ambulante a Londra tantissimi anni fa, in cui Suzanne Vega, presentando al pubblico della Royal Albert Hall la sua Marlene on the Wall, racconta brevemente come la canzone “came to be written”. La vicenda è più o meno la seguente: Suzanne stava passando da un canale all’altro della televisione col telecomando cercando un film con Marlene Dietrich, quando, su un canale, sentì un personaggio maschile dire: “You have led many men to death with your body”. Seguirono diversi istanti di silenzio nei quali Suzanne si chiese: “Cosa risponderei se qualcuno lo dicesse a me? Mi sentirei imbarazzata, forse risponderei qualcosa tipo: ‘Oddio, mi dispiace…farò in modo che non accada più’”. A quel punto Marlene apparve sullo schermo, e non sembrava affatto imbarazzata o preoccupata dalla domanda. Rispose soltanto: “Give me a kiss”. Suzanne capì che quella era la risposta perfetta, alla quale lei non avrebbe mai pensato. E da lì nacque Marlene on the Wall, uno dei brani centrali del suo primo album.

Una ventina d’anni fa andai a un concerto di Suzanne in un paesino in provincia di Modena. Ricordo che era l’otto marzo e che eravamo poche centinaia di persone. Quella sera lei dovette inventarsi una risposta perfetta ad un’affermazione imbarazzante, un po’ come la Dietrich in quel film. Durante il concerto, qualcuno dal pubblico gridò: “Your sweetness will never die!” Non lo vidi, ma immaginai che fosse un ragazzo innamorato del personaggio; coraggioso, sì, ma…la frase era un po’ da diario liceale! Lei però laprese molto sul serio, e ripeté: “Your sweetness will never die…how can one reply??” Ci pensò un po’, e poi disse semplicemente : “Yours too!” Che fu la risposta perfetta, non solo perché metteva l’artista e lo spettatore esattamente sullo stesso piano, ma perché lo faceva, credo, presupponendo due convinzioni che condivido. La prima è l’idea che chi riconosce ed ama una qualità in qualcuno, possieda anche lui quella qualità, almeno potenzialmente. Se comprendi e apprezzi profondamente la sensibilità di un artista, vuol dire che tu stesso sei dotato di quella sensibilità.  La seconda è la convinzione che la vita sia eterna. Infatti, la frase enfatica che lo spettatore rivolge all’artista (“la tua dolcezza non morirà mai”) presuppone più o meno consapevolmente il fatto che le qualità di lei sono per sempre registrate nelle sue opere, opere che la gente continuerà ad apprezzare nel tempo; mentre l’artista che risponde: “Neanche la tua (dolcezza morirà mai)” non può sapere nulla del suo ammiratore, tranne il fatto che è un essere umano, e che manifesta dolcezza… E se state pensando che “Yours too!” fu solo una risposta gentile e priva di senso, è perché non conoscete ancora abbastanza Suzanne Vega.
Si sa che, sebbene Hitler l’adorasse, Dietrich rifiutò di sostenere la Germania nazista, e, all’apice della fama, durante la guerra, andò invece ad esibirsi per i soldati alleati, per incoraggiarli a sconfiggere la dittatura nel suo paese. Di qui il riferimento ai “soldiers” nella canzone di Suzanne Vega, che immagina di passare davanti ad un manifesto che raffigura l’attrice.  “Marlene watches from the wall /Her mocking smile says it all / And she records the rise and fall / Of every soldier passing // But the only soldier now is me / I’m fighting things I cannot see / I think it’s called my destiny / That I am changing”.  E il destino in questione riguarda evidentemente, a giudicare dal resto del brano, il rapporto di Suzanne con gli uomini, con l’eros. “Even if I am in love with you / All this to say, what’s it to you? / Observe the blood, the rose tattoo / Of the fingerprints on me from you // Other evidence has shown that / You and I are still alone, we / Skirt around the danger zone / And don’t talk about it later // […] I walk to your house in the afternoon / By the butcher shop with the sawdust strewn / ‘Don’t give away the goods too soon’ / Is what she might have told me // And I tried so hard to resist / When you held me in your handsome fist / And reminded me of the night we kissed / And of why I should be leaving…”.

La protagonista del brano è innamorata, ne porta i segni ematici addosso, tatuaggi emotivi, ma resiste alle avances dell’uomo che ama. Andando a casa di lui passa anche davanti al macellaio, con la segatura sparsa a terra, e in quel momento pensa che Marlene, in sostanza, abbia voluto dirle: “Non dare via la merce troppo presto”. Il messaggio della canzone è sufficientemente chiaro: la donna vuole riuscire a dominare le proprie emozioni, emozioni che istintivamente la getterebbero nelle braccia di un uomo che, forse, finirebbe per usarla e farla soffrire, ciò che evidentemente le è già successo più volte in passato, con altri uomini, secondo un copione karmico che sembra  ripetersi senza scampo. L’immagine di Marlene – la sua saggezza, la sua forza, la sua leggerezza – le trasmettono la possibilità di vivere l’eros in un altro modo: meno romantico, con più padronanza di sé, con più rispetto per sé. La possibilità di cambiare il destino, quel destino. Suzanne Vega pensa che esista il destino, e pensa che lo si possa trasformare.

Aspetti del doloroso karma legato alle sofferenze sentimentali sono raccontati in Knight Moves: stiamo sempre parlando del primo album, omonimo, di Suzanne Vega. La chitarra precisa e nervosa diventa precisa e melanconica nel refrain. “Watch while the queen / In one false move / Turns herself into a pawn // Sleepy and shaken / And watching while the blurry night / Turns into a very clear dawn // Do you love any, do you love none / Do you love many, can you love one / Do you love me? // […]  And if you wonder / What I am doing / As I’m heading / For the sink // I am spitting out / All the bitterness / Along with half of my last drink / I am thinking / Of your woman / Who is crying / In the hall // It’s like drinking gasoline / To quench a thirst / Until there’s nothing / There left at all…”. La leggerezza  dell’uomo in questione – di ben altro genere rispetto a quella di Marlene – rende contemporaneamente due donne infelici, reciprocamente nemiche e in certo modo accomunate in quanto vittime. La regina, assecondando il proprio karma, ha sbagliato mossa, trasformandosi in pedone. Ciò che non è, in fondo, del tutto negativo. Lui è stato irresponsabilmente leggero; ma anche lei, la ‘pesante’ regina, è stata complice del massacro. Proprio e altrui. Trasformatasi in pedone, vomitando tutta l’amarezza della serata, può riflettere su sé stessa.

L’immagine della regina, e anche quella del soldato che lotta contro il destino tornano, con grande intensità, in un’altra canzone del primo album: la bellissima The Queen and the Soldier, che Vega continua ancora oggi a proporre nei suoi concerti, come uno dei suoi classici. Si tratta verosimilmente di una lotta interiore tra due parti del sé, raccontata  come una favola folk da una luminosa miscela di voce, chitarra e tastiera. A una prima lettura molto grezza potremmo dire che il soldato rappresenta la razionalità e la regina la sensibilità. Più propriamente, il soldato incarna la razionalità pratica, la capacità di riflettere attentamente per poi prendere decisioni nette e metterle in atto con risolutezza. La regina incarna forse l’istinto, un istinto innalzato a giudice unico del comportamento; la volontà di ascoltare i più sottili mutamenti del proprio essere, basando su di essi le proprie scelte continuamente mutanti, o meglio le proprie non-scelte, visto che la regina è dominata da una morbosa indolenza. C’è un momento in cui il soldato, con la forza della sua decisione di non combattere mai più per la regina, riesce a far sì che lei si apra (“Ho ingoiato in segreto un filo che mi taglia dentro”, dice, più o meno, la donna) mostrando la propria ferita profonda, e per un attimo è lei ad inchinarsi davanti a lui. Ma poi il soldato, che ormai sembra aver avuto la meglio, fa uno strano discorso, che inizia con “Voglio vivere come un uomo onesto, ottenere ciò che merito e dare tutto ciò che posso”, ma poi devia in “e amare una giovane donna che non capisco. Sua altezza, i Suoi modi sono tanto strani…”. E quest’unico istante – in cui lui è attratto da lei – risulta fatale. Lei, sconvolta, gli chiede di uscire dalla stanza e di darle un attimo per riassettarsi. Ordina di ucciderlo e il soldato viene ucciso. Fuori, la battaglia continua.

Questo brano racconta una sconfitta, una sconfitta interiore. È il destino ad avere la meglio. Ma perché il soldato viene ucciso?  Forse perché rappresenta un intelletto ancora troppo astratto, che non ha accolto in sé la sensibilità e l’istinto. Per questo se ne innamora, perdendo sé stesso. Il problema non è la regina come tale: il problema è la scissione interiore. Il karma negativo continuerà ad avere la meglio – sembra voler dire Vega – finché saremo interiormente scissi, finché saremo portati a identificare noi stessi unilateralmente con l’istinto o con la ragione.

Il tema ritorna in Straight Lines, brano che racconta un taglio di capelli. Il suono delle forbici metalliche che rasentano le ossa craniche tagliando i lunghi capelli ondulati e trasformandoli in linee dritte diviene allegoria del tentativo di trasformazione del karma. Strumenti e voce dosano risolutezza e dolcezza. “Those soft golden lights in the morning / Are now on her wooden floor / The wind has swept them through the apartment / She won’t need them anymore… // She’s cut down / On her lovers / Though she still dreams / Of them at night // She’s growing straight lines / Where once were flowers / She is streamlined / She is taking the shade down from the light // To see the straight lines… // She wants to cut through the circles / That she has lived in before / She wants to finally kill the delusions / She won’t need them / Anymore… // But there’s a sound / Across the alley / Of cold metal / Too close to the bone // And you can see / If you look in her window / The face of a woman / Finally alone // Behind straight lines…”. Il tempo circolare costituito dal ripetersi di dolorosi eventi analoghi, in base a una radicata tendenza karmica, deve essere sostituito con un tempo lineare, basato su un presente che si affaccia sul nuovo. “Se vuoi conoscere la cause poste nel passato, guarda ai loro effetti nel presente; se vuoi conoscere cosa accadrà in futuro, guarda alle cause che stai ponendo nel presente”: così suona un adagio buddista che Suzanne, verosimilmente, conosce bene. I capelli corti, dritti, maschili, richiamano la figura del soldato, e sono contrapposti ai capelli ricci, lunghi, ondulati, che rinviano all’immagine iperfemminile della regina di The Queen and the Soldier. C’è la consapevolezza della propria responsabilità (causa interna karmica) nell’aver subìto continue delusioni (di cui “non avrà più bisogno”); c’è un po’ di rimpianto per la bellezza del mondo circolare che si lascia (“quelle morbide luci dorate al mattino / sono adesso sul suo pavimento”) e c’è forse il timore del nuovo (il freddo metallo delle forbici è “troppo vicino all’osso”). Ma prevale nettamente la consapevolezza di essere sulla strada giusta.

  1. Pollame scelto  (eros e rispetto di sé)

Ironbound, dal secondo album Solitude Standing, è un brano ambientato nell’omonimo quartiere popolare multietnico della città di Newark nel New Jersey. La protagonista dalla pelle color caffè, raccontata da accordi dolci e melanconici di chitarra, attraversa il quartiere quando “le travi e i ponti tagliano la luce per terra in piccoli triangoli”. Lascia il figlio a scuola mentre la canzone si sofferma sulla sofferenza e sulla forza vitale dei bambini di Ironbound , poi arriva al mercato, ritrovandosi a camminare tra “il sangue e le piume”. Si ferma a una bancarella, toccandosi istintivamente l’anello; apre la borsetta e viene presa dalla nostalgia.  A questo punto il brano si trasforma completamente in una cantilena che sembra dare voce al venditore ambulante della bancarella in questione: “Fancy poultry parts sold here / Breasts and thighs and hearts / Backs are cheap and wings are nearly free!”  La crudezza delle immagini e del significato che veicolano, trasmessa da una delle voci più dolci e delicate della popular music contemporanea, sorprende ed emoziona in profondità. Torna in mente il negozio del macellaio di Marlene on the Wall; ma quanto nel vecchio brano era solo accennato, viene qui reso esplicito dal crescendo della cantilena: “petti, cosce  e cuori” sono in vendita, e le ali sono quasi free, parola apicale in cui, nella voce di Suzanne, la quasi-gratuità del pollame e la quasi-libertà della donna sono rese inseparabili.

Il bisogno di libertà pervade l’album: libertà dal destino (“Bound up in iron and wire and fate” si ascolta ancora in  Ironbound), dai vincoli comunitari che pure si cercano (Solitude Standing), dal linguaggio (che “non si muove abbastanza in fretta” per consentire la comprensione tra i parlanti – Language), dai corpi stessi (nel cannibalismo sognato in Undertow); ma anche la libertà da donare ad un Ulisse che si lascia, infine, andare (Calypso), fino alla libertà assoluta cercata nella misteriosa Wooden Horse. Una ricerca di libertà che passa necessariamente per la fermezza, per il rispetto di sé, per l’autostima. Rispetto, fermezza e autostima che trovano un’espressione estrema nell’incalzante, ipnotica In the Eye: “If you were to kill me now right here / I would still look you in the eye / And I would burn myself into your memory / As long as you were still alive // […]  I would not run, I would not turn, I would not hide // […]  In the eye / Look me in the eye”.

Diversi anni dopo, al tempo di Nine Objects of Desire – il quinto album, del 1996 – l’io che canta in Caramel sembra aver finalmente trovato la leggerezza, la consapevolezza e la libertà cercate nei brani più antichi. È in grado di vivere fino in fondo il gusto di un incontro erotico, riconoscendone e apprezzandone la superficialità. Comprende, al contempo, la necessità di staccarsi dalla persona che tuttavia continua a desiderare; senza che le varie fasi, e la fine, dell’incontro implichino alcun dramma esistenziale, come si evince anche dall’arrangiamento “cool jazz pop” del brano, con un goccio di atmosfera latina, e dal modo sereno e ammiccante  con cui Vega pronuncia le parole “non va bene [It won’t do]”. “It won’t do / To dream of caramel / To think of cinnamon / And long for you // It won’t do / To stir a deep desire / To fan a hidden fire / That can never burn true // I know your name / I know your skin / I know the way these things begin // But I don’t know / How I would live with myself / What I’d forgive of myself / If you don’t go // So goodbye / Sweet appetite / No single bite / Could satisfy…”

Nine Objects of Desire è anche l’album (per inciso tra i meno riusciti sul piano musicale: lascia un’impressione di frettolosità soprattutto quanto alla produzione) in cui i brani di Suzanne attestano il suo primo matrimonio con Mitchell Froom, già producer dell’album precedente, e la nascita della loro bambina, Ruby. La conquistata risolutezza e maturità in campo erotico della protagonista di Caramel ( e di altri brani analoghi come Casual Match: vicende sentimentali vissute con consapevole e risoluta leggerezza) sembra esprimersi dunque, infine, anche nella scelta del matrimonio; ma l’io cantante di Honeymoon Suite – il brano che più esplicitamente ne tratta – delinea già una vicenda coniugale complessa e inquietante. Gli sposi sono in un hotel francese, nella stanza dal soffitto affrescato con angeli danzanti; lui non si sente bene, si corica e i due si addormentano. Al mattino lui si sveglia lamentandosi del mal di testa, e raccontando quello che sembra essere un sogno molto invadente, quasi un’allucinazione: “He said a hundred people / Had come through our room that night / That one by one the old and young / Asked if he was all right // One by one the old and young / Lined up to touch his hand / He spent the night explaining / They had come to the wrong man”. Gli sposi scendono poi per fare colazione e pagare la notte, e lui chiede alla concierge se in quella stanza fosse successo qualcosa di strano, se ci fosse morto qualcuno, e riceve in cambio solo un sorriso educato e il resto. Il commento finale di Suzanne, ironico e dolente insieme, è geniale: “Well, what I’d like to know / And this will be a mystery / Is with all the people in that room / Why none appeared to me? // When we sleep so close together that / Our hair becomes entwined / I must have missed that moment / In the gateway to his mind”. Il vero mistero non è certo quello delle presunte presenze paranormali: il mistero è l’amore, è perché due persone che dormono talmente vicine da far intrecciare i loro capelli non riescono ad unire le proprie menti, a comprendersi.

Un’impossibilità di capirsi – a quanto pare esacerbata da un tradimento del marito – che sfocerà nel divorzio, raccontato e trasformato in arte nel successivo album Songs in Red and Gray. Qui l’autobiografismo della cantante newyorkese raggiunge il massimo livello di nudità; eppure l’esposizione al pubblico della propria intimità non è mai, neanche in questa occasione, un darsi in pasto: domina ancora una volta il rispetto di sé, una sincerità miracolosamente mediata dall’arte e dalla volontà di trasmettere un messaggio coraggioso e costruttivo. “Utilizzare” la propria vita – con tutte le sofferenze e le gioie che include –  per creare valore (virtù e felicità), per sé e per gli altri, secondo l’analogia del puro fiore di loto della Buddità che può nascere solo nello stagno melmoso dei desideri e delle sofferenze, è uno dei principi cardine di quel buddismo di Nichiren Daishonin che Vega notoriamente pratica, e sul quale tuttavia – diversamente da altri noti musicisti membri di tale movimento, come Tina Turner, Herbie Hancock o Wayne Shorter (o, in Italia, Carmen Consoli) – non è solita soffermarsi nelle interviste. Una riservatezza pubblica che rappresenta forse il necessario bilanciamento dell’autobiografismo radicale di molti suoi brani.

L’iniziale, drammatica Penitent sembrerebbe affrontare il senso di colpa nei confronti della figlia in seguito al conflitto con il marito (o forse cristallizza un momento di quel conflitto stesso); la dolceamara, lenta e bella Soap and Water esprime la volontà di lavare via dalla pelle il matrimonio fallito, pulendo le ferite, riportando il cuore alla semplicità della pulizia, mentre nel refrain torna lo sguardo della e sulla  figlia: “Daddy’s a dark riddle / Mama’s a headful of bees / You are my little kite / Carried away in the wayward breeze”.  La drammaticità raggiunge l’apice nella quasi-title-track Song in Red and Gray, dove l’io cantante vede riemergere  una vicenda risalente a diciannove anni prima: la vede negli occhi  della figlia di un suo amante di allora. “The reproach on your daughter’s most beautiful face / Made me wonder just how she could know / Of  that something that happened between you and me / So much more than a long time ago // Her mother, I can see, lives within her still / Cause she looked at me with her eyes / Though I had only just met her right then / I feel that she peeled back my guilty disguise // Did I break the thread or did you break the thread? / Well at this point we could ask who cares / As for the promises broken and frayed / It’s 19 years late for repair”. Questa ragazza appena conosciuta, che conserva negli occhi lo sguardo della propria madre tradita, e che perfora con quello sguardo la maschera colpevole dell’io cantante, fa venire in mente  la bambina, spaventata e delusa dai propri genitori, di Soap and Water e di Penitent. Supponendo che questi ultimi due brani da un lato, e Song in Red and Grey dall’altro, siano riconducibili alla medesima biografia, quella di Suzanne Vega, si può pensare che il proprio passato “colpevole” riemerga nel momento in cui si subisce qualcosa di analogo, come se soltanto la sofferenza presente rendesse pienamente comprensibile, e perdonabile, la propria “colpa” passata.

Che da tutto ciò derivi una sorta di purificazione liberante, sembra confermato dalla fresca gaiezza del brano successivo, Last Year’s Troubles, che guarda  a problemi e mali passati e presenti  con il distacco e la serenità ritrovata di una vita che lucidamente va avanti. Lucidamente, cioè con la “vinegar shine”, la brillantezza di una pulizia di casa fatta con l’aceto,  invocata in uno dei brani precedenti.

Dopo aver attraversato altre canzoni di grande interesse e bellezza, il disco comincia poi a chiudersi con Solitaire, dove parlando del gioco di carte si allude forse alla masturbazione e certamente ad una solitudine anche dolorosa ma feconda (“Jack on the Queen, and the Ten on the Jack / It’s a happy repetition / You and your fate in a kind of check-mate / And you’re your only competition / Take what’s wrong, and make it go right / You can weave it like a prayer / Wonder if you’ll spend the night / Playing solitaire?”). In fondo lo stesso tipo di solitudine che torna nella bella e insolita chiusa dell’album, St. Clare, scritta da un certo Jack Hardy con un testo impoetico che si illumina solo a tratti, e dedicata a una particolare Chiara d’Assisi. Il corpo di santa Chiara è un corpo ascetico, ma è attraversato dai fremiti dell’eros più di qualunque altro corpo; lei conosce e accoglie tutti i desideri degli umani,  suonando la lira al freddo della primavera. La candela bianca che porta con sé la protegge bruciando. È difficile, molto, trasformare il karma, anche quello sentimentale, vivendo la dure retribuzioni come preziosi momenti di apprendimento e purificazione. A volte, dopo decenni di lotte, pare che non sia cambiato niente, o che la situazione sia addirittura peggiorata. Si attraversano tante volte il fuoco dell’amore e i campi desolati della disillusione, cercando di tenere accesa la candela dell’agape e di non negare gli invincibili desideri: solo conoscerli, solo capirli.

Nell’album successivo, Beauty and Crime (2007), troviamo Vega pienamente risolta sul piano artistico come anche – considerando dalla nostra prospettiva i testi – su quello umano. La bellezza e il crimine sono quelli della sua hometown, New York (anche se Suzanne gioca a fare la bella criminale nelle foto di copertina); sullo sfondo, il dramma collettivo del 9-11 e il dramma personale della perdita del fratello Tim. “New York is a woman, she’ll make you cry / And to her you’re just another guy // Look down and see her ruined places / Smoke and ash still rising to the sky / She’s happy that you’re here, but when you disappear / She won’t know that you’re gone to say goodbye”.

Il karma negativo sentimentale è inequivocabilmente trasformato, tanto che non c’è bisogno di sottolinearlo. Eventi straordinari appaiono naturali; pesantezza e leggerezza (nel senso kunderiano dei termini) si ritrovano in un equilibrio perfetto. Bound racconta il “sì” risposto da Vega a Paul Mills, il poeta e avvocato che è divenuto il suo secondo e attuale marito, ventitré anni dopo aver risposto “ci devo pensare” alla prima domanda di matrimonio dell’uomo (!) In realtà, nel brano – giustamente – è lei che umilmente chiede a Paul se, dopo tanto tempo e tante trasformazioni fisiche e spirituali, lui possa ancora volerla. “The way of the world / Has taken its toll / Ravaged my body / And bitten my soul // […] // And I ask / I am asking you / Asking you if you might / Still want me // Once you said / I’m made of fine stuff / But I’ve been corrupted / And taken enough // Now you appear / Making your claim / Inside my heart / Is the sign of your name”. Il brano, percorso da violini turbolenti, si chiude con una di quelle dichiarazioni (come la risposta “Yours too!” di cui parlavo all’inizio) in cui la profondità più insondabile si nasconde nella semplicità più immediata. Qui è probabilmente la formula liturgica del matrimonio ad uscire dalla liturgia e diventare improvvisamente viva e vera, nella consapevolezza mistica di un legame che trascende la vita presente. “When I said ‘I am bound to you forever’ / here’s what I meant: I am bound to you forever”. (Ma per capire bene quello che sto dicendo, bisognerebbe ascoltare la sua voce mentre canta queste parole).

Subito dopo Bound arriva Unbound, una canzone completamente diversa, con una base elettronica  aerea e danzante, brano cui contribuisce anche la figlia Ruby. “I was once / Bound at the root / Confined with twine / Both mind and foot // I cut it loose / And now am free / As anything / Alive can be”. Si può essere insieme legati e slegati, radicalmente liberi e profondamente inseriti nel tessuto famigliare e comunitario; o meglio, ognuna delle due dimensioni opposte – libertà e legame – può svilupparsi completamente solo se unita all’altra: questa è la gioia della Buddità.

L’album ci regala anche la serena e dinamica Frank and Ava, sulla relazione tra Frank Sinatra e Ava Gardner (i quali, a quanto pare, non litigavano mai a letto, ma soltanto “on the way to the bidet”, come Vega canta nel primo verso), che ha nel ritornello un significativo “And so now we know  / That it’s not enough to be in love”. Una frase che  va tenuta insieme all’altrettanto significativa, e melanconica, “Love is the only thing that matters / Love is the only thing that’s real / I know we hear this everyday / It’s still the hardest thing to feel”, cantata tra archi e synth nella bellissima e più scura Ludlow Street, dedicata da Suzanne al fratello Tim. Pornographer’s Dream, a sua volta,  riflette con curiosità sul legame inalienabile tra desiderio e occultamento, amore e mistero.  Insomma, in quel “modern classic”, insieme analogico e digitale, che è Beauty and Crime, l’amore compassionevole per sé e per gli altri è al centro di tutto, e l’amore erotico è accolto e rispettato come un amico non sufficiente ma necessario. Eros e rispetto di sé non sono più avversari.

 

(to be continued)


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Donato Ferdori

Donato Ferdori, nato a Bologna il 03.10.1970, è dottore di ricerca in Filosofia (Università di Bologna) e insegnante di Filosofia, Storia e Scienze Umane nelle scuole superiori. Si è principalmente dedicato alla filosofia pratica kantiana, alla filosofia della storia di W. Benjamin, al rapporto tra etica e religione in S. Kierkegaard, al neocomunitarismo di A. MacIntyre, al rapporto tra filosofia e popular music. È autore delle monografie L’autonomia come principio spirituale (Napoli, Luciano, 2012) e La filosofia degli U2 (Milano-Udine, Mimesis, 2013), e co-curatore insieme a S. Marino della raccolta di saggi Filosofia e popular music. Da Zappa ai Beach Boys, dai Doors agli U2 (Milano-Udine, Mimesis, 2013). Ha inoltre pubblicato la raccolta di poesie Pirucche (Udine, Campanotto, 2015).


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