La retorica sull’immigrazione e la strumentalizzazione del linguaggio mediatico Parte II

timthumb.php

Brevi accenni geopolitici per comprendere l’origine dei flussi. 

Proviamo ora a capire chi sono coloro i quali tentano di raggiungere le frontiere dell’Unione Europea. Come dicevamo, se da un lato, dare la definizione appropriata può essere utile per fare chiarezza divulgativa, dall’altro ci serve per capire quelli che sono i diritti che queste persone possono rivendicare nei paesi in cui arrivano. Recentemente il primo ministro Ungherese ha affermato che la maggioranza di coloro che arrivano in Europa non sono rifugiati, quanto piuttosto migranti in cerca di vita migliore”; con gli stessi termini il primo ministro slovacco Fico ha sostenuto che il 95% sono immigrati economici. Tuttavia, le statistiche e le ricerche effettuate sulla provenienza di coloro che chiedono protezione in Europa, sembrano smentire entrambe le affermazioni di Orban e Fico. In realtà va’ fatta chiarezza sulla provenienza dei richiedenti asilo a seconda del paese nel quale arrivano chiedendo protezione: ad esempio risulta che all’81% delle persone che raggiungono illegalmente le frontiere della Grecia andrebbe concesso lo status di rifugiato. Secondo il periodico “The Economist”, i tre principali paesi di provenienza di coloro che arrivano in Grecia provengano dalla Siria, Afganistan e Iraq. Al contrario, solo al 46% di coloro che raggiungono le frontiere italiane potrebbe essere riconosciuto e concesso l’asilo. Tale differenza ovviamente dipende da questioni puramente logistiche, poiché si tratta di persone che giungono in Europa in modo irregolare tramite rotte marittime (in questi caso, attraversando il Mediterraneo).

Il motivo per il quale è  necessario fare chiarezza sulla provenienza dei richiedenti protezione è che da tale dettaglio ci è possibile intuire i principali motivi per i quali la maggior parte di loro lasciano il proprio paese. Nel 2015, la stragrande maggioranza di rifugiati e di migranti che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa, proveniva dalla Siria, un paese nel quale è in corso una guerra civile dal 2011 che ha già provocato il dislocamento forzato di 7.6 milioni di persone (di cui più di 4 milioni ha cercato rifugio nei paesi limitrofi, principalmente in Turchia, Iraq, Giordania, Egitto e Libano). In un rapporto ufficiale pubblicato da UNHCR nel luglio del 2015, l’alto commissario per i Rifugiati Antonio Guterres affermava che quella siriana è la popolazione dei rifugiati più massiccia provocata da una sola guerra, e il peggioramento delle condizioni sta spingendo un numero sempre crescente di persone a chiedere rifugio in Europa e nei paesi limitrofi. Così come la situazione in Siria non sembra poter migliorare nel breve periodo, allo stesso modo nel Corno d’Africa anni di guerre civili e regionali hanno ridotto il paese in condizioni umanamente insostenibili; in Somalia, dopo il crollo del regime di Siad Barre (1991) il paese è caduto nelle mani dei cosiddetti signori della guerra, gruppi armati di persone che si contendono il potere costringendo il popolo somalo ad una perenne situazione di instabilità. Anche in Eritrea, le guerre combattute durante gli anni novanta contro lo Yemen e l’Etiopia (per questioni legate a rivendicazioni territoriali e di confine) hanno contribuito a peggiorare la situazione politica ed economica già di per se instabile. Inoltre a partire dal 2011 scoppiò una spaventosa crisi alimentare che costrinse gran parte delle popolazioni del Corno d’Africa all’esodo, ulteriormente alimentato da una forte violazione dei diritti umani da parte dei rispettivi regimi. Costretti dunque a chiedere riparo furori dai propri confini, un gran numero di persone cercano di raggiungere le coste europee nella speranza di poter attraversare le frontiere esterne pur non disponendo dei documenti necessari per farlo. Il fatto che le frontiere europee siano di fatti militarizzate costringe coloro che si trovano in situazione irregolare a cercare di eludere i controlli entrando in territorio europeo con percorsi alternativi. Secondo un documento dell’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione, solo nel 2014 sono stati registrati 3.072 decessi avvenuti nelle acque del Mediterraneo, tutte persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere le coste europee illegalmente. I rischi legati all’attraversamento irregolare delle frontiere sono molteplici e ovviamente differiscono a seconda del metodo utilizzato.

Nel tentativo di non essere avvistati dalle autorità, i “migranti irregolari” si nascondono dove possono, nelle stive di imbarcazioni nel caso di attraversamento via mare o nelle ruote di camion e cargo nel caso di attraversamento terrestre; in entrambi i casi il rischio che possano morire soffocati o schiacciati è estremamente alto. Coloro che passano per il Mediterraneo, spesso si affidano a trafficanti specializzati che conoscono già le rotte da percorrere e forniscono le imbarcazioni per l’attraversamento. Secondo Van Liemt è difficile che il numero di persone che provano ad entrare in Europa possa diminuire drasticamente nel breve periodo; i controlli alle frontiere Europee stanno diventando sempre più sofisticati ed efficienti e il fatto che siano sempre più restrittivi è una risposta alla pressione dell’opinione pubblica che sostiene si “debba fare qualcosa” . Il rafforzamento dei controlli produce di fatto due effetti importanti: da un lato fa sì che l’immigrazione temporanea si converta in immigrazione permanente (perché i migranti irregolari considerano troppo rischioso e troppo dispendioso tornare a casa in seguito ad un respingimento), dall’altro fa si che le spese per organizzare il traffico siano più alte, cosa che a sua volta induce i gruppi criminali a coordinarsi tra loro, allargando ulteriormente la rete criminale organizzata. É importante tenere in considerazione il fatto che la maggior parte di coloro che necessitano protezione scappano dai propri paesi soprattutto causa dell’instabilità politica che regna nel proprio territorio; di conseguenza è molto difficile che essi possano procurarsi un passaporto o i documenti necessari per entrare legalmente nell’Unione Europea. Considerando che la situazione dalla quale scappano continua ad essere insostenibile, il fatto di non possedere dei documenti validi non li disincentiva dal tentare comunque di giungere in Europa e l’unica alternativa rimane farlo irregolarmente, cosa che come abbiamo visto comporta dei rischi estremamente alti. Facendo alcune riflessioni riguardo la reazione dei vertici europei circa la situazione generale e l’amministrazione delle frontiere esterne all’Unione, ci sono alcuni punti da tenere in considerazione: innanzitutto la lentezza istituzionale ha di fatto implicato che non si riuscisse a modificare nei tempi adeguati la giurisdizione sul diritto d’asilo che secondo gli accordi di Dublino III obbliga i paesi nei quali i richiedenti fanno il primo ingresso (in questo caso principalmente Grecia e Italia) a farsi carico di una situazione eccessivamente pesante e sempre più insostenibile tanto dal punto di vista economico quanto da quello sociale. In secondo luogo, il fatto che coloro che non abbiano i documenti siano costretti a percorrere vie illegali per entrare nell’Unione, di fatto li espone a dei rischi eccessivamente alti e il numero di decessi ne è la prova inaccettabile. Il fatto che si continui a definire “irregolari” delle persone che fuggono da situazioni disumane (che materialmente hanno difficoltà a procurarsi un passaporto), costringendole a mettere ulteriormente in pericolo la loro vita, fa dubitare delle reali intenzioni politiche di attuare quanto enunciato dai trattati internazionali in materia di tutela dei diritti umani. In terzo luogo, ridurre le possibilità di poter accedere in territorio europeo tramite punti di accesso regolari, come abbiamo visto potrebbe aumentare il rischio che i gruppi criminali si allarghino organizzandosi tra di loro. Benché siano stati fatti passi in avanti circa la regolamentazione sulla concessione dell’asilo all’interno dello spazio comunitario europeo, rimangono ancora molte questioni da affrontare affinché i richiedenti asilo possano vedere riconosciuto il diritto ad essere protetti.

Sarebbe necessario che gli Stati membri riuscissero a raggiungere il più rapidamente possibile un accordo comune capace di: assicurare che a coloro che necessitano di protezione venga concessa la possibilità di richiedere asilo conformemente a quanto previsto dagli accordi internazionali e comunitari circa la tutela della persona e dei diritti dell’uomo; di gestire al meglio le frontiere esterne rendendole un punto d’accesso sicuro e non un ostacolo ulteriore per coloro i quali chiedono protezione; creare una coordinazione giuridica effettiva tra gli Stati membri e che questi siano vincolati dagli appositi strumenti giuridici circa l’obbligo di concedere asilo ai richiedenti. Purtroppo sembra che ci sia poca volontà politica di affrontare la questione relativa ai flussi migratori coerentemente a quanto riportano nei trattati e nei regolamenti e poco importa se tale mancanza sia dovuta a semplice negligenza o perché continuano a prevalere interessi politici od economici. La cosa che più urge è denunciare costantemente che da simile mancanza derivano perdite umane in misura sempre maggiore, di conseguenza è fondamentale porre sotto i riflettori il fatto che le istituzioni politiche e i vertici europeo hanno il dovere di affrontare il tema dell’immigrazione innanzitutto dal punto di vista giuridico; ma aldilà del quadro legislativo che gli Stati sono tenuti a considerare, è necessario ribadire l’importanza che rivestono i valori etici cui gli Stati dovrebbero far riferimento al momento di prendere delle decisioni politiche; valori senza i quali, del resto, probabilmente non esisterebbero le norme giuridiche. Attenersi a tali valori, dunque, non è che una questione di coerenza e di onestà intellettuale. Fino ad oggi, l’Unione non ha dimostrato di possedere tale coerenza, attuando in modo difforme dai i valori racchiusi nei trattati su cui si erge; più precisamente, chiudendo le frontiere, gli Stati membri dimostrano di non essere in grado (o di non volere) tendere una mano a chi in questo momento si trova in una situazione estremamente critica.


Condividi questo articolo:



Margherita Bartolino

Margherita Bartolino,ha conseguito la laurea triennale in scienze politiche e relazioni internazionali all’Università della Calabria e la laurea specialistica in Scienze internazionali e diplomatiche presso il polo didattico di Forlì dell’università di Bologna. Principalmente si occupa della tutela internazionale dei Diritti Umani e di cooperazione internazionale. Ha svolto ricerche specifiche sul problema della pirateria in Somalia e sulle vittime del terrorismo di Stato in Argentina entrando in collaborazione con diverse ONG locali di Buenos Aires. Dopo aver collaborato con Amnesty International a Roma su tematiche inerenti al reato di tortura si è trasferita in Spagna dove attualmente sta svolgendo un Ph.D in Diritti umani, democrazia e studi sull’immigrazione, analizzando da una prospettiva di filosofia del diritto e del diritto internazionale le politiche migratorie dell’Unione Europea. Parte della ricerca di dottorato è in stretta collaborazione con Amnesty International.


'La retorica sull’immigrazione e la strumentalizzazione del linguaggio mediatico Parte II' 2 commenti

  1. 19 luglio 2016 @ 19:25 pietro

    corretto

    Rispondi

  2. 9 ottobre 2016 @ 15:41 Pablo

    Muy interesante…. normalmente vemos los telediarios y nos preguntamos por qué se maneja tan mal la situación, por qué no abrimos simplemente las puertas de Europa y realmente es un problema complejo, con muchas caras de la misma moneda.

    Rispondi


Vuoi scrivere un commento?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Scenari. Il settimanale di approfondimento culturale di Mimesis Edizioni Visita anche Mimesis-Group.com // ISSN 2385-1139