Il “selfismo” e la de-ontologia dello smartphone

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Dio «v’ha dato, a salvarvi dai pericoli dell’isolamento, bisogni che non potete soddisfar da soli» (G. Mazzini, Dei doveri dell’uomo)

 

 

1. – E le foto grazie a instagram ce le facciamo da soli con il selfie, con l’autoscatto e con l’apposita asta; così pure i filmati, ce li giriamo da soli grazie alla webcam e, se ci va, li mandiamo su youtube. Con il self-service la benzina ce la mettiamo da soli. Al supermercato la roba non solo ce la prendiamo e ce la pesiamo da soli, ma ce la paghiamo anche da soli; e così pure in banca i nostri risparmi li preleviamo da soli. Con il computer, poi, oltre al fotografo e ad altre figure artigianali di cui s’è persa la memoria (come ad esempio il droghiere o il calzolaio), non abbiamo più bisogno nemmeno dell’edicolante e del libraio; e men che meno del tabaccaio o del farmacista, perché da decenni ci sono le macchinette delle sigarette e quelle dei preservativi. E delle biglietterie che ce ne facciamo? Basta scaricare una app per prenotare il nostro posto a teatro o a un concerto, oppure in aereo o in treno. Beh, per non sfuggire alla verità, le edicole e i tabaccai in parte servono ancora, perché vengono utilizzati come rivendite di biglietti per metrò, bus e tram; dai quali però, almeno su questi due ultimi mezzi pubblici, da anni si fa a meno dei rassicuranti e silenziosi bigliettai (al netto ovviamente degli immancabili e incorreggibili “portoghesi”). Da qualche tempo, inoltre, con l’autocertifica­zione possiamo fare a meno anche di molti impiegati statali e con l’invenzione della e-mail ne risultano inutili o comunque in esubero altrettanti alle poste. Grazie ad opportuni accordi tra le banche e i politici, le bollette risultano addirittura prepagate; come lo è pure, in generale, ogni altro bene di consumo utilizzando la credit card o il bancomat. Se è per questo, poi, che ce ne facciamo di un qualsiasi rappresentante o rivenditore? Pensiamo solo a quelli della Folletto oppure a quelli che vendevano le enciclopedie – ormai del tutto estinti questi ultimi, come gli stessi loro prodotti cartacei. Oggi basta rivolgersi ad aziende di commercio elettronico come Amazon o eBay stando comodamente seduti dinanzi al proprio pc. E l’auto­mobile? A parte il fatto che ci sono già quelle elettriche che, come la Tesla, fanno a meno anche del guidatore – ma non ce la laviamo forse da soli nei car wash? Dentro e fuori, non ce la puliamo forse da soli? Già in parte alcune gomme ce le montiamo da soli, proprio come i mobili, soprattutto, com’è noto, quelli dell’Ikea. E così anche la biancheria: grazie alle lavanderie automatiche a gettone wash & dry, ce la laviamo, ce l’asciughiamo e ce la stiriamo da soli. Per strada grazie al parchimetro la sosta ce la paghiamo da soli; e così in autostrada, con il telepass, il costo del ticket ce lo paghiamo noi. E che dire poi delle multe e delle contravvenzioni? Con l’autovelox – caspita! – ce le prendiamo da soli. Per non parlare poi del bagaglio culturale: col web ce lo possiamo fare completamente da soli, senza bisogno di nessun professore in carne ed ossa (professione ormai in via di estinzione). Col nuovo sistema digitale, infatti, applicato attraverso il tablet, sempre più raramente un insegnante si inserisce nella lezione. Con la teledidattica, cioè con la Fad, con la “formazione a distanza”, non solo non è più necessaria la compresenza di docenti e discenti, ma, con l’introduzione del più recente e-learning (apprendimento on-line o tele-apprendimento), vale a dire con le tecnologie multimediali e soprattutto con internet, un solo docente può, virtualmente, da dietro un computer, a una certa ora – basta essere connessi (magari pagando un quota che ognuno versa inserendo una password) – svolgere una certa lezione a un numero imprecisato di utenti, con la possibilità tra l’altro di interagire fra loro. Sempre via telematica, s’intende. È un sistema di rottamazione come un altro. A proposito, a che ci servono ormai i sindacati e i sindacalisti se le controversie che sorgono nel mondo del lavoro deregolato (o non regolamentato dall’art. 18) ognuno (tranne forse le badanti e qualche immigrato) se le risolve (potendo) da sé, privatamente, pagando un buon avvocato (corporazione in crescita)? Senza contare, tra l’altro, che per far valere le nostre ragioni e i nostri diritti, veniamo sempre più sistematicamente lasciati da soli, dal momento che non esiste quasi più oramai (se non virtualmente) l’impiegato dietro allo sportello dell’Ufficio Reclami. E anche i libri, per fare un altro esempio, non ce li stampiamo forse da soli? Non ce li recensiamo da soli? Insomma, come si dice, non ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli, secondo il modello karaoke? Etimologicamente karaoke vuol dire infatti “senza orchestra”. E visto che ci siamo, un qualsiasi musicista d’intrattenimento ha forse bisogno della sua band, della sua orchestra se dispone di basi pre-registrate che gli consentono di suonare e di cantare evitando le noiosissime questioni tecniche che inevitabilmente sorgono con gli altri elementi del gruppo? Addirittura potrà fare a meno di se stesso facendo ricorso al playback se pre-registra anche la sua voce. Sai che divertimento! Le fotocopie poi è da anni che ognuno se le fa da sé. Quale bisogno abbiamo più del libro se possiamo farne delle fotocopie o se, meglio ancora, con un click ce lo troviamo già in dotazione sull’e-book? Che bisogno c’è d’altro canto di un padre e di una madre nella cultura del “fai da te” se disponiamo finanche di provette e di banche del seme? Di un amico vero, con cui parlare a quattr’occhi, che bisogno ho se con facebook o con qualsiasi altro social network, volendo, posso virtualmente averne a iosa? E se ancora tutta questa virtualità non mi bastasse, se questa vita non mi appagasse, avrei sempre come ulteriore chance, come ultima ratio Second Life: la mia bella piattaforma informatica dove, scegliendo un mio personale avatar tridimensionale in cui incarnarmi, posso trovare la mia città ideale, un mondo completamente trascendente, dove mi costruisco un modello virtuale di interazione umana e dove l’immaginazione finalmente non sembra incontrare più limiti. Ma – per tornare alla First Life, alla vita reale – dinanzi allo sfacelo della Sanità pubblica, non ci curiamo forse quasi sempre da noi, senza l’aiuto dei medici, specie se siamo di fronte a una malattia rara? Se non sappiamo la strada per andare da qualche parte, a chi possiamo rivolgerci senza paura di perderci, se non a lui, al Gps, al “sistema di posizionamento globale”? Sa suggerirci molto meglio di un vero informatore occasionale. Si parla poi in questi ultimi anni di auto-pensionamento e già da un po’ anche di auto-assicurazione, di auto-difesa, di self-control e perfino, ovviamente, di auto-erotismo, praticato magari non più da soli, ma con le bambole gonfiabili. E si arriverà di sicuro a un grado di “autismo sociale” quasi perfetto. Si giungerà prima o dopo a un ossimoro assoluto. Nell’attesa, tuttavia, senza essere necessariamente civili, certe guerre già ce le facciamo da soli, proprio come una partita a scacchi, come in un gioco da playstation dal nome roboante ma anche accattivante del tipo “Operazione Desert Storm” o “Desert Fox”, e ciò non soltanto per le armi che vendiamo spudoratamente ai nostri nemici, ma soprattutto per le testate atomiche, che rappresentano emblematicamente quell’ossimo­ro. E da questo punto di vista alcuni studiosi insinuano perfino il dubbio satanico che l’attacco a Pearl Harbor e alle stesse Twin Towers rientrino in una siffatta strana attività masturbatoria. Il rischio, però, in tutto questo incontenibile e contraddittorio selfismo è che di questo passo – per parafrasare il titolo di una bella canzone di qualche anno fa – ci toccherà prendere coscienza del fatto che prima o dopo gli altri saremo noi. Toccherà anche a noi venire rottamati ed eliminati (“eliminare”: verbo non a caso molto adottato di recente dai programmi o dai giochi televisivi “ad eliminazione”, appunto). L’autismo compiuto, la contraddizione più perfetta, vale a dire la più illogica possibile, si raggiungerà infatti quando potremo fare a meno anche di noi stessi. Una eventualità questa che, a dire il vero, si era profilata già con il sistema eliminatorio dei Lager progettato dai nazisti e che continua ancora oggi a realizzarsi con le guerre intelligenti e a distanza, con l’utilizzo dei droni, ossia con gli UAV, con gli aerei che fanno a meno, appunto, dell’uomo. Siamo dunque vicini al trionfo del misticismo estatico.

 

2. – Che bisogno abbiamo dunque degli “altri”, noi smart, cioè noi alla moda, rapidi ed eleganti, se riusciamo ormai a fare quasi tutto da soli? Con lo smartphone poi, per fare un ulteriore esempio, siamo in grado addirittura – e non soltanto per il tempo in cui siamo connessi – di superare la nostra inestirpabile solitudine, cioè la nostra realtà di cittadini globalizzati, e di acquietare così la nostra profonda noia di individui isolati, di esseri individualizzati.

Eppure a guardar bene questa solitudine non viene solo superata dallo smartphone; viene anche generata da esso. Infatti, affinché si instauri la connessione, la comunicazione con l’altro, è necessario che questo altro venga di fatto negato nella sua semplice presenza, nella sua sconcertante fisicalità, nella sua ruvida, odorosa, limitante e persino scostante corporeità. E ciò unicamente perché presupposto fondamentale di un tale apparecchio è che l’altro certamente sia, ma a patto che se ne stia sempre lontano, a debita distanza, si mantenga nella sua asettica lontananza, nella sua assenza neutra. È solo in tal modo, infatti, che noi possiamo sentirlo al telefono, vederlo con skype, comunicare con lui via sms o con il più invasivo whatsapp.

Come se l’essere dell’altro potesse darsi solo nella distanza e rivelarsi solo nell’assenza. Come se insomma la sua esistenza per manifestarsi non potesse prescindere dalla sua inconsistenza, dalla sua dissoluzione e nientificazione. Strana, antica, presocratica, per non dire tragica questa coincidentia oppositorum determinata dallo smartphone, questa coesistenza di presenza e assenza, di vicinanza e lontananza, di ghénesis e phthorá, di genesi e distruzione.

Ciò, da un altro punto di vista, vuol dire che se perlopiù noi oggi, nel mondo globalizzato, preferiamo stabilire con gli altri contatti solo a distanza è perché questo distanziamento rientra tra le esigenze tecniche dello smartphone. Significa in ultima analisi – non è mai inutile ribadirlo – che i nostri gusti personali, le nostre scelte decisive, i nostri comportamenti e soprattutto il nostro rapporto essenziale con gli altri sono determinati e dettati dalle esigenze della tecnologia. E ancora più grave sembra il fatto che di tutta questa complessa contraddizione oppressiva dei tempi si abbia forse coscienza solo proprio nei rari momenti in cui la solitudine fa sentire i suoi spasmi.

In altre parole, lo smartphone fa superare all’utente quella solitudine che al contempo questo strumento genera a causa della necessità della distanziamento dell’altro. In virtù di questa distanziazione, con lo smartphone si fa semplicemente astrazione dall’altro o da tutto l’altro che permane inerte dinanzi all’utente. Il vuoto che un siffatto strumento scava dinanzi a quest’ultimo con l’imprescindibile distanziazione-astrazione dall’altro e da tutto l’altro è dunque una specie di voragine che l’utente solitario cerca di colmare con le sue continue connessioni con l’altro. Ma siccome questo altro è solo astratto, è stato cioè ridotto a una semplice astrazione, astratto, e quindi fittizio, sarà pure l’appagamento della solitudine. E in effetti l’utente mostra un bisogno smodato e compulsivo di restare connesso perché solo così spera di poter sfuggire al pozzo nero della sua solitudine angosciosa. L’appagamento – rinviato di connessione in connessione – è dunque astratto e apparente, così come astratto e apparente è ormai l’altro. Ad ogni connessione l’utente si illude di aver vinto la sua tetra solitudine ed è per questo che, pur avendone in qualche istante fugace la consapevolezza, preferisce trastullarsi in questa pura e semplice illusione prodotta dalla tecnologia.

Si crea così, come si può facilmente vedere, un circolo vizioso, una più che evidente contraddizione. Giacché la polverizzazione dell’altro e l’individualizzazione dell’utente smart, sono processi paralleli messi in atto dalle esigenze di utilizzo dello smarthphone, processi che però ingenerano nell’uno e nell’altro il doloroso sentimento della solitudine. Ma è proprio per placare questo dolore che il mercato mette a disposizione lo smartphone. Il quale, in tal modo, finisce con lo svolgere una funzione analoga a quella di Yahweh, poiché provoca la ferita e la risana. Con questo aggeggio in mano, infatti, – ormai una vera e propria protesi – non sei mai da solo, pur essendo solo come un cane; come un cane che prova piacere a leccarsi la ferita. Ma niente paura, perché, come ricordava il celebre poeta, proprio là dove sorge il pericolo della solitudine si offre anche ciò che salva. Ecco perché tutti gli utilizzatori di smartphone, gettati nel pozzo nero del loro isolamento, con il dito anchilosato cercano continuamente nell’altro pozzo nero, quello del web, quel qualcosa, vale a dire qualsiasi cosa, che possa alleviarne i conati. Sicché, grazie a questo smartphone-phármakon, a questo veleno che è al contempo anche contravveleno o antidoto, è el veneno y la triaca, a causa di questo gingillo costoso, di questa merce-opium che i media immettono nel mercato globale, nasce naturalmente negli utenti-clienti una dipendenza che è forse più tenace e irresistibile di quella provocata dalle più classiche e sperimentate sostanze stupefacenti.

In fondo è questa la vera funzione dei media: occupare lo spazio inter-medio necessario alla “comunicazione” degli individui. In termini più pragmatici ciò significa acquisire la possibilità di “gestire” e governare la vita delle persone, la quale si svolge perlopiù in “comune”. Dove l’“essere in comune” però non vuol dire affatto vivere in relazione o nella relazione, come nei vecchi ballatoi. Tutt’altro: significa semplicemente e puramente con-vivere, vivere insieme, uno accanto all’altro, come in una piccionaia, in una finta promiscuità, in una apparente vicinanza, conducendo e trascinando ognuno per sé la sua propria vita, chiusi in se stessi, nella propria solitudine e nella propria miseria fatta di finta potenza, in un mondo che è stato svuotato e che viene riempito solo dalle illusioni auto-telematiche offerte dallo smartphone. È questo tipo di disintegrazione che possiamo vedere un po’ dappertutto nei moderni appartamenti di un qualsiasi condominio. E dove inoltre quel “gestire” significa anzitutto disporre, regolamentare e controllare. Si tratta infatti di una gestione “ambigua”, perché prima di mettere in comunicazione gli individui così atomizzati e individualizzati essi, i media, debbono anzitutto dividerli, separarli, evidenziarne l’intrinseca in-dividualità: debbono insomma in una falsa attrazione cibernetica renderli astratti l’uno all’altro. Anzi, si può addirittura sostenere che ci può essere comunicazione mediatica solo dove c’è divisione, separazione, frammentazione e atomizzazione: dove viene ingenerata questa reciproca astrazione. E qui si ha l’impressione che gli antichi adagi latini divide et impera e panem et circenses abbiano a che fare in qualche modo obliquo con la gestione di questo tipo di comunicazione smart. È comunque del tutto evidente che il ritrovarsi come persone e con persone non astratte è diventato ormai come una specie di hobby, al quale si può concedere solo qualche scampolo del nostro tempo, qualche frammento della nostra vita, vissuta perlopiù in connessione con community virtuali.

 

3. Grazie allo smartphone, dunque, l’altro – anzi, tutto l’altro – nella sua astrazione e nella sua prefissata distanziazione ci resta invisibile e trasparente, anche se si trova solo a un palmo del nostro naso. L’unica realtà che di tutto quest’altro riusciamo a rilevare e ad apprezzare è quella di una immagine fotografica in formato compresso jpg. La quale, però, poiché è solo una tra le infinite foto che potremmo possedere di esso, nasce già svalorizzata, inflazionata. Già prima che la foto venga scattata. Resta cioè deflazionata non solo nell’idea stessa di chi la scatta, ma anche nell’intenzione di colui a cui viene scattata. Come se il valore della realtà di tutto l’altro che ci sta dinanzi o tutt’attorno potesse essere colto e considerato solo riducendo questa realtà all’inconsistenza di un’immagine compressa jpg.

Più che della presenza, lo smartphonizzato ha bisogno dell’assenza degli altri. E questa si può ottenere o con l’astrazione distanziante – collocandoli cioè dall’altra parte della connessione –, oppure con la riproduzione fotografica e filmica della loro realtà. Giacché quell’utente è arrivato persino al punto, come si è accennato, di riuscire ad apprezzare della realtà degli altri e di tutto il mondo circostante solo quello che fotografa o solo quello che riprende, come se inconsciamente preferisse guardare al mondo non già immediatamente con i suoi occhi, ma mediatamente con gli occhi dello smartphone. In tal modo, come si può intuire, questo strumento telematico non esige solo l’annientamento escludente e l’astrazione distanziante dalla realtà dell’altro e da tutto l’altro, ma anche l’annientamento e l’esclusione dell’utente, ossia il nostro annientamento come soggetti capaci di scelta e di giudizio critico. Esso richiede insomma la nostra auto-esclusione. Anche questo aspetto rientra nel concetto o nel progetto culturale del “fare a meno di se stessi”. Inteso però non nel senso ironicamente positivo prospettato all’inizio con il richiamo all’ossimoro perfetto, bensì in senso tragicamente negativo. Giacché questo è il prezzo che in definitiva debbono pagare gli utenti smartphone per il suo utilizzo: la rinuncia a se stessi e alla propria libertà. Una logica, quella che sottende a questa finalità, simile, come si può vedere, è quella hobbesiana, solo che qui al krátos del rude Leviatano si sostituisce il potere del software cibernetico. Allora era il timore della morte violenta che legittimava il patto dei sudditi con il sovrano e quindi il consenso alla perdita della libertà; ora, nel mondo globalizzato, è per la paura della solitudine che i cittadini liberi preferiscono diventare utenti smartphone.

Da quanto precede sembra pertanto di poter capire che grazie allo smartphone si riesca a provare ad un tempo sia il piacere dell’isolamento sia il dolore della solitudine. E in ciò, come si è anche accennato, la sua azione sembra riconducibile a quella salvifica di Yahweh, poiché – come diceva il buon Temanita all’amico malato e riottoso – Dio fa la piaga e la fascia, ferisce e guarisce, dapprima genera la ferita e poi la risana. E proprio in questo senso esso assume anche i tratti del sublime kantiano, in quanto il piacere per l’utente scaturisce dalla pena, e non viceversa. Il piacere nel nostro caso specifico deriva da una duplice negazione. Da un lato sorge dalla negazione, anch’essa duplice, della scomoda presenza dell’altro: sia con la sua necessaria distanziazione al capo opposto della connessione, e quindi di fatto con la sua assenza, sia con la riduzione della sua realtà materiale a inconsistente immagine jpg. Riusciamo infatti a mitigare i morsi della nostra solitudine solo restando connessi a distanza con l’altro, con il prossimo, oppure continuando a riprenderlo e a immortalarlo in una foto inconsistente assieme a tutto quanto permane nella nostra prossimità. Dall’altro lato e allo stesso tempo un tale piacere nasce anche dalla nostra negazione (anche questa a sua volta duplice): vale a dire sia dal nostro renderci di fatto assenti dalla situazione presente in cui ci troviamo, allorché ci connettiamo con un altro che permane sempre in un “altrove-da-qui” e dove ci rifugiamo per sfuggire alla solitudine, sia dalla nostra auto-esclusione come soggetti capaci di osservare e di scegliere criticamente con il nostro sguardo la realtà che più ci aggrada.

Non necessariamente però questo “altrove-da-qui” deve essere distante. Si tratta infatti di una finzione, di una finta lontananza, di un allontanamento solo apparente, perché questo “altrove”, questo “là” può essere anche a pochi caseggiati da noi, a pochi passi, posto magari oltre a una semplice parete che lo separa dal “qua”. L’importante è che tra i due smartphonizzati via sia un distanziale, ossia una certa distanza, anche minima, in modo che l’uno risulti sempre assente all’altro e viceversa. Anche se sia la distanza che l’assenza possono essere ovviamente illusorie, fittizie. La comunicazione wireless si può stabilire infatti a condizione che vi sia appunto un distanziale, una “certa” e indefinibile distanza-assenza tra gli interconnessi. Ciò mostra che la condizione esistenziale di reale solitudine in cui oggi, nel mondo globalizzato, vivono gli individui-utenti è quella dell’esser “presi” in una rete di ampiezza mondiale, nel web wide world, appunto.

Dalla duplice negazione, posta in essere dallo smartphone attraverso noi e gli altri, risulta quindi una de-presentificazione del presente e una presentificazione dell’assente. Vale a dire un doppio processo de-ontificante che ha nello smartphone il suo focus, il suo nodo centrale, il punto mediano. Più che di una “ontologia del telefonino” sembra quindi che si debba parlare di de-ontologia dello smartphone. Giacché in virtù dei vari sistemi automatici sopra indicati (in greco autós significa “se stesso” e autómatos “che fa da se stesso”) si è giunti in effetti ad escludere – anche questo è un aspetto drammatico della contemporanea tendenza all’esclusione –, a nientificare e a rendere di fatto inessenziale e dispensabile non solo l’altro, ma l’io stesso. Per quanto infatti questo si mostri smart e cool, cioè freddo, indifferente e glaciale, quasi come l’io penso kantiano o l’io puro fichtiano, l’uso dello smartphone alla lunga de-ontifica gli altri e anche se stessi. «Gli altri siamo noi» era il titolo della canzone cui abbiamo accennato all’inizio di questa riflessione. Infine, malgrado il depotenziamento ontologico che subisce, per poter in qualche modo continuare ad affermare la propria realtà incerta e inconsistente, ogni utente smartphone ricorre al selfie, oppure al filmino di sé su youtube, nel quale può vedere se stesso (sich selbst, it self) all’opera. Consapevole però dell’inconsistenza di questi mezzi, specie nei momenti di più angosciosa solitudine, oggi quell’utente così de-ontificato si vede sempre più costretto a ripetere a se stesso non “Penso, dunque sono”, bensì “Mi faccio un selfie, dunque sono”.


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Franco Di Giorgi

Docente di filosofia e storia. Ha pubblicato Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah (2004), Aporia (2004), ha curato per l'Anpi di Ivrea 'A scuola di Resistenza' (2006), ha contribuito al testo 'Dal Risorgimento alla Resistenza (2011, a cura dell'Anpi di Ivrea). Ha pubblicato saggi e recensioni su Rivista di Estetica (1985), Filosofia (1988), Fenomenologia e società (1990), Testimonianze (1995-2012), Paradigmi (1996), Interdipendenza (2006, 2008), Isreael (2006), Nuova Rivista Musicale Italiana (2007-2012), Historia Magistra (2014-2015).


'Il “selfismo” e la de-ontologia dello smartphone' 1 commento

  1. 2 ottobre 2016 @ 9:55 i ritagli di settembre | ATBV

    […] Di autoscatti e di negazione dell’altro: un’idea filosofica del selfismo contemporaneo. […]

    Rispondi


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