Frank Zappa: l’estetica eccentrica di un musicista “absolutely free”. Parte II

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Parte II: Resoconto di un concerto e intervista al pianista Marco Dalpane.

 

Come dicevo in conclusione della prima parte di questo lavoro (disponibile sempre su “Scenari” nella medesima rubrica musicale della rivista), essendo rimasto favorevolmente impressionato dalla meticolosità e, al contempo, originalità dell’operazione condotta sulle partiture zappiane da Marco Dalpane e Vincenzo Vasi in occasione del loro concerto del 2 febbraio 2016 presso il Centro di Ricerca Musicale / Teatro San Leonardo di Bologna, ho contattato il pianista Dalpane per rivolgergli alcune domande a proposito del suo rapporto, come esecutore, con l’estetica eccentrica di musicista “absolutely free”, per così dire, che è sempre stata un po’ la cifra caratteristica di Zappa.

D: Per prima cosa, Marco Dalpane, vorrei chiederle – in via preliminare e in maniera introduttiva, per così dire – come è nato e come si è sviluppato, nel corso degli anni, il suo rapporto con il pensiero e l’opera di Zappa. Che cosa l’ha interessata al principio, che cosa l’ha stimolata a intraprendere un vero e proprio studio della sua musica e ad avventurarsi (con successo, a giudicare dai risultati) nella trascrizione e reinterpretazione dei suoi brani?

R:Sarebbe inutile cercare di ritrarmi dalle mie responsabilità confinando quel che ho fatto nell’ambito del divertissement, del gioco, della trasposizione. La musica va ricreata, ma si può dire anche “creata”, ogni giorno, altrimenti si distrugge. E questo accade a molti livelli, per l’autore, per l’interprete, per l’ascoltatore. E io in questo progetto sono tutte e tre queste figure. Lo stesso Zappa per tutta la vita è ritornato continuamente sulle sue composizioni, in un processo di continua riscrittura. Ogni musicista che le ha suonate le ha arricchite. Io mi espongo al rischio di rileggerle su uno strumento, il pianoforte, non previsto. Lo faccio non solo perché è il mio strumento: se fossi chitarrista non penso che lo avrei fatto. Lo faccio perché porto queste musiche da un’altra parte e dove pure mi sembra possano stare. E dove non erano mai state. Zappa parlava della sua musica come oeuvre, confondendo quindi la sua opera, sulla quale è ritornato continuamente, con la vita. Non c’è versione definitiva, c’è la vita che si fa. L’opera è in corso, come la vita. Non so se ho risposta alla sua domanda, forse ho solo detto perché mi è sembrato legittimo fare queste trascrizioni. Tornando alla sua domanda, devo riconoscere che ho cominciato ad apprezzare davvero la musica di Zappa molto tardi. Quando ero adolescente ascoltavo e suonavo i Beatles e Beethoven, poi il prog, dai King Crimson ai Van der Graaf Generator, e Debussy. I primi dischi di Zappa mi sembravano illeggibili, caotici e in qualche modo “secolarizzati”, senza alcun rimando a quel metafisico ultramondano che a quell’età mi sembrava una categoria imprescindibile. Poi la mia scarsa conoscenza dell’inglese mi impediva di accedere a quel teatro musicale pieno di bizzarrie e provocazioni su cui il repertorio di Zappa è fondato. Ci sono voluti un paio di decenni perché mi capitasse tra le mani Broadway the Hard Way, che adesso riconosco come un pezzo non indispensabile della sua discografia ma al quale resto molto legato. Di quel disco ho apprezzato fin da subito la solarità, la ricchezza, la critica sprezzante dei vizi della società americana condotta per mezzo di una lingua musicale capace di confrontarsi con le tecniche e gli stili tipici di quel momento. E di farlo con la libertà, la capacità di invenzione e la spregiudicatezza che sempre hanno caratterizzato la sua musica.

D: Com’è noto, il corpus delle opere di Zappa è non soltanto amplissimo ma anche notevolmente variegato, come forse pochi altri nel Novecento, spaziando di fatto da canzoni (apparentemente) banali con testi piuttosto rozzi e volgari, se non proprio «di livello submongoloide» (come ebbe a dire una volta lo stesso Zappa…), a partiture sinfoniche di estrema complessità che hanno impegnato celebri direttori d’orchestra come Boulez o Nagano, passando anche per il jazz e più o meno per qualsiasi altro genere musicale. Alla luce di ciò, quali criteri ha seguito nella selezione del repertorio da proporre in occasione del concerto del 2 febbraio?

R:Ho scelto i brani per il programma del concerto The Big Note sulla base di due criteri. Il primo è centrato sull’effettiva possibilità di fare un buon servizio a quelle musiche utilizzando solo il pianoforte. Ho tentato di far suonare il pianoforte al meglio delle mie possibilità, cercando una scrittura ricca e articolata. Sono rimasto molto fedele agli originali, ma il fatto stesso di suonare queste musiche al pianoforte comporta una rilettura che ha bisogno di una riscrittura. La mia mano sinistra non si muove seguendo l’originale linea del basso. Il tentativo di restituire la vitalità ritmica della sua musica pone di fronte alla necessità di reinventare continuamente l’approccio allo strumento. Con l’apporto di Vincenzo Vasi, straordinario cantante e polistrumentista, conoscitore profondo della musica di Zappa – a lui devo molti importanti suggerimenti – i confini si sono notevolmente allargati, includendo anche stupids songs e freakerie che non sarei riuscito a rendere col solo pianoforte. Un altro criterio è quello della mia personale affezione a certi brani. Penso alla suite inclusa nel secondo blocco di pezzi che abbiamo eseguito e che ho tanto amato nella versione fissata da Zappa in Make a Jazz Noise Here. Questo non toglie che il nostro programma rimane aperto verso un repertorio sterminato e sempre ricco di stimoli.

D: Qualche anno fa, in un’intervista, il direttore d’orchestra Riccardo Chailly affermò: «Frank Zappa potrebbe e dovrebbe essere frequentato di più», ma «la questione è che Zappa […] è un autore difficilissimo», caratterizzato da un vero e proprio «linguaggio di frontiera», il che implica, fra le altre cose, «un’esigenza di prove maggiore del normale». Condivide un punto di vista di questo tipo? E, se sì, che cosa può dirci a proposito della leggendaria difficoltà delle composizioni di Zappa (testimoniata anche da diversi musicisti della sua band, da George Duke a Ruth Underwood a Terry Bozzio)? Sono realmente così difficili per l’esecutore? E in cosa consiste, in particolare, la loro difficoltà?

R:Tutta la musica è “difficile” da eseguire. Oppure è “facile” quando hai trovato il tuo suono. La musica di repertorio è facile solo nel senso che spesso viene eseguita come prevede la routine. Appartenendo al repertorio, appartiene anche al bagaglio tecnico del musicista, ma per diventare musiche di “repertorio” hanno dovuto superare molte prove. Molte musiche del Novecento sono giudicate di difficile esecuzione e spesso sono massacrate da esecuzioni non preparate adeguatamente. Certamente il livello di difficoltà esecutiva spesso riscontrabile in molte musiche di oggi deriva anche dal fatto che i compositori non conoscono abbastanza le tecniche strumentali. E scrivono senza sapere come i segni che hanno riportato sulla partitura debbano poi suonare (e debbano essere realizzati dall’esecutore), spesso spinti più da calcoli astratti che dall’immaginazione di un mondo sonoro concreto. Con Zappa questo non accade. Anche le cose più complesse che ha scritto “suonano”. Zappa ha poi saputo circondarsi di grandi musicisti che credo abbiano stimolato con successo la sua immaginazione. E ha saputo integrare nelle sue composizioni la pratica dell’improvvisazione, con un atteggiamento antitetico ai compositori che considerano la pagina scritta come il luogo privilegiato del pensiero musicale.

D: Un aspetto che viene solitamente menzionato a proposito di Zappa è quello del ritmo, della sua spiccata attenzione per questo parametro musicale. Lei ritiene che il ritmo sia effettivamente la dimensione centrale della musica di Zappa considerata nel suo insieme, il suo marchio distintivo, per così dire? Personalmente, ad esempio, sono sempre rimasto colpito (oltre che dal fattore ritmico, com’è ovvio) anche da quella che definirei la specifica qualità melodica di molte composizioni di Zappa. Se penso a, non so, brani come Peaches en Regalia o Uncle Meat o Duke of Prunes (giusto per citarne solo qualcuno fra quelli eseguiti nel concerto del 2 febbraio), la definizione più immediata che mi viene in mente è che si tratta di brani caratterizzati, fra le altre cose, da melodie davvero “belle”, molto semplicemente “belle”. Da profondo conoscitore della musica di Zappa, qual è il suo giudizio al riguardo?

R:Ritmo, melodia, armonia, timbro, concezione della forma. Tutto in Zappa concorre a pieno titolo alla definizione dell’oggetto musicale. Difficile separare questi elementi. Anch’io adoro la freschezza melodica di Peaches en Regalia, la nobiltà di Regyptian Strut, la frenetica mobilità di Black Page. E queste melodie sono rette da una concezione armonico-modale che le plasma e le struttura in modo peculiare. Quello che ha scritto Montecchi al riguardo, nei suoi fondamentali scritti su Zappa, basta ad aprire le porte su un universo di considerazioni che costringono a una rilettura della storia della musica del secondo Novecento.

D: Da ultimo, facendo nuovamente riferimento allo sterminato e composito repertorio di Zappa, le chiediamo semplicemente quali sono i suoi brani e i suoi album preferiti (quelli, per intenderci, che porterebbe con sé nell’ipotetica “isola deserta” che viene sempre evocata in questi contesti), e anche qual è la formazione dei Mothers of Invention – la storica band di Zappa che, in realtà, negli anni ’60 e ’70 conobbe molte incarnazioni diverse fra loro – a cui è più legato.

R:A questa domanda ho già in parte risposto. Davvero non è facile distinguere tra ciò che lo stesso Zappa concepiva come oeuvre, come unico gesto creativo determinato da quell’idea di “continuità concettuale” a lui tanto cara. Forse allora sceglierei un disco antologico come Make a Jazz Noise Here o The Best Band You Never Heard in Your Life. Ma sarebbe davvero una scelta dolorosa per le esclusioni che comporta. Come vede, ho scelto due dischi particolarmente giocosi e divertenti. In questa epoca dominata dalle passioni tristi, dalla depressione e dalla stupidità, mi sembra che la luminosità, l’ingegno e l’intelligenza della sua musica rappresentino uno straordinario antidoto ai nostri mali.

 

 

 

 

 


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Stefano Marino

Stefano Marino, dottore di ricerca in Filosofia (2008) presso l’Università di Bologna, borsista del DAAD e della Fritz Thyssen Stiftung (2009; 2011) presso la Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo, è attualmente ricercatore di Estetica presso l’Università di Bologna. Le sue ricerche vertono principalmente sull’ermeneutica, la teoria critica, la filosofia della musica e l’estetica della moda. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: le monografie Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer (2015), Aufklärung in einer Krisenzeit: Ästhetik, Ethik und Metaphysik bei Theodor W. Adorno (2015), La filosofia di Frank Zappa (2014), Gadamer and the Limits of the Modern Techno-scientific Civilization (2011); le traduzioni dei libri di C. Korsmeyer, Il senso del gusto (2015) e di H.-G. Gadamer, Ermeneutica, etica, filosofia della storia (2014) e Che cos’è la verità (2012); e infine i volumi come co-curatore: Philosophical Perspectives on Fashion (2016), Theodor W. Adorno: pensiero dialettico ed enigma della verità (2016), Nietzsche nella Rivoluzione Conservatrice (2015), Filosofia e Popular Music (2013). È inoltre batterista e suona nella band di post-rock strumentale Comandante Brioche


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