Frank Zappa: l’estetica eccentrica di un musicista “absolutely free”. Parte I

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Parte I: Libri, dischi, concerti.

 

Frank Zappa, com’è noto, è stato senz’altro uno dei protagonisti del Novecento musicale e, soprattutto, una delle figure meno inquadrabili, più difficilmente classificabili nel panorama contemporaneo. Nel caso di Zappa, infatti, pressoché tutte le griglie concettuali e gli schemi categoriali con i quali siamo soliti comprendere – o, quanto meno, tentare di comprendere – i fenomeni artistici della nostra epoca vengono irrimediabilmente a perdere il loro senso e la loro funzione. Tali schemi e griglie finiscono semplicemente ma fatalmente per saltare per aria, per così dire, a contatto con forme e materiali musicali così “esplosivi” e, soprattutto, “non incasellabili”, come quelli prodotti da Zappa in quantità debordante, a dir poco incontenibile, in poco più di un venticinquennio di attività ufficiale – dall’esordio fulminante con Freak Out! del 1966 all’ultimo disco da lui realizzato ancora in vita, The Yellow Shark del 1993. Cantante e chitarrista (anzi, vero e proprio guitar hero per svariate generazioni di chitarristi rock) ma anche direttore d’orchestra; autore di canzoncine pop demenziali, con testi di una volgarità e stupidità davvero senza precedenti, ma al contempo compositore estremamente sofisticato, autore di alcune fra le partiture più complesse del tardo Novecento: Frank Zappa è stato questo e ancora molto, molto altro. Non a caso, a proposito delle registrazioni su disco e, forse ancor di più, delle entusiasmanti, imprevedibili e sempre spiazzanti performance live di Zappa con la sua band storica, i Mothers of Invention, il musicologo Richard Middleton, studioso estremamente serio e impegnato della popular music in tutte le sue sfaccettature, ha parlato esplicitamente – coniando una sorta di espressione ossimorica a mio giudizio molto felice e azzeccata – di «esempi di oggetti di consumo d’avanguardia».

Ora, Zappa si è spento prematuramente nel dicembre 1993, stroncato a soli 52 anni da un cancro alla prostata. Nel 2013, dunque, si è celebrato il ventennale dalla sua scomparsa e, com’era prevedibile, in quell’anno e anche in quelli immediatamente successivi si è assistito a un discreto proliferare di iniziative di vario tipo volte a ricordare la sua figura e ad esaltare il suo estro e la sua estetica particolarissima, assolutamente imprevedibile, insomma “absolutely free” per dirla col titolo di uno dei suoi dischi più belli e famosi. Tra queste iniziative è possibile citare sia la pubblicazione di libri su Zappa, sia la realizzazione di dischi con nuove interpretazioni delle sue composizioni, sia infine omaggi sotto forma di concerti e manifestazioni musicali dal vivo.

Per quanto riguarda la parte scritta di tali omaggi, ovvero per l’appunto i libri su Zappa pubblicati negli ultimi anni, è il caso di ricordare, in primo luogo, la pubblicazione in traduzione italiana nel 2007 (con varie ristampe successive) della fondamentale biografia di Zappa scritta da B. Miles, Frank Zappa. La vita e la musica di un uomo “Absolutely Free”, nonché la meritevole ripubblicazione nel 2010, da parte della casa editrice bolognese Odoya, di un’altra biografia zappiana di notevole valore, cioè Frank Zappa. Il Don Chisciotte elettrico di N. Slaven, indisponibile da anni e in questo modo resa finalmente disponibile per il lettore italiano. Com’è ovvio, le due biografie si somigliano molto, con ampi margini di sovrapposizione reciproca per quanto riguarda gli eventi narrati che, per forza di cosa, in buona parte coincidono, trattandosi fondamentalmente degli eventi che hanno scandito la vita di Zappa. Ciononostante, a una “lettura comparata” attenta e scrupolosa è anche possibile individuare qualche margine di differenza fra i due lavori, consistenti ad esempio nell’attenzione leggermente maggiore o minore riservata a certi dettagli degli anni dell’infanzia e della giovinezza di Zappa, oppure nel diverso peso attribuito a singoli episodi avvenuti nel corso dei suoi numerosi tour degli anni ’60, ’70 e ’80 nell’una o nell’altra biografia. Su un altro versante tematico, maggiormente spostato su quello che potremmo definire un mix fra interviste ad amici e musicisti che hanno collaborato con Zappa, accenni (ma non più di questo, di solito…) alla sua produzione musicale da un punto di vista estetico e stilistico, e frammenti biografici ed autobiografici, è possibile ricordare poi lavori come quelli di E. Porzioni, Delizie freak. Le canzoni che hanno fatto la storia di Frank Zappa (Arcana, 2013) e di A. Izzo, Frank e il resto del mondo (Curcio, 2013). Il rischio spesso presente in operazioni del genere, però, è quello di non oltrepassare il livello della mera aneddotica e, dunque, di non fornire un contributo realmente utile alla comprensione della poliedrica personalità musicale di Zappa, ovvero alla discussione intorno alla sua musica… Di ben altro spessore, allora, sono invece i lavori pubblicati da M. Pizzi, Frank Zappa for President! Testi commentati (Arcana, 2011) e da G. Montecchi, Frank Zappa. Rock come prassi compositiva (Arcana, 2014). Due operazioni, queste ultime, diversissime fra loro – essendo l’una esclusivamente incentrata sull’analisi dei testi delle canzoni di Zappa e l’altra, invece, principalmente orientata a un’analisi della dimensione strumentale della sua musica condotta con sottili strumenti musicologici – ma entrambe molto interessanti, condotte con sapienza e sicura padronanza della materia e dunque, almeno sotto questo punto di vista, accostabili l’una all’altra.

In particolare, del libro di Pizzi si lascia apprezzare non soltanto lo sguardo ampio, se non proprio panoramico, su una grande quantità di testi di canzoni di Zappa tratte dal suo intero repertorio, ma anche la capacità di leggere tali testi attingendo a un vasto strumentario d’analisi che comprende, ad esempio, la riconduzione di singoli versi a specifici personaggi o eventi storici, oppure ancora l’interpretazione di singoli passaggi in chiave sociologica o psicoanalitica. Come scrive l’autore, «la sfida raccolta [scil. nel libro] è stata quella di allontanarsi da una storia personale e musicale ormai rivoltata come un calzino (sporco), per cercare di allargare il campo e aprire delle “finestre” che consentissero di collegare il Suo discorso, il Suo percorso, musicale e autoriale, al più ampio contesto della storia e delle culture attraversate, indagate e – perché no? – contaminate dalla Sua opera. […] Zappa compie una parabola artistica e umana che lo porta a confrontarsi continuamente con i grandi temi della modernità […]. La sua utopia libertaria [era] destinata in partenza al fallimento. La farsa che inscena è una tragedia sotto mentite spoglie. […] Zappa nella sua parabola è stato comunque spesso un passo più avanti degli altri, utilizzando il passato come chiave per interpretare il presente e gettare un occhio su cosa il futuro avrebbe potuto portare» (pp. 15-17).

Del libro di Montecchi, per parte sua, colpiscono soprattutto: l’impianto e l’approccio musicologico estremamente serio e rigoroso; l’attenzione focalizzata sul linguaggio musicale zappiano esaminato nei suoi tratti stilistici più caratteristici attraverso un’autentica analisi tecnica, con tanto di elenchi relativi alla presenza dei diversi gradi accordali nelle composizioni di Zappa ed estratti dalle sue partiture; la capacità di cogliere i tratti ricorrenti nella sintassi musicale del compositore americano lungo tutto l’arco della sua carriera e in riferimento a composizioni di natura diversissima, mettendo così in luce la sua ineguagliata abilità nel cimentarsi col rock, il jazz, la musica orchestrale e ancora altri generi. D’altra parte, l’analisi incentrata sulla varietà o molteplicità degli stili di Zappa non impedisce a Montecchi di individuarne e porne in rilievo anche la cifra unitaria, colta precisamente in ciò che fin dal titolo del libro viene definito il “rock come prassi compositiva” o, volendo, nell’indubbia «originalità con la quale [Zappa] ha saputo connettere, nella sua opera, i diversi idiomi highbrow e lowbrow», nel «modo con cui egli ha fatto della sua musica uno strumento di critica e di decostruzione degli stereotipi e dei feticci delle diverse sfere linguistiche. […] Questo fa Zappa: prende gli stereotipi del rock, li mette fra virgolette e li usa per vedere cosa succede se li tratta in modo strano. Prende un’orchestra e la obbliga a recitare la caricatura di se stessa. Scrive le partiture da concerto più impegnative lasciandovi circolare liberamente i suoi gusti e i suoi gesti, le sue radici popolari e dissacranti» (pp. 10-11, 61-62).

Per quanto riguarda invece la parte più squisitamente musicale, in senso stretto, degli omaggi a Zappa in occasione del ventennale dalla sua morte, ovvero la parte relativa alle esecuzioni e reinterpretazioni di composizioni zappiane, mi limiterò a citare due esempi, entrambi desunti dal panorama italiano ma, per la loro elevata qualità intrinseca, decisamente da considerare di livello internazionale o, per così dire, come validi al di là di qualunque confine. Le produzioni musicali a cui voglio far riferimento e che intendo segnalare qui sono quelle di Stefano Bollani, Sheik Yer Zappa (Decca: 2014), e dei Quintorigo con Roberto Gatto, Around Zappa (Incipit Records, distribuzione Egea: 2015).

Nel primo caso, abbiamo a che fare con un disco ricavato dalle registrazioni di una serie di concerti tenuti da Bollani nel 2011 durante il suo “Sheik Yer Zappa Tour”, con una formazione stellare che comprendeva, accanto al leader al piano, Fender Rhodes e voce, i seguenti musicisti: Jason Adasiewicz al vibrafono, Josh Roserman al trombone, Larry Granadier al contrabbasso e Jim Black alla batteria. Il repertorio di Sheik Yer Zappasi compone di alcuni brani di Zappa (per la precisione: Cosmik Debris, Bobby Brown Goes Down, Blessed Relief, Eat That Question e gli immancabili Peaches En Regalia e Uncle Meat) affiancati da A Cosmik Intro e Bene Bene, scritti da Bollani, e Male Male, firmata dal pianista milanese insieme a Jason Adasiewicz. L’operazione condotta da Bollani & soci sulle partiture di Zappa si caratterizza per una certa originalità riconducibile, in primo luogo, all’approccio adottato: un approccio per nulla “filologico” o mirante, pur nella tendenza alla reinterpretazione, a restituire comunque all’ascoltatore le composizioni in una veste integrale o quantomeno riconoscibile, ma al contrario estremamente libero e improvvisativo, in più occasioni fino ai limiti dell’aperta trasgressione o “infedeltà” nei confronti del dettato zappiano. Ora, è evidente come l’adozione di un atteggiamento del genere comporti sempre un certo margine di rischio, tanto più nel caso delle composizioni di un autore come Zappa, sempre estremamente attento (talvolta fino ai limiti dell’ossessione maniacale…) alla precisione nella resa esecutiva dei propri brani. Di ciò, tuttavia, la formazione capitanata da Bollani sembra essere ben consapevole e, dunque, ben disposta ad assumersi i rischi (si vedano anche, a tal proposito, alcune considerazioni contenute nelle liner notes nel booklet del cd). Il che, sul piano dell’effettiva riuscita dell’operazione, si traduce in un senso di giocoso ma, per così dire, per nulla irresponsabile “uso” delle invenzioni melodiche e ritmiche di Zappa per dar vita a combinazioni e strategie musicali nuove, capaci di sorprendere a più riprese anche l’ascoltatore attento e avvezzo al vocabolario musicale dell’autore in questione. A mio avviso, pertanto, l’operazione alla fine si può considerare pienamente riuscita, anche (se non soprattutto) grazie al decisivo apporto dei musicisti sapientemente selezionati da Bollani per quest’avventura, fra cui in particolare un solido ed essenziale Larry Granadier (membro stabile del Brad Mehldau Trio, com’è noto) e un quanto mai dinamico, pulsante e oserei dire a tratti “scoppiettante” Jim Black (collaboratore abituale di Uri Caine, Dave Douglas e Tim Berne), davvero irresistibile ad esempio in brani come Cosmik Debris o Eat That Question.

Nel secondo caso, invece, abbiamo a che fare con un’operazione di tipo diverso, più attenta a una resa fedele delle composizioni zappiane nella loro struttura integrale, per così dire, ma non per questo priva di spunti originali e ampi margini improvvisativi. Nel loro cd Around Zappa i Quintorigo (Valentino Bianchi al sax, Andrea Costa al violino, Stefano Ricci al contrabbasso, Gionata Costa al violoncello e Moris Pradella alla voce), coadiuvati dall’importante apporto fornito da quello che ormai da anni è forse il più noto e versatile batterista jazz italiano, ossia Roberto Gatto, si cimentano nella non facile impresa di confrontarsi con una notevole varietà di brani di Zappa, molto diversi fra loro sia per origine e periodo di composizione, sia per specifiche caratteristiche musicali. L’elenco completo dei brani soggetti a rivisitazione da parte della formazione italiana comprende infatti titoli come (nell’ordine in cui essi compaiono su cd) Uncle Meat, Peaches en Regalia, Cosmik Debris, Montana, Lucille Has Messed My Mind Up, King Kong (forse, a mio parere, la più riuscita in assoluto, grazie a un arrangiamento capace di mettere in luce la qualità melodica del celebre tema principale del brano adattandolo a un irresistibile andamento ritmico garantito dal sapiente swing di Gatto), Don’t Eat the Yellow Snow, Uncle Remus, Big Swifty, Igor’s Boogie, Black Napkins, Village of the Sun, Echidna’s Arf (Of You) e, last but not least, una sensazionale versione di Zomby Woof. Anche in questo caso, pur nella sua diversità rispetto al progetto di Bollani – o forse proprio in virtù di tale diversità, nella misura in cui l’esistenza di differenti approcci al medesimo repertorio costituisce spesso una testimonianza della significatività e anche poliedricità di quest’ultimo, della sua capacità di dar luogo a interpretazioni diverse, in cui la diversità, lungi dal fungere da parametro di esclusione reciproca si rivela essere invece un fattore di arricchimento reciproco – l’operazione mi sembra assolutamente riuscita, con un felice amalgama sonoro pressoché in tutti i brani fra gli strumenti ad arco e i fiati, sorretti dal potente ma insieme misurato, mai sopra le righe e, per così dire, sapiente drumming di Gatto, e impreziositi, nel caso di alcuni fra i suddetti brani, dall’efficace inserimento di Pradella come vocalist. Chi scrive, peraltro, l’anno scorso aveva avuto la fortuna di ascoltare anche dal vivo il progetto Around Zappa dei Quintorigo con Roberto Gatto, per la precisione il 5 febbraio 2015 presso il locale “Bravo Caffé” di Bologna, conservandone un ricordo di notevole eccitazione sonora, di grande divertimento (immancabile nel caso di qualsiasi progetto, musicale o di altro tipo, vertente sulla figura di Zappa) ma anche di ammirazione per la capacità dei musicisti di eseguire in maniera disinvolta e spontanea, ma al contempo rigorosa ed equilibrata, composizioni spesso di notevole difficoltà come quelle sopracitate.

A tal proposito, mi viene spontaneo collegare tale evento musicale live del 2015 a un altro concerto – sempre vertente su una reinterpretazione di brani di Zappa, a testimonianza dell’interesse che la sua musica continua a suscitare in questo periodo in Italia – a cui ho avuto il piacere di assistere quest’anno, in data 2 febbraio, presso il Centro di Ricerca Musicale / Teatro San Leonardo di Bologna. In questo caso, il progetto consisteva in un’originale reinterpretazione di numerose composizioni di Zappa per un organico assai particolare, ossia per un duo composto da Marco Dalpane al pianoforte e da Vincenzo Vasi ai seguenti strumenti: theremin, toys, objects, drum machine e, principalmente, voce. I due musicisti hanno realizzato un’operazione decisamente inusuale – soprattutto per l’adattamento a un siffatto organico (così ridotto ma insieme, a suo modo, piuttosto ricco) di brani originariamente composti da Zappa per ensemble ben diversi – ma altrettanto indubbiamente riuscita, perlomeno a giudizio del pubblico che ha assistito alla performance e che ha richiesto a gran voce più di un encoreal duo. Duo che, bisogna riconoscerlo, già nel programma del concerto non si era certo risparmiato, per così dire, avendo preparato un set estremamente vasto e impegnativo, articolato in quattro parti e composto dei seguenti brani, spazianti un po’ in tutta l’enorme produzione di Zappa: (1) Piano Introduction to Little House I Used To Live In / Eat That Question / Blessed Relief / Dog Breath Variations / Uncle Meat. (2) Peaches en Regalia / Let’s Make Water Turn Black / Harry, You Are a Beast / The Orange County Lumber Truck / More Trouble Every Day / Oh No / The Son of Orange County Lumber Truck (lento/veloce) /  Theme from Lumpy Gravy. (3) How Could I Be Such a Fool / Sleep Dirt / Time is Money / Duke of Prunes / Village of the Sun / Echidna’s Arf (of You). (4) The Idiot Bastard Son / Pygmy Twylyte / Stick It Out / The Black Page #2 / Cletus Awreetus Awrightus / Regyptian Strut. Essendo rimasto favorevolmente impressionato dalla meticolosità e, al contempo, originalità dell’operazione condotta sulle partiture zappiane in occasione del suddetto concerto, ho pensato di contattare il pianista Marco Dalpane per rivolgergli alcune domande a proposito del suo rapporto, come esecutore, con l’estetica eccentrica di musicista “absolutely free”, per così dire, che è sempre stata un po’ la cifra caratteristica di Zappa. L’intervista a Dalpane costituisce precisamente la seconda parte di questo lavoro, disponibile sempre su “Scenari” nella medesima rubrica musicale della rivista.


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Stefano Marino

Stefano Marino è ricercatore di Estetica presso l'Università di Bologna. Le sue ricerche vertono principalmente sull'ermeneutica filosofica, la teoria critica, la filosofia della musica e l'estetica della moda. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: le monografie "Aesthetics, Metaphysics, Language: Essays on Heidegger and Gadamer" (2015), "Aufklärung in einer Krisenzeit: Ästhetik, Ethik und Metaphysik bei Theodor W. Adorno" (2015), "La filosofia di Frank Zappa" (2014), "Gadamer and the Limits of the Modern Techno-scientific Civilization" (2011); le traduzioni dei libri di Th. W. Adorno, "Variazioni sul jazz" (2018), C. Korsmeyer, "Il senso del gusto" (2015) e H.-G. Gadamer, "Ermeneutica, etica, filosofia della storia" (2014) e "Che cos'è la verità" (2012); i volumi come co-curatore: "Kant's Critique of Aesthetic Judgment in the Twentieth Century" (in preparazione per il 2019), "Philosophical Perspectives on Fashion" (2016), "Theodor W. Adorno: Truth and dialectical experience" (2016), "Nietzsche nella Rivoluzione Conservatrice" (2015), "Filosofia e Popular Music" (2013), "Domandare con Gadamer" (2011). È inoltre batterista e ha suonato nelle band indie-rock e post-rock Mersenne e Negazione Determinata.


'Frank Zappa: l’estetica eccentrica di un musicista “absolutely free”. Parte I' 3 commenti

  1. 14 maggio 2016 @ 19:34 Scenari / Frank Zappa: l’estetica eccentrica di un musicista “absolutely free”. Parte II

    […] dicevo in conclusione della prima parte di questo lavoro (disponibile sempre su “Scenari” nella medesima rubrica musicale della rivista), essendo rimasto […]

    Rispondi

  2. 18 maggio 2019 @ 23:13 Alberto Marini

    Io lo conoscevo Frank, poco ma a sufficiente per capirne qualche aspetto di lui. Come ricercatore di neuroscienze e di personalità, si trattò di una conoscenza non piacevole sul piano della relazione.
    Per dirne una, Billy Mundi, uno dei primi componenti delle originali Mothers, compositore e arrangiatore, mi disse che non faceva mai vita comunitaria con noi (colleghi), alloggiava nei tour in un albergo differente, mentre noi, almeno io, morivamo di fame, si letteralmente di fame, facendo questa musica completamente fuori da qualsiasi schema, limiti e confini di genere.
    Me ne andai (Mundi), quando ricevetti un’offerta irrinunciabile, finendo per mangiare tutti i giorni, fare un lavoro di turnista e insegnante, nonché di session e arrangiamenti, come produttore.
    Ha sempre dato un’immagine di fricchettone (Frank), ma le originali Mothers non erano solo lui, almeno agli inizi, nel 1965, c’erano almeno tre musicisti e compositori di sicuro genio e solo con il suo arrivo, per la sua forte personalità, volta ad imporsi, lui finì con il prendersi la leadership del gruppo.
    Sempre Mundi (non è il suo vero nome), mi diceva che agli inizi, c’era anche un’altra forte personalità, che non entrò nel gruppo, quelì Capitain Beefheart, che restando fuori dall’influenza e dalla direzione di Zappa, ha realizzato una serie di lavori di livello forse superiore al nostro, almeno agli inizi,non aveva musicisti del nostro livello ma comunque quelle poche registrazioni che hanno fatto attestano la qualità delle composizioni.
    Sempre Mundi mi parlò dell’incontro con Sandy Hurvitz, girando per il Village, durante le esibizioni a New York, nel ’68 incapparono in questa ragazzetta, graziosa e molto determinata, Frank le disse di venire al Garrick a farci sentire qualcosa. La storia finì in un modo che ci aspettavamo, almeno in parte.
    Quando Sandy disse che per fare una registrazione non voleva altro che il suo piano e qualche altro strumento, solo con il suo personale arrangiamento, Frank lasciò me (Mundi) a produrre il suo disco, se ne andò e non la rivide più, lasciandomi da solo per tre giorni con Sandy, suonando tutti gli strumenti, peraltro ridotti a batteria, basso e qualche fiato, con il disco che non si potè post produrre e senza garanzia di stamparlo. Alla fine, molto dopo, il disco uscì, la critica di New York fu estasiata ma naturalmente si trattò di una perla, che splende ancora oggi, senza alcuna vendita.
    Questo per dare alcune dritte sul caratterino di Zappa e anche per dire che fuori da considerazioni molto cerebrali e tecniche, nella musica pop, cioè popolare, gli elementi pre fare un buon lavoro non si basano sulla estrema complessità delle composizioni quanto piuttosto sulla resa immediata di immagini, emozioni che arrivano direttamente alle persone.
    La musica di Frank ovviamente era in parte quella del mitico Doo Wop, unita a tutta una serie di elementi provenienti da tutte le direzioni musicali. Eppure, nell’essenza, se personalmente dovessi dire cosa salvare di Zappa, musicalmente, senza indugio mi riferisco ai pezzi in cui si sente la sua chitarra nel suo modo più tipico e classico, come in Apostrophe, Joe’s garage, insomma in quella sterminata produzione di musica tipicamente basata su ritmiche e richiami marcatamente rock e blues.
    Spogliamo Zappa da quel rivestimento di vibrafoni, tuba, violini eccetera e cosa resta al fondo?
    Un chitarrista rock e blues di enorme talento e di grande godibilità.
    Preferisco godermi altre composizioni, altri stili e forme musicali, quelle si che esulano dal contesto e dalla scena pop, come nel grande Terry Riley, che per far uscire i suoi primi lavori con i registratori, ha dovuto attendere quasi un lustro.
    alberto marini

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    • 17 giugno 2019 @ 15:12 Stefano

      Gentile Alberto Marini, mi accorgo solo ora del suo commento recente a quel mio articolo del 2016 e la ringrazio dunque per la lettura, in primo luogo, e per avere offerto le sue osservazioni e i suoi commenti, in secondo luogo. Detto ciò, immagino che si possa concordare “sul caratterino di Zappa”, immagino che ciò del resto possa valere a livello biografico e personale con molti “grandi” (tutti, o comunque molti, caratterizzati da un ego piuttosto forte…) in ambito musicale così come in altri ambiti, e penso che la cosa dunque non incida di per sé sulla valutazione del livello propriamente musicale. Quanto a quest’ultimo, io rispetto lo scetticismo che emerge dalle sue considerazioni finali (“Spogliamo Zappa da quel rivestimento di vibrafoni, tuba, violini eccetera e cosa resta al fondo?”), così come rispetto ovviamente i suoi gusti e le sue preferenze (“Preferisco godermi altre composizioni, altri stili e forme musicali, quelle si che esulano dal contesto e dalla scena pop”), e ammetto senza problemi di considerare l’opera di Zappa spesso altalenante, cioè oscillante fra livelli alti o altissimi e poi però “cadute” (ciò vale soprattutto per i dischi degli anni ’80, secondo me); però, detto ciò, rispondo di non essere molto d’accordo e di considerare un po’ come il tratto unico di Zappa (così come, sebbene in maniera diversa, di un personaggio come Robert Fripp) la capacità di unire insieme ciò che lei chiama “considerazioni molto cerebrali e tecniche” e ciò che chiama invece “resa immediata di immagini”, dato che anche nella “estrema complessità delle composizioni” Zappa rimane molto immediato, e questo, sì, secondo me lo rende abbastanza unico nel ’900 a vari livelli. Ma ciò non toglie che la si possa pensare diversamente, è chiaro, e che non si possa sentire e ascoltare diversamente. Saluti. SM

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