La retorica sull’immigrazione e la strumentalizzazione del linguaggio mediatico- parte 1

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La retorica sull’immigrazione e la strumentalizzazione del linguaggio mediatico

 

 Nel momento in cui l’intensificazione del flusso migratorio diretto verso l’Europa hainiziato ad essere percepita come una crisi, automaticamente le politiche di controllo per accedere all’area Schengen (inizialmente creata per facilitare il movimento delle persone, delle merci e dei capitali) sono diventate sempre più selettive, finendo con il rappresentare una vera e propria fortezza – la cosiddetta fortezza Schengen appunto – all’interno della quale i cittadini extraeuropei hanno iniziato ad avere sempre maggiore difficoltà di accesso e di movimento. La chiusura progressiva delle frontiere nazionali ha messo automaticamente in discussione la capacità degli Stati membri di coltivare il progetto di comunitarizzazione, andando a minare direttamente le fondamenta di Schengen. Benché i leader europei continuino a sbandierare i valori su cui sostengono di voler rafforzare lo spazio comunitario, in realtà non danno alcun segno di coerenza tra tali valori e le politiche adottate in materia di immigrazione ed accoglienza e le conseguenze finiscono con il ricadere ancora una volta su soggetti e gruppi vulnerabili. Quelli che continuano a consumarsi nelle acque del Mediterraneo sono una concatenazione di eventi drammatici che hanno tutti un come comune denominatore: la gestione inadeguata dei flussi migratori.

Quale è stata la reazione dell’opinione pubblica, dei media e della classe politica dirigente europea a tale situazione? Con quali toni è stato portato avanti il dibattito politico circa le possibilità di accogliere o respingere un flusso particolarmente intenso di rifugiati politici, richiedenti asilo e migranti? Il discorso sull’immigrazione, costantemente presente nell’agenda politica europea da due anni a questa parte, sembra essere stato mediato dai mezzi di comunicazione secondo una logica dettata da necessità politiche e volta a manipolare i sentimenti dell’opinione pubblica europea. Non a caso i termini utilizzati per far riferimento a coloro i quali tentano di raggiungere le coste europee, spesso cambiano di volta in volta a seconda di come si desidera che il fenomeno migratorio venga percepito dalla popolazione e di come venga di conseguenza affrontato dai vertici politici. Uno dei tanti volti della politica, forse quello meno limpido e meno leale, è caratterizzato da una particolarità, tristemente emersa all’interno del dibattito che concerne la gestione dei flussi migratori: quando una politica necessita di legittimazione popolare per essere messa in atto (senza che questa sortisca effetti indesiderati e sollevi malumori tra l’elettorato), può accadere che tramite l’utilizzo del linguaggio mediatico vengano persuasi i cittadini circa la correttezza di tale politica e del bisogno che questa venga adottata.

Tanto a livello concettuale quanto a livello pratico, i termini rifugiato e immigrato presentano grandi differenze. Mentre per quel che riguarda la figura dell’immigrato/ migrante si intende colui lascia il proprio paese d’origine per cercare un lavoro e condizioni di vita migliori, un rifugiato (così come stabilito dalla convenzione di Ginevra del 1951) è colui che lo fa per ragioni di sicurezza “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”. Dunque per quel che riguarda la condizione di migrante, quello che viene a mancare è  l’elemento della persecuzione, necessario invece per far sì che venga riconosciuto e consesso lo status di rifugiato. Ora, pur avendo i due termini un significato diverso essi vengono spesso utilizzati indistintamente dai canali mediatici e non specificando nel modo più corretto possibile la situazione di fronte a cui ci si trova, si rischia di gestirla in modo non del tutto appropriato. É difficile sostenere che ciò possa accadere per disinformazione o noncuranza, considerando che gli strumenti per condurre uno studio leggermente più approfondito al riguardo sono facilmente reperibili e che la scelta dei termini e la padronanza del linguaggio più adatto é fondamentale in campo giornalistico e mediatico. Genericamente parlando, la retorica potrebbe essere utilizzata come strumento per poter gestire al meglio una situazione particolarmente scomoda. Nello specifico, la costruzione linguistica dell’immigrazione parla un linguaggio molto sottile, capace di generare e sedimentare luoghi comuni tra l’opinione pubblica (ancor più strumentalizzati in periodi economicamente o politicamente instabili).

Facciamo un esempio: se in un momento di crisi economica i canali mediatici parlassero dei flussi migratori come se si trattasse di un’invasione di migranti in cerca di lavoro, probabilmente questi ultimi verrebbero percepiti come una minaccia alla sicurezza economica del paese e l’opinione pubblica sarebbe ben poco disposta ad accettarli sul proprio territorio. In questo caso, se l’orientamento della classe dirigente pendesse verso una chiusura delle frontiere e se necessitasse del sostegno civile per legittimare le proprie politiche, non incontrerebbe molti ostacoli tra l’opinione pubblica, il cui punto di vista potrebbe aver precedentemente subito l’influenza dei messaggi mediatici. Allo stesso modo e a seconda delle strategie politiche da perseguire, può essere utilizzata una quantità molto vasta di aggettivi con i quali denominare di volta in volta coloro che chiedono protezione, asilo o rifugio in territorio europeo. Ad esempio, uno dei canali di libera informazione più influenti al mondo, la BBC, utilizza costantemente la parola migrante all’interno dei suoi articoli pur riferendosi a rifugiati o richiedenti asilo. Si veda ad esempio l’articolo “Migrant crisis. Migration in Europe explained in graphics” pubblicato online il 7 ottobre 2015. Nonostante nelle note a pie’ di pagina sia puntualizzato che nell’articolo è stato volutamente utilizzato il termine immigrato anche in riferimento ai richiedenti asilo, rifugio e protezione internazionale, ciò non toglie che l’opinione pubblica possa alla lunga abituarsi a tale erronea classificazione, nonostante il termine non descriva assolutamente in modo appropriato gli orrori che continuano a verificarsi nel Mediterraneo e lungo le frontiere esterne dell’Unione Europea.

Rimanendo in ambito mediatico, è interessante notare quella che è stata la reazione mondiale dell’opinione pubblica e dei leader europei alla pubblicazione della foto di un bimbo siriano trovato esanime sulle coste di Bodrum, in Turchia. Nonostante le rive del Mediterraneo si siano convertite in una sorta di cimitero per i rifugiati e migranti irregolari da diversi anni, sembra che la coscienza popolare si sia risvegliata solo recentemente, dopo aver visto le immagini di Aylan, la cui foto ha scatenato, per dirla con le parole del sociologo e politologo Sami Naïr “un’isteria psicologica e una presa di coscienza attorno al tema”. Se é vero che il linguaggio mediatico potrebbe essere strumentalizzato per scopi politici, allo stesso modo il potenziale effetto che i media esercitano sulla popolazione potrebbe indurre i politici ad occuparsi di un tema in particolare; in questo caso, la reazione ottenuta dalla pubblicazione della fotografia di Aylan ha in un certo senso costretto i leader politici a porre il tema al centro dell’agenda politica, tuttavia, come ha sostenuto lo stesso studioso francese, quella provocata dai media non è che una sensazione passeggera e momentanea che non permette di creare piani politici di corta, media o lunga portata e che potrebbe essere dimenticata e superata nel giro di poche settimane. Inoltre la reazione dei leader europei sembra confermare l’ipotesi secondo cui i provvedimenti politici adottati in materia di immigrazione non siano una risposta concretamente utile alla risoluzione definitiva del problema, quanto piuttosto una contromisura volta ad assecondare i sentimenti mutevoli dell’elettorato e dell’opinione pubblica, oltre che di specifici interessi economici e politici.

Di fronte allo sdegno popolare provocato appunto dalla fotografia in questione, i leader europei non avrebbero potuto che reagire dichiarandosi preoccupati e choccati, avallando i sentimenti popolari secondo cui sarebbe stato opportuno intervenire sulla “questione profughi” il prima possibile. Ma era davvero necessaria una foto del genere per comprendere la gravità della situazione? Mentre la popolazione ha iniziato a richiedere maggiore attenzione da parte della classe dirigente, la stampa britannica di qualsiasi orientamento si dichiarava anch’essa favorevole a una maggiore presenza umanitaria da parte di Londra e in poche ore si è passati dal parlare di “aggressivi immigrati che assaltano gli Eurostar a Calais e premono alle porte dell’Inghilterra” agli appelli per aiutare i bambini e le famiglie dei rifugiati. Nonostante Cameron avesse da poco ribadito che la Gran Bretagna aveva già fatto abbastanza per accogliere i rifugiati (e il ministro degli interni Theresa May si fosse dichiarata più volte favorevole a una chiusura delle frontiere per limitare l’accesso degli extra-comunitari) i dirigenti politici britannici si sono visti costretti a cambiare atteggiamento sulle politiche in questione. Anche la cancelliera tedesca ha ammorbidito la sua posizione immediatamente dopo la divulgazione della foto, tuttavia nelle settimane appena successive alla pubblicazione dell’immagine (benché questa sembrava aver finalmente scosso le coscienze politiche) si é verificato quello che Sami Naïr aveva predetto sostenendo che quando i media non affrontano una specifica tematica per qualche giorno, è facile che questa passi nel dimenticatoio. Neanche un mese più tardi, infatti la cancelliera tedesca Merkel volava a Istanbul per discutere con il presidente Erdogan circa la possibilità di firmare un accordo per chiedere alla Turchia un controllo maggiore delle frontiere da parte delle autorità e suscitando le critiche da parte di diverse ONG che operano per la tutela dei diritti umani, prima tra tutte Amnesty International, la quale ha espresso il suo disappunto affermando che “l’accordo è pensato per proteggere le frontiere esterne dell’UE, non i diritti dei rifugiati”. Tristemente, la volontà dimostrata dalla Merkel di voler sfruttare gli interessi della Turchia per utilizzare quest’ultima come un “guardiano” ci dice molto circa l’apprensione che i leader europei hanno dimostrato di avere nei confronti dei rifugiati e dei migranti in seguito alla pubblicazione della foto di Aylan.

In merito a questa specifica questione l’Unione sembra aver assunto un atteggiamento contraddittorio: nonostante continui ad essere scettica nell’accettare la Turchia come paese membro, ha comunque deciso di affidarle un compito difficilissimo e delicato: quello di gestire e di accogliere sul proprio territorio i migranti irregolari intenzionati a raggiungere l’Europa, facendo sì che il controllo del flusso migratorio diventasse oggetto di contrattazione tra l’Ue e la Turchia. Un altro aspetto da non sottovalutare è la valenza giuridica dei termini in questione. Parlare di immigrati piuttosto che di rifugiati o richiedenti asilo ha delle implicazioni legali molto diverse per quel che riguarda gli oneri che gli Stati hanno nei confronti delle persone. Come spiega il direttore del centro di studi per i rifugiati dell’università di Oxford, Alexander Betts, il termine rifugiato implica che gli stati abbiano precise obbligazioni nei confronti di alcune persone, incluso il dovere di lasciarle entrare sul territorio assicurandogli la possibilità di richiedere protezione. Gli obblighi di cui gli Stati si presero carico firmando la convenzione di Ginevra nel 1951 non esistono nei confronti degli immigrati che lasciano il proprio paese per ragioni ad esempio economiche. Le differenze di trattamento nei confronti degli uni o degli altri, sono dettate prevalentemente da ragioni di natura umanitaria: definendo una persona con i termini “rifugiato” o “richiedente asilo” gli Stati riconoscono automaticamente la sua posizione di svantaggio e agiscono di conseguenza, nel primo caso in conformità con i principi enunciati nella convenzione di Ginevra, e nel secondo caso tramite l’adozione di soluzioni ad hoc. Al contrario, il termine immigrato é molto più generico; non esistendo una regolamentazione comune tra gli stati membri europei (a tal proposito, ricordiamo che la convenzione ONU firmata a New York nel dicembre del 1990 sui diritti dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie non é stata ancora ratificata né dagli Stati Uniti, né da qualunque paese europeo) questi hanno la possibilità di scegliere autonomamente e in base alle proprie disposizioni interne se accettare o respingere i migranti economici, le modalità con cui regolare la loro permanenza e il numero di stranieri a cui concedere l’entrata.

É necessario dunque fare la massima chiarezza possibile su alcuni concetti, esprimendo brevemente le differenze tra i termini utilizzati più comunemente quando si parla di fenomeni migratori:

Migrante/Immigrato: colui che lascia il proprio paese d’origine per cercare un lavoro e/o condizioni di vita migliori. Il fatto che colui che emigra non sia costretto a farlo nel senso stretto della parola, ovvero che non sia fisicamente perseguitato, tuttavia non significa che la sua sia una scelta completamente volontaria; potrebbe darsi infatti che a causa delle condizioni economiche del proprio paese veda nell’emigrazione l’unica possibilità per riuscire a condurre una vita degna.

Immigrato regolare/irregolare: l’immigrato regolare risiede in uno stato con un permesso di soggiorno rilasciato dall’autorità competente. Il migrante irregolare è una persona che: è entrato all’interno del paese evitando i controlli di frontiera; è entrato regolarmente all’interno di un paese ma ci è rimasto anche dopo la scadenza del visto; non ha lasciato il paese di arrivo anche dopo che questo ha ordinato il suo allontanamento dal territorio nazionale.

Richiedente asilo: un richiedente asilo è una persona che, avendo lasciato il proprio paese per motivi di sicurezza personale, chiede ad uno stato terzo che le venga concessa protezione sussidiaria. Fino al momento in cui le autorità competenti del paese in questione non adottano una decisione definitiva circa la sua situazione, la persona é un richiedente asilo e ha diritto di soggiornare regolarmente nel paese, anche se é arrivato senza documenti d’identità o in maniera irregolare. Il riconoscimento dell’asilo si differenzia da quello del rifugiato ed é corretto affermare che a livello internazionale non esiste un vero e proprio regime sul diritto d’asilo.

Rifugiato: Il termine rifugiato non é un sinonimo di immigrato, né di richiedente asilo in quanto ha un significato giuridico specifico. La sua condizione giuridica é definita dall’art.1 della convenzione di Ginevra del 1951 la quale definisce rifugiato colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”.

 

Il concetto di protezione internazionale comprende al suo interno due distinti status: quello di rifugiato e quello di beneficiario della protezione sussidiaria.  L’atto di riconoscimento della protezione internazionale ha natura declaratoria, e non costitutiva dello status riconosciuto al richiedente. Il contenuto della protezione internazionale (e dunque l’insieme dei diritti e degli obblighi conseguenti all’accertamento compiuto) differisce a seconda dello status riconosciuto: più ampio nel caso dello status di rifugiato, e limitato nel caso di beneficiario della protezione sussidiaria. Come spiegano Moratti e Bonetti, “il concetto di protezione sussidiaria si rese necessario per l’esigenza di soddisfare i bisogni di protezione diversi dalle ipotesi di timore di persecuzioni individuali che danno luogo allo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, con la previsione di una nuova forma di protezione internazionale complementare e supplementare rispetto alla protezione dei rifugiati. La protezione sussidiaria non é dunque una protezione di seconda categoria o di carattere inferiore rispetto a quella garantita dalla Convenzione sullo status di rifugiato firmata a Ginevra nel 1951, ma riguarda semplicemente situazioni diverse dalla persecuzione individuale”. É necessario porre in risalto la distinzione che separa le nozioni di asilo da quella di rifugio perché vengono spesso trattate come se definissero la stessa situazione creando inevitabilmente confusione a riguardo; ciò innanzitutto per chiarezza divulgativa e in secondo luogo perché da tale distinzione derivano procedure amministrative e giuridiche differenti. Di fatto la categoria dei legittimati a richiedere asilo é molto più ampia rispetto quella a cui viene concesso lo status di rifugiato: considerando che ai fini del riconoscimento di detto status, la persona deve dimostrare di aver subito (o avere un timore fondato che ciò possa accadere) una persecuzione, tale restrizione ha necessariamente escluso molte persone in cerca di protezione al di fuori del proprio paese di origine facendo sì che la loro situazione venisse regolata di volta in volta dagli Stati tramite l’adozione di specifiche soluzioni ad hoc.

Come sostiene la politologa Rescigno, negli ultimi anni la concessione del diritto d’asilo ha incontrato sempre maggiori restrizioni a causa dell’aumento dei flussi migratori e “ciò ha condotto a ricomprendere la disciplina sui rifugiati nel più ampio quadro di trattamento dello straniero e a circoscrivere i casi di concessione dell’asilo distinguendolo nettamente dall’immigrazione legata a fattori economici”. L’iter comunitario per la regolamentazione di tale diritto continua ad evolvere, tuttavia si è ancora lontani dal poter affermare che i 28 stati membri abbiano raggiunto una conclusione adeguata che possa garantire i bisogni di coloro i quali richiedono protezione, e in parte ciò è dovuto al fatto che la giurisprudenza comunitaria continua ad avere un andamento altalenante in materia di asilo e di rifugio. A partire dagli accordi di Schengen del 1985 venne intavolata la discussione circa la necessità di creare uno spazio comune europeo con il fine di abolire le frontiere tra gli Stati contraenti. Se da una parte tale decisione ha facilitato la mobilitazione dei cittadini comunitari tra uno Stato e un altro, allo stesso tempo ha implicato restrizioni maggiori sull’ingresso dei cittadini extra-comunitari in Europa. Nei trattati e nelle convenzioni che seguirono tali accordi, venne affrontato il tema della regolamentazione europea in materia di asilo; tuttavia uno dei problemi principali rimane tutt’oggi il raggiungimento di un accordo per la comunitarizzazione della materia e il superamento dell’intergovernatività circa le decisioni da adottare oltre che il possibile contrasto tra norme comunitarie e alcune disposizioni nazionali secondo cui lo Stato ha comunque un diritto sovrano sul controllo dell’ingresso e soggiorno degli stranieri.


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Margherita Bartolino

Margherita Bartolino,ha conseguito la laurea triennale in scienze politiche e relazioni internazionali all’Università della Calabria e la laurea specialistica in Scienze internazionali e diplomatiche presso il polo didattico di Forlì dell’università di Bologna. Principalmente si occupa della tutela internazionale dei Diritti Umani e di cooperazione internazionale. Ha svolto ricerche specifiche sul problema della pirateria in Somalia e sulle vittime del terrorismo di Stato in Argentina entrando in collaborazione con diverse ONG locali di Buenos Aires. Dopo aver collaborato con Amnesty International a Roma su tematiche inerenti al reato di tortura si è trasferita in Spagna dove attualmente sta svolgendo un Ph.D in Diritti umani, democrazia e studi sull’immigrazione, analizzando da una prospettiva di filosofia del diritto e del diritto internazionale le politiche migratorie dell’Unione Europea. Parte della ricerca di dottorato è in stretta collaborazione con Amnesty International.


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