Malinconie sociologiche e mondo post-ideologico

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Solitamente, si assume che la nascita della sociologia come scienza autonoma, con un suo statuto e con sue finalità precise, possa collocarsi nella modernità più matura e specificamente nel corso dell’Ottocento, secolo del progresso e del Positivismo(su questo punto, tra le tante letture di riferimento, si suggerisce Mongardini, C., La conoscenza sociologica, 3 voll., Ecig, Genova 1983, specialmente il volume 2). A quell’epoca, nella sociologia si vedeva un campo di ricerca che avrebbe potuto migliorare le relazioni socio-politiche tra gli uomini. La riflessione sociologica successiva, ossia dal  XX secolo  ad oggi, si è tuttavia  snodata in modo complesso rispetto all’Ottocento, operando alcuni sbalzi nei confronti della tradizione precedente, che il sociologo teorico Patrick Baert, ad esempio, ha significativamente colto(si vedaBaert, P, La teoria sociale contemporanea, Il Mulino, Bologna 2002, specialmente p. 8). In primo luogo, possiamo osservare il fatto che la teoria sociologica contemporanea si sia sviluppata in un campo distinto dalla sociologia empirica, mentre, fino all’Ottocento, le due dimensioni apparivano meno fortemente demarcate. In secondo luogo, nell’Ottocento, la teoria sociologica non era professionalizzata, bensì svolta da studiosi provenienti da aree affini come la filosofia e la teoria politica. Infine, oggi, le  teorie sociali sono meno marcatamente legate all’azione politica, mentre per autori come Emile Durkheim, Alexis de Tocqueville e Karl Marx la sociologia non era fine a se stessa, ma era considerata un mezzo per affrontare i problemi politici. Nonostante questi sviluppi, nel corso del tempo, si può ritenere che, in generale, la sociologia si è allontanata dall’ambizione di risolvere in modo assoluto i problemi socio-politici e molti suoi ideali sembrano essersi ridimensionati. Le motivazioni di questa condizione si possono forse individuare, significativamente, nelle evoluzioni stesse delle società complesse da inizio Novecento ai giorni attuali, se si considera come l’epoca contemporanea sconta notevolmente le intemperie del relativismo, del radicalismo, dell’utilitarismo tecnocratico, dell’individualismo narcisista, dell’estetica senza etica, dell’antipolitica, della libertà senza autonomia. Tutti questi fenomeni, infatti, hanno conseguenze assai rilevanti. Il relativismo diventa una hybris che deborda, a volte strumentalmente e colpevolmente, dall’ambito epistemologico a quello etico; il radicalismo fissa gli uomini a se stessi, affievolendo la capacità di mediazione; l’utilitarismo tecnocratico ingabbia l’attività mentale; l’individualismo narcisista sottrae il carattere sociale alle idee e al pensiero; l’estetica senza etica deresponsabilizza ogni bellezza; l’antipolitica segna il degrado di un rapporto armonico tra individuo e istituzione; la libertà senza autonomia è una situazione pericolosamente ambigua, che confina il pensiero in una eterna adolescenza. La ragione occidentale non riesce a scongiurare il rischio della sua chiusura etnocentrica e auto apologetica e  le società complesse sembrano insidiosamente incanalate tra, da una parte, i flussi emozionali e, dall’altra, i tecnicismi dell’iper-razionalità.

Di questa condizione la sociologia critica novecentesca è stata malinconicamente consapevole, attraverso interi filoni teorici: dalla Scuola di Francoforte di Theodor Adorno, Max Horkheimer e degli altri loro collaboratori (si veda, per una prospettiva complessiva,Wiggershaus, R., La Scuola di Francoforte. Storia, sviluppo storico, significato politico, Bollati Boringhieri, Torino 1992) a Zygmunt Bauman (si veda Bauman, Z., Modus vivendi, Laterza, Roma-Bari 2009), passando per la critica sociale americana di studiosi come David  Riesman (si veda soprattuttoRiesman, D., La folla solitaria, Il Mulino, Bologna 2009), Charles Wright-Mills (si veda Wright-Mills, C., L’immaginazione sociologica, Il Saggiatore, Milano 1995)  e Christopher Lasch (si veda Lasch, C., La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 2001), le categorie interpretative e polemiche si sono spesso susseguite.

Per la sociologia contemporanea, ancor più dopo le catastrofi dei totalitarismi e delle guerre mondiali, diventa difficile guardare con fiducia alle relazioni umane e alle istituzioni che esse costituiscono. Emblematicamente, già Herbert Marcuse denunciava la “fine dell’universo del discorso”, cogliendo come il linguaggio, soprattutto quello politico, tende ad esprimere ed a promuovere l’identificazione immediata della ragione col fatto, della verità con la verità stabilita, dell’essenza con l’esistenza, della cosa con la sua funzione(si vedaMarcuse, H., L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1999, p. 97).  Theodor Adorno non riteneva prevedibile alcun recupero degli ideali politici e delle autentiche relazioni sociali, e affermava mestamente che «Per l’intellettuale, la solitudine più scrupolosa è la sola forma in cui si può conservare un’ombra di solidarietà. Ogni collaborazione, ogni umanità di rapporti e di partecipazione non è che una maschera per la tacita accettazione dell’inumano» (cfr. Adorno, T.W., Minima moralia, Einaudi, Torino 1994, p. 17). E  Zygmunt Bauman, in anni più recenti, ha appunto potuto parlare di decadenza degli intellettuali, che veicolano ormai solo una cauta strategia dell’interpretazione, che «abbandona apertamente, o tralascia come irrilevante rispetto al compito immediato, il presupposto dell’universalità di verità, giudizio o gusto»(cfr. Bauman, Z., La decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhierti, Torino 2007, p. 222). Max Horkheimer, da parte sua, riteneva che non si può abusare del pensiero servendosene per creare degli idoli e, d’altra parte, non si può svalutarlo come insieme di pure illusioni; il pensiero non può essere guida assoluta dell’agire, né può essere separato dai fini e dai compiti della pratica, con la quale sta piuttosto in rapporto di interazione. Ma questo monito contro l’“eclissi della ragione”(si veda Horkheimer, M., Eclissi della ragione, Sugar Co, Milano 1962), sviluppato nel cuore del XX secolo, pare non essere stato sufficientemente ascoltato: è stato dimenticato che esso non aveva solo una valenza epistemologica, ma anche profondamente sociologica. Dall’eclissi della ragione discende, ora, infatti, la notte del soggetto contemporaneo, schiacciato, come già rilevava Michel Foucault, dall’incapacità di aver autentica cura di sé, nel contesto delle pratiche disciplinari imposte dai moderni saperi tecno-scientifici (si considerino Foucault, M., Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano 2006; Id., Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1993; Id., Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-79), Feltrinelli, Milano 2005).

Il mondo contemporaneo, in definitiva, è sempre più disincantato e post-ideologico ed è questo il mondo che la sociologia può osservare. Gli ultimi decenni sembrano caratterizzati, come ha rilevato Wendy Griswold, da un ininterrotto gioco di immagini che rinnega la profondità, la storia, o il significato: la profondità è stata sostituita da superfici multiple; non ci sono significati nascosti, perché, comunque, non c’è nulla sotto le superfici levigate che l’epoca attuale esibisce(si veda Griswold, W., Sociologia della cultura, Il Mulino, Bologna 1997, specialmente p. 202). La modernità aveva aperto le menti allo scetticismo, ma il suo estremizzarsi ha progressivamente condotto spesso a una tranquilla assenza di illusioni. Peraltro, Max Weber aveva colto con anticipo questa drammatica condizione, notando che la crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa tanto una crescente conoscenza delle condizioni di vita alle quali si sottostà, quanto piuttosto la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in  gioco forze misteriose e incomprensibili, bensì che si può- in linea di principio- dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale: ma ciò significa “il disincantamento del mondo”(si veda Weber, M., La scienza come professione – La politica come professione, Mondadori, Milano 2006, pp. 20-21).

In questo contesto, la condizione sociale degli individui è il risultato della somma delle razionalità sottosistemiche, ovvero delle razionalità appartenenti a diversi sottosistemi sociali (famiglia, lavoro, istruzione, consumo, formazione) e si determina anche la diffusione di una dimensione di continua dipendenza e di assenza di autentica autonomia (si veda Furedi, F., Il nuovo conformismo, Feltrinelli, Milano 2005). Lo sguardo d’insieme, risultante da queste analisi, mostra relazioni sociali sostanzialmente carenti di ogni forma di possibile equilibrio; non solo non è noto il tipo di conseguenza delle azioni, ma non esiste neppure alcuna forma certa di regolazione delle interazioni: è questo il senso dell’espressione “società del rischio”, introdotta da Ulrich Beck (si veda  Beck, U., La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2000), che sintetizza l’evoluzione dei processi sociali contemporanei, le cui categorie interpretative diventano paura e crisi.

Tutte queste condizioni sociali specifiche accompagnano il più generale orizzonte del declino delle ideologie, di quelle grandi visioni del mondo che si estendevano alla collettività, dandole coesione, assumendo spesso una grande portata storica e politica e che, oggi, nel mondo in cui ogni progetto è a brevissima scadenza, sembrano un reperto di archeologia concettuale. E, dunque, viviamo in un mondo post-ideologico(di volta in volta integrato dal suo corollario post-metafisico, post-moderno, post-industriale, post-politico, post-umano, …), liberati dal peso delle grandi narrazioni e dediti alla mera soluzione pragmatica dei problemi, ma in un contesto comunque sostanzialmente caratterizzato dal cinismo, come osserva, ad esempio, Slavoj Žižek (si veda Žižek, S., In difesa delle cause perse, Ponte alle grazie, Milano 2009, pp. 368-369).

Tra disincanto, disillusioni e condizione post-ideologica, a molta sociologia spesso non restano che analisi amare e preoccupate o asettiche rilevazioni di fatti e tendenze, la fiducia nel futuro è rimasta nel mondo Ottocentesco e oggi non sembra più il tempo e il caso di credere alle favole dell’avvento di una civiltà perfetta; è vero che gli sviluppi tecnologici, informatici, comunicativi continuano ad affinarsi e quella del social network è una categoria sempre più inglobante e in molti casi attraente, ma numerose questioni socio-politiche determinano ancora ambiguità, inquietudini e ingiustizie: forse anche per questo, se non tutti, certo troppi vissero infelici e scontenti, nascosti, più o meno consapevolmente, dal velo oscuro della rimozione e del cinismo.


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Francesco Giacomantonio

Francesco Giacomantonio è dottore di ricerca in Filosofie e teorie sociali contemporanee e ha conseguito il Master di II livello in Consulenza etico-filosofica. Già docente a contratto in corsi di sociologia dell’Università di Bari, è autore dei libri: Il discorso sociologico della tarda modernità, Il melangolo, Genova, 2007, Minima cura. Lunario del filosofo sociale, Aracne, Roma 2008, Introduzione al pensiero politico di Habermas, Mimesis, Milano, 2010, Sociologia e sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste, 2012 (con D’Alessandro, R.), Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, Mimesis, Milano, 2013, Sociologia dell’agire politico. Bauman, Habermas, Žižek, Studium, Roma, 2014, e ha diretto e curato La filosofia politica nell’età globale (1970-2010), Mimesis, Milano 2013. Ha pubblicato, inoltre, saggi e contributi su volumi collettanei e su varie riviste accademiche, cartacee e online.


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