Le origini della democrazia e il contributo illuministico al revival democratico

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Quando nasce la democrazia? E soprattutto siamo sicuri che si tratti di un concetto immutato? E ancora, quali sono le radici intellettuali della democrazia moderna? Rispondere ad interrogativi di questo tipo è opera ardua. La democrazia, certamente, ha rappresentato un’idea dibattuta e controversa che non è stata accolta pacificamente ed indistintamente da tutti i pensatori del passato. La scomposizione classica del termine in dêmos e krátos, apre già ad un variegato e controverso quadro polisemico. Il dibattito attorno all’idea di democrazia è antico ed è stato, in ogni epoca, riproposto e riformulato. In Occidente, si comincia a parlare di democrazia intorno al VI sec. a.C. Alcuni pensatori hanno sostenuto l’idea democratica, mentre altri la consideravano come un male da demonizzare. Illustri pensatori del mondo classico come Platone, Aristotele, Cicerone e Seneca erano contro l’idea democratica. Solo per riportare qualche esempio, nel Politico, Platone definisce la democrazia come il governo della moltitudine e la classifica come «la meno buona delle forme buone e la meno cattiva delle forme cattive». Nelle Leggi, la democrazia è biasimata, ancora una volta da Platone, come il regime «della libertà troppo sfrenata». Nell’analisi che Aristotele propone, invece, delle diverse forme di governo, il governo della moltitudine è chiamato politìa, mentre il nome democrazia è assegnato alla forma corrotta, un governo a vantaggio dei poveri. Sull’altro versante si colloca Erodoto che, nelle Storie, esalta la forma di governo democratica consacrando l’uguaglianza giuridica dei cittadini. La superiorità della democrazia si fonda, infatti, sulla saggezza della moltitudine. Coloro a cui la democrazia dà potere possono essere di diversa intelligenza o volontà, se presi individualmente, ma collettivamente sono destinati ad essere superiori.

Il testo più antico che segna la nascita del termine demokratìa è la tragedia di Eschilo, le Supplici. Sarebbe davvero semplicistico sciogliere il significato del termine demokratìa in potere del popolo oppure governo del popolo. Eschilo compie della parola demokratìa una scomposizione nelle sue componenti dêmos e krátos. I due termini, dêmos e krátos, si presentano in una luce di ambiguità, persino di polisemia. Dêmos, inteso come popolo, si adatta ad un corpo civico ristretto così come ad un corpo civicomoltoampio.Puòindicarelamaggioranzaolatotalitàdeicittadini.Lostessogioco semantico si ritrova nelle pagine Politica di Aristotele. Qui dêmos ha la duplice valenza di maggioranza o totalità. Krátos è la forza, il potere. Ma anche qui non mancano le ambivalenze. Forza legittima, prodotto di un potere legale, oppure forza violenta? Difficile da stabilire. Quel che è certo è che l’idea di democrazia ha subito, nel corso dei secoli, delle evoluzioni e delle trasformazioni. È proprio Aristotele a parlare delle diverse trasformazioni della democrazia, palando di metabolaì, nell’opera Costituzione degli ateniesi. Un quadro evolutivo che non va inteso, però, come una crisi irrimediabile della democrazia ma come un passaggio da una democrazia radicale ad una moderata, indice di continuo fermento dell’idea democratica che porta sempre delle novità al mulino della democrazia. È sicuramente la cultura settecentesca a fornire uno straordinario contributo allo sviluppo della democrazia moderna, quella cioè del periodo in cui si ripropongono le condizioni per un governo del popolo, riprendendo un filo che si era interrotto o attenuato con le grandi monarchie, come afferma lo stesso Domenico Musti in Demokratìa (1995). Nella storia d’Europa, il periodo che porta alla crisi delle grandi monarchie ed alla riscoperta di una cultura vicina ai temi della democrazia classica è sicuramente l’Illuminismo. Un periodo attraversato da profondi cambiamenti che prepareranno due cruciali rivoluzioni, quella francese e quella americana. Sicuramente i primi decenni del Settecento sono caratterizzati da un revival dei temi della democrazia antica e della classicità in generale, rivisitata sotto un filtro analitico nuovo, caratterizzato da un approccio propriamente e rigorosamente storico-scientifico. Ma perché cominciare proprio da questo periodo storico? È evidente che la riflessione illuministica riporta alla ribalta il binomio libertà-uguaglianza, che costituisce una pietra miliare della democrazia degli antichi, legandolo all’idea nuova di fratellanza in un celebre terzetto che ricorre in Dichiarazioni e Carte dei diritti. La fase più importante e decisiva per l’avanzamento della democrazia, della libertà individuale e dei valori egualitari è il periodo che va dal 1770 fino al 1789. Il confronto tra le due parole d’ordine della rivoluzione francese e la democrazia ateniese mette in luce che liberté ed egalité trovano i loro antecedenti in due concetti chiave dell’antichità, eleutherìa e isonomìa. Ma di certo questa pseudo continuità tra antico e moderno non implica identità. Il contesto politico e sociale del Settecento è sicuramente molto più articolato e complesso rispetto all’antichità. Lo sviluppo industriale e capitalistico complicano l’economia e di conseguenza anche la problematica dell’uguaglianza, della libertà e della democrazia. Le analogie, sul piano dei principi, non possono però coprire le differenze radicali negli aspetti procedurali e organizzativi tra democrazia antica e moderna. Difficile riproporre un’idea di democrazia diretta. E sulla stessa lunghezza d’onda, si collocano i pensatori dell’Illuminismo radicale, corrente che rappresentò una importante fonte di sviluppo intellettuale per la democrazia moderna e gli ideali egualitari. L’illuminismo radicale, che si oppone all’Illuminismo moderato impegnato nel sostegno del privilegio e del conservatorismo, si configura, secondo quanto sostenuto da J. Israel in Una rivoluzione della mente (2009), come «un sistema ideologico che rispondeva ai risentimenti e ai bisogni intrinseci e a lungo disattesi   di una vasta parte della società». Il mondo dell’ancien régime era caratterizzato da un’enorme ineguaglianza di censo. Certo anche qui si può intravedere una continuità con la democrazia degli antichi, dove alcune categorie erano escluse. Per l’illuminismo radicale c’era solo un modo per curare un tale cumulo di mali che caratterizzava quel tipo di società: eliminare il sistema di privilegi e di ranghi. I pensatori radicali francesi volevano godere di eguale protezione da parte della legge e di eguale libertà di perseguire le proprie ambizioni, ma rifiutavano una partecipazione di tutti all’attività legislativa e di governo, sul modello delle democrazie antiche. La loro argomentazione principale riguardava il fatto che in una democrazia diretta, il popolo che si crede sovrano è in realtà schiavo di demagoghi che sanno come manipolarlo. Una democrazia diretta era per loro una impossibile chimera. Come allora organizzare una democrazia realizzabile? La chiave di volta era la democrazia rappresentativa. Come sostiene R. Wollheim, il più importante contributo che il Medioevo ha fornito alla democrazia è proprio lo sviluppo della rappresentanza.Ma si trattava di una rappresentanza per patrimonio che persisterà fino al XVIII secolo. La differenza con la rappresentanza proposta dai pensatori dell’illuminismo radicale risiede nell’eliminazione dell’accesso ereditario o per privilegio. Ma allora chi ha il diritto di rappresentare la nazione? A loro avviso i cittadini meglio informati in merito agli affari, ai bisogni del popolo, cittadini onesti e virtuosi. Inrealtà si tratta di un punto critico, di un vero e proprio tallone d’Achille, delle argomentazioni sostenute dall’Illuminismo radicale. Certamente, l’importante contributo di questa corrente di pensiero allo sviluppo della democrazia moderna riposa nella riscoperta della libertà, quale elemento vitale per combattere ogni tirannide, ovvero di tutto quello che non è per l’interesse del popolo. L’indagine sulla cultura settecentesca ha messo, dunque, in luce come il revival democratico ad opera dei pensatori dell’illuminismo radicale abbia rappresentato fonte di sviluppo per la democrazia moderna. Il richiamo alla libertà e all’uguaglianza dimostra come ci sia continuità tra il vecchio e il nuovo. La vera novità sta nella riscoperta di una libertà che è antidoto alla tirannide e motore della democrazia e di una rappresentanza libera dalle catene e dai limiti imposti dall’ancien régime.


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Gabriele Messina

Gabriele Messina, Giornalista pubblicista presso il "Giornale di Sicilia". Presidente e researcher presso Istituto Mediterraneo di studi internazionali. Tra i miei contributi "Il metodo aperto di coordinamento: un nuovo strumento di governance" in Giureta Vol. XVI, Marzo 2016 e "Brevi riflessioni sul concorso esterno in associazione mafiosa: un reato da tipizzare" ( in pubblicazione).


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