“L’elevazione dell’amore”: Wilco live a “Ferrara sotto le stelle 2016”

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Elevation of Love è un brano memorabile degli E.S.T., il favoloso trio capitanato dal 1993 al 2008 dal compianto pianista jazz svedese Esbjörn Svensson. Per qualche strana ragione – o forse, più semplicemente, per il fatto che quest’anno ho riscoperto Seven Days of Falling, il disco degli E.S.T. del 2003 in cui era contenuto il brano in questione – Elevation of Love mi è tornato in mente nel bel mezzo del concerto tenuto dai Wilco il 4 luglio al consueto appuntamento annuale con il festival “Ferrara Sotto le Stelle”. L’associazione mentale, a prima vista alquanto bizzarra, visto che gli E.S.T. erano un trio jazz anche un po’ sperimentale e invece i Wilco, com’è noto, sono una band nata dalle ceneri degli Uncle Tupelo, dunque nel segno dell’alternative country più puro, e trasformatasi poi in una realtà accostabile anche a un certo indie rock: l’associazione mentale, dicevo, è sorta durante l’esecuzione, nel corso del concerto, di uno dei brani di Yankee Hotel Foxtrot (2002), il disco più famoso, più venduto e, a mio giudizio, a tutt’oggi anche più riuscito dei Wilco. Per fortuna a Ferrara, insieme ai brani tratti dal loro recentissimo (ma, secondo me, non riuscitissimo) album Star Wars, i Wilco hanno deciso di eseguire diverse canzoni tratte anche da Yankee Hotel Foxtrot, oltre che dai loro altri dischi precedenti, e così, mentre godevo a occhi chiusi delle melodie perfette ma al contempo volutamente sbilenche e, per così dire, internamente destrutturate di I Am Trying to Break Your Heart, I’m the Man Who Loves You, Jesus Etc. o Impossible Germany (quest’ultima, in realtà, tratta dal disco Sky Blue Sky, per certi versi comunque altrettanto bello di Yankee Hotel Foxtrot),tutt’a un tratto mi è venuto in mente quel concetto, coincidente col titolo del succitato brano degli E.S.T.: “l’elevazione dell’amore”, l’amore come dimensione capace di favorire, o semplicemente rendere possibile, una qualche forma di elevazione (o, naturalmente, anche di degradazione e devastazione interiore, a seconda delle circostanze e delle persone coinvolte…) per ciascuno di noi.

Sospendo per un momento questo – personalissimo, senza dubbio, e altamente idiosincratico, lo ammetto: ma qualche volta in ambito estetico può anche verificarsi che “le idiosincrasie [siano] vincolanti obiettivamente”, come insegnava Adorno – tentativo di interpretazione e passo, com’è giusto, alla fredda cronaca dell’evento live. Preceduto dal concerto di Kurt Vile & The Violators come opening act – che, a essere sinceri, non mi hanno granché impressionato quanto a rilevanza della proposta musicale – il concerto dei Wilco, come si diceva, è stato basato solo in parte sui brani dell’ultima uscita discografica della band, cioè Star Wars del 2015. A essi, infatti, sono stati aggiunti – in una maniera abbastanza equa nella distribuzione di pezzi vecchi e nuovi all’interno della setlist, peraltro consultabile sul sito web dei Wilco (http://wilcoworld.net/#!/tour_date_type/4-july-2016-piazza-castello-ferrara-it) – numerosi brani tratti da quasi tutti i loro dischi precedenti: per la precisione, da A.M. (1995), Being There (1996), Summerteeth (1999), Yankee Hotel Foxtrot (2002), A Ghost is Born (2004), Sky Blue Sky (2007) e The Whole Love (2009). Sul palco la band è apparsa straordinariamente compatta, affiatata e decisamente a proprio agio nell’esecuzione dell’intero repertorio, dai brani più tradizionali a quelli più sperimentali. Riguardo ai primi, va citato soprattutto l’emozionante finale di concerto completamente acustico, molto intimo e in alcuni momenti (come nell’esecuzione di Misunderstood, ad esempio) a dir poco commovente; riguardo ai secondi, penso in particolare ad alcuni pezzi un po’ flirtanti con l’elettronica, caratterizzati da dislivelli ritmici e timbrici e da giochi improvvisi di riempimento/svuotamento sonoro, e supportati anche visivamente da un efficace apparato di luci ed effetti. Quanto allo stile musicale della band, un notevole impatto sembra avere l’ormai rodato amalgama musicale garantito da ben tre chitarre: quella ritmica del leader,Jeff Tweedy, quella ritmica ma con occasionali parti soliste di Pat Sansone e, infine, quella solista (ma sovente declinata in una chiave puramente rumoristico-sperimentale) di Nels Cline. Volendo selezionare da una setlist come quella presentata a Ferrara, pressoché perfetta, gli episodi più belli, significativi e capaci di rapire l’ascoltatore soprattutto per i loro ritornelli imperdibili, personalmente sarei portato a scegliere Handshake Drugs, Via Chicago, Heavy Metal Drummer, Dawned on Me, Jesus Etc. (che, in parte per motivi puramente affettivi e in parte per quella che mi sembra la bellezza cristallina del brano in sé, ho sempre considerato come la canzone dei Wilco) e, infine, A Shot in the Arm e War on War in versione interamente acustica alla fine del concerto.

Ecco, ritornando adesso al tentativo di interpretazione poc’anzi accennato nel segno della elevation of love, immagino che quel tema sia sopraggiunto alla mia mente (per metà vigile e per metà invece assente, la sera di lunedì 4 luglio, perché completamente assorbita dall’evento musicale, come spesso accade ai concerti del resto)mentre pensavo a versi di Jeff Tweedy quali: “I always thought that if I held you tightly / you would always love me like you did back then”; oppure “there’s something there that you can’t find / honest when you’re tellin’ a lie / you hurt her but you don’t know why / you love her but you don’t know why”; oppure “if I could / you know I would / just hold your hand / and you’d understand / I’m the man who loves you”; oppure “this is what love is for / to be out of place / gorgeous and alone / face to face”; oppure “my jaw’s been broken / my heart is wrapped in ice / my fangs have been pulled / and I really want to see you tonight”; oppure “so it all adds up, and you should be glad / everlasting love is all you had”; oppure “how can I convince you it’s me I don’t like / not be so indifferent to the look in your eyes / when I’ve always been distant / and I’ve always told lies / for love”; oppure “my life will not be lost / if my love comes across”. E, d’altra parte, oltre ai versi delle singole canzoni (qui trascelti fra quelli ascoltati e apprezzati a Ferrara e fra quelli che, molto semplicemente, mi risuonano spesso nelle orecchie e nel cuore, anche casualmente durante il giorno, per il semplice fatto che li amo e mi hanno sempre comunicato molto) è sufficiente pensare al ricorrere del tema fin nei titoli dei brani dei Wilco – si pensi, ad esempio, a Should’ve Been in Love, I’m Always in Love, Whole Love e altri ancora – per convincersi della sua centralità in quella che, volendo usare un termine un po’ impegnativo, potremmo forse chiamare la poetica di Jeff Tweedy e dei Wilco.

A suo modo un poeta (volendo definitivamente sbilanciarmi e usare un termine ancora più impegnativo) è Jeff Tweedy. Un poeta o, se si preferisce, un cantore della fragilità, precarietà, instabilità e debolezza e, insieme, della forza, robustezza ed elevatezza che il sentimento in assoluto più banale da nominare e cantare ma, al contempo, più universale e indispensabile (quel “love” così usato e abusato in tutta la storia della musica pop-rock – e, più in generale, nell’intera storia della poesia, della letteratura, del teatro ecc. – eppure così difficile da non citare again and again and again) sa incarnare. A suo modo un poeta, Jeff Tweedy, conscio della irrilevanza e, contemporaneamente, della imprescindibilità della poesia anche oggi, cioè in un tempo di sfrenata prosaicità come il nostro, ragion per cui, tracciando un ennesimo collegamento immaginifico, verrebbe quasi da dire: OK caro Hölderlin, avrai anche ragione (e il caro Heidegger seguendo le tue orme) sul fatto che “dichterisch wohnet der Mensch auf dieser Erde”, “poeticamente abita l’uomo su questa terra”, ma non meno ragione hanno, per esempio, coloro che ritengono che “i tempi sono cambiati, / gli uomini non domandano più nulla / dai poeti” (Aldo Palazzeschi, Lasciatemi divertire) o, in modo chiaramente più grezzo e rock ’n’ roll ma proprio per questo massimamente incisivo e immediato, “I wonder why we listen to poets / when nobody gives a fuck” (Wilco, Ashes of American Flags).

Ad ogni modo, tornando al concerto e finalmente giungendo alla conclusione di questo articolo, il punto è che, come dicevo, buona parte del concerto di Ferrara è stata vissuta da me con la convinzione (vera o fallace, ma non fa poi grande differenza in queste occasioni) di avere almeno in parte inquadrato, colto, compreso, afferrato la quintessenza dei Wilco, la loro poetica per così dire. Una poetica che, per l’appunto, non sarà certamente la più ricercata o la più originale del mondo, ma che (come avviene in generale in tutta la musica pop-rock: cosa che si può forse considerare come la debolezza e, insieme, la forza di quest’ultima, almeno nelle sue espressioni più riuscite) non per questo non si può considerare come vera, genuina, autentica, comunicativa. “You have to learn how to die / if you wanna be alive”, canta Jeff Tweedy con una mirabile capacità di sintetizzare in due semplici versi le ferite, le crepe interiori, le perenni e ineliminabili oscillazioni della nostra esistenza e del nostro animo; e quindi, con un riferimento più esplicito al tema sul quale ho scelto di focalizzarmi qui, canta anche: “distance has no way of making love understandable”. E come potergli dare torto su questo? No, effettivamente no: né la distanza né qualsiasi altra cosa, fosse anche la spiegazione più ricca e aggiornata e più sofisticata disponibile oggi sul mercato delle idee, ha alcun modo di rendere comprensibile “l’amore, il palpitante liquore della vita” (Walt Whitman, Foglie d’erba), questo sentimento così immediatamente trasparente e insieme così inafferrabile, questo sentimento di cui ancora Whitman scrive: “è doloroso amare un uomo o una donna in modo eccessivo, / eppure soddisfa, è grande”. Ragion per cui concluderei dicendo che, in fondo (o, se si vuole, al principio e al contempo alla fine di tutto), come ci ricorda la canzone definitiva dei Wilco, Jesus Etc., “our love / is all we have”.


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Stefano Marino

Stefano Marino, dottore di ricerca in Filosofia (2008) presso l’Università di Bologna, borsista del DAAD e della Fritz Thyssen Stiftung (2009; 2011) presso la Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo, è attualmente ricercatore di Estetica presso l’Università di Bologna. Le sue ricerche vertono principalmente sull’ermeneutica, la teoria critica, la filosofia della musica e l’estetica della moda. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: le monografie Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer (2015), Aufklärung in einer Krisenzeit: Ästhetik, Ethik und Metaphysik bei Theodor W. Adorno (2015), La filosofia di Frank Zappa (2014), Gadamer and the Limits of the Modern Techno-scientific Civilization (2011); le traduzioni dei libri di C. Korsmeyer, Il senso del gusto (2015) e di H.-G. Gadamer, Ermeneutica, etica, filosofia della storia (2014) e Che cos’è la verità (2012); e infine i volumi come co-curatore: Philosophical Perspectives on Fashion (2016), Theodor W. Adorno: pensiero dialettico ed enigma della verità (2016), Nietzsche nella Rivoluzione Conservatrice (2015), Filosofia e Popular Music (2013). È inoltre batterista e suona nella band di post-rock strumentale Comandante Brioche


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