L’invasione degli Uitlanders

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E’ in uso un “distinguo” sull’emigrazione: una cosa sono i profughi di guerra e l’altra gli “emigranti economici”. Sui profughi sembriamo tutti d’accordo, vanno accolti e aiutati; e gli altri, gli “economici”? Su costoro non si va molto per il sottile, disperati e avventurieri sono messi assieme, senza differenza…. Vi è stato, però, un precedente nel quale si è scatenata una guerra orrenda per difendere i diritti di alcuni emigranti diciamo “economici” anche se, come vedremo, dietro la facciata vi era ben altro. l Boeri, presso il quali si recavano questi emigranti li chiamavano Uitlanders, stranieri.

 

Nel 1866, sulle sponde del fiume Orange in Sud Africa, mentre giocava all’aperto, un ragazzino di 15 anni, tale Erasmus Jacobs, trovò una pietra molto brillante  e se la mise in tasca; si sarebbe rivelata essere un diamante di 21,25 carati; seguirono altri ritrovamenti. La notizia si propagò in tutto il Sud Africa e oltre dando origine alla prima corsa ai diamanti della storia, con una straordinaria concentrazione di avventurieri in quell’area. L’insediamento principale fu ribattezzato “Kimberley”, in onore del Segretario di Stato per le Colonie Britanniche, il conte di Kimberley. La scoperta dei diamanti fu il primo dei fattori che contribuirono a rompere l’equilibrio, già precario, fra i britannici, che controllavano la Colonia del Capo, e i contadini di origine olandese, i Boeri degli Stati Liberi di Orange e Transvaal. Immediatamente il governo britannico sostenne che la zona della miniera non potesse che rientrare nella propria giurisdizione e così, senza nessuna trattativa, quell’area prima fu dichiarata formalmente colonia britannica e poi, tre anni dopo, annessa alla Colonia del Capo. Non venne, almeno in quella fase, neppure chiamata in causa la più tipica delle argomentazioni predatorie, ovvero l’intervento protettivo. Non vi era proprio nessuno dal quale proteggere i Boeri, questo era il problema; insomma, avvenne e basta. Si trattava dell’identico modo di operare praticato dai Boeri contro gli Zulu, la popolazione indigena, che venne messa a tacere a seguito della battaglia del 1838 poi chiamata eloquentemente “Blood River”, così come del resto gli Zulu avevano fatto all’inizio del secolo invadendo i territori di altre nazioni nere; insomma, la storia. Ma ora, nel 1877, era toccato ai Boeri e le cose sarebbero rimaste così fino al 1880. Fin lì i Boeri non erano riusciti ad organizzarsi meglio per opporsi alla potenza britannica. In quei quattro anni, del resto, nessuno sembrava essersi preoccupato di quell’annessione. Tuttavia, con il vittorioso contrattacco boero, guidato da Paul Kruger, le cose assunsero un profilo internazionale, e non tanto per la pur grande eco del successo dei Boeri sul impero britannico nella battaglia di Majuba Hill, ma perché si erano mossi, dopo quel 1877, fortissimi interessi economici. Inizialmente, la Gran Bretagna aveva pragmaticamente riconosciuto la sconfitta e sottoscritto un trattato nel quale, pur non rinunciando al principio di sovranità (sarebbe stato un gesto poco british e niente affatto imperiale) tuttavia lasciava completa autonomia politica, ma non economica, al Transvaal. La prima grande compagnia che fu costituita allo scopo di estrarre e commercializzare i diamanti del sud Africa fu inglese, non boera per quanto il nome lo lasci invece pensare. Si chiamava – e tutt’oggi si chiama “De Beers”. Essa fu fondata da Cecil Rhodes, dopo che questi aveva acquistato i terreni diamantiferi dai De Beers, coloni Boeri. Kimberley divenne la più grande città della zona: furono aperte molte miniere a forma di cratere; il più grande di questi presentava un’ampiezza totale di circa 170.000 m² e 240 metri di profondità. Solo questa miniera fruttò a Rhodes diamanti per 3 tonnellate! Inizialmente la questione estrattiva non costituì una turbativa del sistema economico internazionale: l’immissione di diamanti non ha un valore diretto sull’equilibrio del sistema finanziario internazionale per il semplice fatto che essi vengono, sì, comprati, ma con valuta pregiata. Ora, a quei tempi la valuta di riferimento, base del cosiddetto Gold Standard, era la sterlina inglese e pertanto si trattò del consueto arricchimento di alcuni gruppi finanziari e industriali associati sotto il vigile occhio del ministro britannico delle finanze. Di colpo però l’ equilibrio si ruppe, ma non dipese né dalla legislazione schiavista degli Stati boeri come Transvaal e Orange, che tanto indignava molti Europei, e neppure dall’esigenza di controllo dell’industria diamantifera. Si trattò di qualcosa di economicamente ancora più rilevante: se il valore dei diamanti si misurava con l’oro e l’oro si esprimeva nelle transazioni attraverso la sterlina inglese, che cosa sarebbe successo se qualcuno avesse controllato la quantità di oro che entrava nel sistema dei pagamenti?. Nel marzo del 1886, infatti, tale Harrison, un ex cercatore d’oro in Australia, scoprì, in una zona chiamata Witswatersrand, una piccola pepita d’oro. Non era la prima scoperta di oro in Sud Africa, lo si era già trovato in altre località; ma quello del 1886 era una un ritrovamento decisivo, anche perché la zona in questione si estendeva per ben 60 km. Lo sfruttamento andò inesorabilmente ai “Diamantaires”, che presero il controllo del giacimento attraverso le loro società.Da quel momento in poi furono individuate altre vene aurifere fino a coprire il 98% di tutto l’oro presente in Sud Africa.

La notizia arrivò a Berlino, la capitale di quella Germania imperiale che aveva, proprio nel 1883, istituito la colonia dell’Africa sud-occidentale, il cui confine orientale non distava da quello occidentale del Transvaal. Allarme rosso a Londra: se le scoperte di piccoli filoni auriferi del 1848 e del 1852, rispettivamente in California e in Australia, avevano giocato a favore del sistema britannocentrico, la cosa ora appariva diversa per via crescenti volumi di estrazione. Un’ondata incontrollata di oro avrebbe certamente messo in difficoltà il sistema, cioè quello che rendeva la Gran Bretagna la prima potenza finanziaria del mondo. Ad allertare il governo britannico non era tanto l’ingordigia ma il timore di non potere gestire la finanza mondiale. Intanto, dal sud la corsa all’oro portò nella regione moltissimi di europei, specie britannici, che i Boeri chiamavano semplicemente Uitlanders, cioè stranieri. Temendo diventare una colonia britannica de facto, dato che quegli arrivi di massa erano percepiti come invasione, il governo boero adottò provvedimenti molto restrittivi nei confronti degli immigrati, compreso il non diritto di voto. La cosa cadeva nel momento peggiore. La Gran Bretagna era, infatti, drammaticamente a corto di braccia da lavoro per le sue colonie del sud e stentava a trattenere gli immigrati inglesi dal cercare fortuna nelle zone dei Boeri. Nelle fattorie britanniche del sud , infatti, dapprima avevano lavorato i neri ma ora anche quelli volevano andare a nord, nelle miniere, dove si guadagnava di più. Nessuno, del resto, li tratteneva. E’ vero, infatti, che i neri lavoravano per una sterlina al mese, garantendo un costo bassissimo per i proprietari; tuttavia, quasi tutti quei Farmers chiedevano manodopera europea. Il fatto era che, sebbene a un europeo si dovesse riconoscere un salario più che doppio di quello che si concedeva a un nero, secondo quei proprietari alla lunga quel risparmio avrebbe comportato una perdita in termini di civilizzazione del territorio.Così, tra il 1873 e il 1883, arrivarono nel Sud Africa britannico oltre 22.000 persone, ma non tutti agricoltori; quasi la metà erano immigrati, sì, ma sotto contratto per l’ampliamento della rete ferroviaria e/o per entrare nei corpi di polizia. Si trattava dei cosiddetti Government Emigrants. Altri immigrarono per prendere possesso di lotti di terreno da coltivare che erano stati promessi, i cosiddetti Agricultural Settlers. Altri ancora arrivarono nella Colonia del Capo su chiamata diretta di una ditta e in tal caso il biglietto del viaggio in nave era pagato per metà dal governo e per metà dal datore di lavoro; erano gli Aided Emigrants.Fino a quel punto, con qualche eccezione, i coloni erano giunti esclusivamente dalla Gran Bretagna, attratti da premi promessi dal Governo, tramite un progetto di colonizzazione agricola della “Colonia del Capo”. Il progetto durò poco per via degli eccessivi costi. Per altro, molti emigranti erano stati male informati sulle condizioni sia di lavoro e di salario, tanto che si ritrovarono a percepire paghe persino inferiori a quelle di origine e cercarono altra sistemazione. Erano maschi, adulti e giovani e non ci stavano a fare i contadini per pochi soldi; piuttosto guardavano al nord e sognavano di diventare ricchi con oro e diamanti.

In seguito a questa emorragia, che per i Boeri del nord era un’ invasione di Uitlanders, i farmers  inglesi del sud fecero arrivare manodopera dall’India o da altre parti dell’Africa ma i risultati furono pessimi; bisognava avere la mentalità dell’agricoltore occidentale. La soluzione di importare manodopera indiana a bassissimo costo (simile al costo della manodopera nera) non funzionava perché determinate attività agricole richiedevano mani esperte, cosa che non era per quei lavoratori.La difficoltà continuò fin quando Londra si sarebbe rassegnata ad accettare immigrati non anglosassoni. Ci voleva un’immigrazione di contadini provenienti da un popolo magari non paragonabile a quello inglese (cosa impossibile per le convinzioni britanniche di allora) ma comunque superiore a Neri e Indiani. Si pensò, come ripiego, agli italiani purché, s’intende, dell’Italia settentrionale. Del resto gli italiani erano cristiani, tranquilli e industriosi e, sebbene lontani dai popoli del nord Europa, comunque rientravano “…Nella grande e vittoriosa corrente della civiltà bianca…”. Fu una tesi sostenuta in parlamento dall’ex ministro dei lavori pubblici, J. X. Merriman, che argomentò così “Ho pensato molto agli italiani. Sono penosamente poveri, operosi ed esperti in particolare di frutteti e vigneti” non sbagliava, perché in effetti a fine secolo XIX quegli italiani erano sicuramente operosi, esperti e sufficientemente disperati. Poi non se ne fece niente perché, persino per quei poveri contadini la paga era veramente troppo bassa e il Governo italiano si oppose. Ma torniamo ai fatti. La fuga di maschi adulti verso il Transvaal non era l’unico problema per l’amministrazione britannica. Infatti, rendere ancora più pericolosa la situazione, già di per sé incandescente vista un pesante pressing tedesco sul Transvaal, intervenne il progetto boero di costruire una ferrovia che raggiungesse Delagoa (oggi Maputo), città portoghese sull’Oceano Indiano. La cosa avrebbe messo la parola fine al gigantesco progetto ferroviario “Dal Cairo al Capo”, un collegamento che avrebbe dovuto attraversare tutta l’Africa non lasciando quasi mai i territori coloniali britannici. Un progetto economicamente insensato, dispendioso e utile solo a chi prendesse in appalto i grandi lotti di costruzione e che premiava anche le banche che avrebbero offerto liquidità alle imprese aggiudicatrici. Pensare che il progetto potesse servire ad altro è molto arduo, non solo perché i vari popoli Zulu, Xhosa, i Kikuiu , Basotho etc..non avevano un gran bisogno di viaggiare in treno, ma soprattutto perché proprio in quegli anni, con l’introduzione del trasporto navale a motore, i costi marittimi si stavano abbattendo. Ma la tensione cresceva ugualmente; tutto si provava eccetto che cercare un punto d’accordo fra gli europei per dare corpo alle potenzialità di sviluppo economico di quella parte di Africa. Tutto sembrava un pericolo, a partire dall’incubo di un collegamento ferroviario fra il Transvaal e la costa in mano ai portoghesi. Incubo, però, va sottolineato, perché non si riusciva a vedere quanto la cooperazione avrebbe reso enormemente più della conflittualità. Ciò che appariva inaccettabile ai potenti di Londra era che, se si fosse realizzato quel collegamento ferroviario, i Boeri si sarebbero liberati della necessità di servirsi della ferrovia britannica che li costringeva a passare per Città del Capo. Le risorse del Transvaal e dell’Orange, cioè oro e diamanti, avrebbero potuto sfuggire al controllo britannico con esiti imprevedibili, non tanto per i diamanti, ma per l’oro. Il punto era proprio quello. Così, intuito il sostanziale placet di Londra, Cecil Rhodes pensò a “colpo di mano” contro i Boeri. Nel dicembre 1895, a tale scopo, questi affidò l’impresa al brillante medico sir Leander Starr Jameson, un baronetto scozzese anti-schiavista e con una forte inclinazione per l’avventura. Ai mercenari si unirono anche i corpi di polizia privata della Rhodesia e del Bechuanland. Che l’intento di Jameson fosse di far riconoscere agli Uitlanders gli stessi diritti politici dei Boeri probabilmente è da mettere nel conto delle buone intenzioni ma che questo fosse il principale intento dei finanziatori dell’impresa è lecito dubitare alquanto. Ad ogni buon conto, il raid fallì. Così, il Kaiser Guglielmo II, il 3 gennaio, non resistette alla tentazione di inviare un telegramma di solidarietà al presidente del Transvaal, Paul Kruger: “…Vi esprimo le mie sincere congratulazioni che vi sia riuscito col vostro popolo, con la Vostra energia, a ristabilire la pace… conservando l’indipendenza del vostro paese…” . Il Governo britannico protestò vivacemente.

A quel punto, se per l’economia britannica lo scenario era pericoloso, esso lo era ancora di più per la cordata di banche inglesi che puntava a impadronirsi delle straordinarie risorse del Transvaal sin dal 1888 e che non estranee al fallito golpe. La presenza della finanza internazionale in questa vicenda fu molto ingombrante. Famiglie di banchieri-imprenditori si erano già schierate a fianco di Rhodes e si trattava di nomi notevoli: gli Oppenheimer, i Rotschild,la Wernher-Beit & C, la H. Eckstein & Co. e altri. Le tensioni crebbero; da Londra si continuava a protestare contro Kruger e il suo governo, che ancora non permettevano agli Uitlanders di votare e venivano trattati come cittadini di seconda classe. Aumentò la dose Cecil Rhodes che, grazie alla vasta a stampa a lui vicina, sostenne che nel governo di Kruger la corruzione fosse dilagante, le tasse troppo elevate, e che il lavoro nero era troppo ben remunerato (sic) togliendo manodopera ai Farmers inglesi. Nel 1899, con l’argomento della difesa degli Uitlanders discriminati, il Governo britannico inviò un ultimatum ai Boeri nel quale si pretendeva il diritto di voto per tutti i sudditi britannici che risiedevano nel Transvaal. Kruger, lo Zio Paul, come lo chiamavano, tenne duro mentre J. Chamberlain chiese al Governo le truppe da inviare in Sud Africa per ridare dignità agli Uitlanders e, già che c’era, mettere le in sicurezza, cioè sotto il rigido controllo britannico, i giacimenti di oro e diamanti. I gruppi finanziari, plaudendo all’iniziativa attraverso le loro testate giornalistiche, pensarono che era come To kill two birds with a stone (“fare un viaggio e due servizi”, si dice in Italia) e dettero pieno appoggio all’idea della grande spedizione; il clima sembrava quello giusto. “Io credo nell’Impero Britannico e credo nella razza britannica. Credo che la razza britannica sia la più grande delle razze dominanti che il mondo abbia mai visto”, avrebbe poi affermato J. Chamberlain nel suo discorso di insediamento a primo ministro. Ma l’ansia civilizzatrice non c‘entrava. A incoraggiare indirettamente la punizione dei Boeri e rendere loro le cose ancora peggiori, ci aveva pensato il Kaiser Guglielmo II che sentì il bisogno di esternare, non richiesto, il suo punto di vista allo zar Nicola II : “Qualunque cosa succeda, non permetterò mai agli inglesi di mettere le mani sul Transvaal”.

Il fatto è che con il 1898 il Sudafrica era diventato il primo produttore mondiale di oro ed era protagonista di una crescita in espansione; avrebbe poi addirittura coperto un quarto della produzione mondiale. Non ha alcun senso solo immaginare che Londra, capitale della nazione la cui divisa, la sterlina, regolava il mercato mondiale dei cambi con il Gold Standard, potesse lasciar fare ai Boeri: che fine avrebbero fatto gli enormi investimenti britannici nelle infrastrutture? E che dire delle grandi imprese britanniche? Si pensi alla gigantesca fusione delle società minerarie di estrazione dell’oro in Sud Africa che aveva dato luogo, nel 1886, alla più grande società aurifera del mondo, la “Chamber of Mines” che in breve controllò tutto il controllabile: ferrovie, porti, giornali, banche etc.. La “Chamber of Mines”, inoltre, patrocinava il patrocinabile come le scuole, gli ospedali, gli enti di assistenza e perfino le chiese. Non meno importante fu la fusione societaria nel campo dei diamanti, dove nel 1888 la “De Beers” si unì alla “Barney” dando luogo al massimo soggetto diamantifero del mondo. Ancora: l’anno dopo, nel 1889, era nato il colosso “British South Africa Chartered Company” che guardava verso il Sud Africa occidentale. L’oggetto sociale del nuovo soggetto, voluto vari magnati britannici, ha qualcosa di impressionante per varietà e organicità di azioni economiche quali tra le quali “ Commercio, traffici, acquisti di concessioni, stampa, porti, telegrafi” ma anche “poteri, diritti, giurisdizioni “ e persino (letteralmente) “civiltà e buon governo”.Ecco perché nel 1899, al di là dei telegrammi e delle congratulazioni, al di là dei diritti degli Uitlanders, dell’indignazione per il mantenimento dello schiavismo e delle scaramucce nazionalistiche che facevano vendere giornali, per l’immane incompetenza politica del Kaiser, la guerra divampò con una violenza inaudita. Si trattava di diamanti e oro, altro che diritti umani. Eppure, solo dopo avere mobilitato 336.000 uomini più 83.000 coloniali, alla Gran Bretagna fu possibile avere la meglio sugli appena 20.000 boeri; il “come” non fa onore a quella grande potenza. Probabilmente scossa dalla nuova notevole serie di sconfitte subite immediatamente per opera Boeri, enormemente meno numerosi e scarsamente armati (furono sconfitte tanto ripetute e ravvicinate che la stessa regina Vittoria parlò di “Black Week”), a Londra si pensò di farla finita con ogni mezzo. Così, fra il 1900 e io 1902 i britannici praticarono la strategia della terra bruciata. Per costringere i Boeri ad arrendersi l’esercito britannico bruciò, infatti, oltre 30.000 fattorie, deportando gli sventurati abitanti in ben 58 campi di concentramento: si trattava di 120.000 persone, pari a quasi la metà della popolazione residente. Di questi, morirono 4000 donne, 22.000 bambini e 1676 uomini. La causa mortis si restringeva a due tipologie interconnesse e cioè malnutrizione ed epidemie. Se si tiene conto che di Uitlanders britannici ne erano arrivati, come s’è detto, non più di 22.000, si fa presto a dedurre furono uccisi tre Boeri per ogni britannico che era emigrato nel Transvaal e che però era ancora vivo. Infatti, schiavisti e spilorci quanto si voglia, però quei Boerigli Uitlanders li pagavano, poco, ma li pagavano con liberi contratti. E’ vero, non li facevano votare ma comunque li lasciavano vivere senza molestarli, come lasciarono vivere, rispedendolo agli Inglesi, quel Jameson che aveva tentato di ribaltare il loro governo. E’ anche vero che, come disse allora lo stesso J. ChamberlainOmlets are not made without breaking eggs (“non si possono fare le frittate senza rompere le uova”) ma di quante uova si stava parlando? Tanto più che alla cifra dei morti boeri va aggiunta quella delle innumerevoli vittime tra la popolazione di pelle nera, alla cui sorte i preposti ai campi di concentramento prestarono così poca attenzione che non ritennero necessario contarli; una delicatezza che avevano invece riservato ai prigionieri bianchi. Così, dopo avere messo a ferro e a fuoco tutto il Transvaal ed avere inaugurato la pratica dei campi di concentramento, la Gran Bretagna si impossessò definitivamente di tutta l’Africa meridionale. Era l’anno 1902 e si era entrati nel XX secolo. Nonostante la voce grossa teutonica, i mercantili di rifornimento inviati dal Kaiser dovettero fare dietro-front davanti alla Royal Navy e nessuno concretamente portò aiuto ai Boeri tranne, in modo alquanto indiretto, l’Italia. Infatti, la “Legione italiana”, comandata dal tenente C. Ricchiardi (non più di 200 uomini) si batté al fianco dei Boeri e ottenne anche dei successi, fra i quali la cattura del giovane Winston Churchill; ma si tratta di dettagli. Va però detto che quando l’opinione pubblica britannica, grazie alla bravura di alcuni giornalisti inglesi e all’onestà intellettuale di Lloyd George, cominciò a capire che cosa fosse veramente successo, fu percorsa da una sincera indignazione. Il Governo ritenne di stanziare tre milioni di sterline (non una grande cifra) per risarcire i boeri rimasti vivi. Agli sconfitti fu consentito di continuare a escludere i neri da qualunque diritto di voto e fu lasciato un discreto autogoverno sulla terra e sulle persone. Queste concessioni, tuttavia esclusero tassativamente la sorte dell’oro e dei diamanti, le cui miniere rimasero saldamente in mano britannica; il che voleva dire nelle mani dei grandi gruppi finanziari ed industriali dell’impero. Ormai il grande gioco dell’oro era stato fatto e i potenti gestori e attori del sistema creditizio mondiale ritennero di potere dormire sonni tranquilli.


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Pierluigi D'Eredità

E' uno studioso che si è formato nell'area dell'ermeneutica storica. Ha collaborato con la cattedra di filosofia della storia presso l’Università di Palermo tenendo inoltre anche alcuni corsi di filosofia della politica. E' stato cofondatore e redattore della rivista “Nuovo Romanticismo”. Ha tenuto un corso sull’interpretazione di Hegel che è culminato nella partecipazione al testo “Hegel come segno storico”. In quell’ambito hanno preso corpo anche alcune pubblicazioni fra le quali spiccano due, uno studio sull’atto formale in Tommaso d’Aquino e l’altra su H. G. Gadamer a proposito de "La controversia ermeneutica". E’ passato poi all'area storico-economica e in particolare alla teoria e storia dello sviluppo economico. E' stato uno dei curatori di uno studio sullo sviluppo economico europeo nel settore dell'economia dei trasporti per conto dell'allora Ministero del Commercio con l'estero in quanto consulente di un'importante azienda nazionale. Ha lavorato per molte altre Società come consulente strategico d’impresa. E' stato Consigliere di Amministrazione dell'Ente Regionale per il Diritto allo studio Universitario di Udine. Come storico dello sviluppo economico ha pubblicato la Storia dello sviluppo economico medievale per MIMESIS.


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