LA MADRE DI GESÙ: IL PRIMO UTERO IN AFFITTO

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Ha ragione l’avvocatessa Annamaria Bernardini de Pace. La legge Cirinnà non riconosce alle unioni gay lo status di famiglia “naturale”, ma si limita a rivendicare per esse la parità dei diritti. Insomma si fonda sull’articolo 3 della costituzione («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese») invece che sull’articolo 29 («La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare»). In questo modo la legge non riconosce alle unioni gay vero status di «famiglia».

Perché questa svista giuridico-formale? Perché anche la legge Cirinnà permane nella visione cattolica – dominante soprattutto in Italia – della «famiglia naturale»; si lascia guidare dal modello cattolico dell’unione affettiva, per cui sussiste vero vincolo familiare solo laddove vige quella modalità sessuale che è la copulazione uomo-donna. La famiglia naturale, quella che è «cosa buona e giusta» perché non va contro l’ordine delle cose, è modellata su una certo tipo di relazione sessuale. Il che può anche essere detto così: una certa modalità sessuale diventa la forma trascendentale della Famiglia naturale. Molti intellettuali lo hanno rilevato prima di chi scrive. D’altronde l’intelligenza non può che arrivare a questa analisi e a queste conclusioni.

I sostenitori di questa concezione trascendentale della famiglia, fondata sulla modalità sessuale del coito uomo-donna, respingono conseguentemente le altre forme di famiglia perché fondate su modalità sessuali e interpreti diversi. Tale consequenzialità ha le sue diramazioni ultime (nell’ordine del tempo ma non della logica) nella battaglia contro il cosiddetto «utero in affitto». Quest’ultimo – pur essendo illegale in Italia – non è aspramente biasimato dalla morale quando utilizzato da una coppia eterosessuale o da una donna single. Diventa invece inaccettabile, per quel mondo cattolico che – facendosi portavoce della visione trascendentale di cui sopra – in Italia ancora detta legge nel senso letterale dell’espressione, quando a utilizzarlo sono due uomini. Il che segue con grande consequenzialità a quanto sopra: nel caso di una relazione affettiva uomo-uomo l’utilizzo dell’utero in affitto non è finalizzato ad assecondare l’ordine “giusto” delle cose, cioè la famiglia come fondata sulla relazione sessuale “giusta” (uomo-donna), in cui per problemi strutturali i figli possono non riuscire ad arrivare, ma è finalizzato ad assecondare quell’ordine ingiusto, perverso, malato delle cose in cui consiste l’unione sessuale diversa dal modello uomo-donna. Con particolare riferimento alle unioni uomo-uomo, che restano in fin dei conti le maggiormente penalizzate. Da qui la forza morale che accompagna in Italia l’illegalità dell’utero in affitto: le argomentazioni, addotte dai cattolici e da chi in generale sostiene il modello cristiano di famiglia trascendentale, sono dei paravento: dietro la legge che intende tutelare i diritti della donna, evitarne lo sfruttamento ecc., agisce potentemente l’azione della morale cattolica rivolta alla tutela di quella che abbiamo definito forma trascendentale della famiglia.

Ora, e siamo al punto nodale di questo intervento, proprio il mondo cattolico dovrebbe riflettere sul modello della famiglia trascendentale che sostiene, perché tale modello è in contraddizione con le basi del cattolicesimo e della sua intera vicenda risalente a Gesù. Infatti, ed ecco il punto decisivo, la copulazione uomo-donna non è all’origine della nascita di Gesù a cui il Cristianesimo fa risalire le proprie origini. Gesù non nasce dall’atto sessuale tra Maria e Giuseppe: Gesù nasce dal primo intervento “tecnico” della storia: l’inseminazione artificiale di Maria per un figlio che non sarà della donna che lo partorirà, ma dell’intera umanità. La modernità di Gesù qui è addirittura duplice: il concepimento è artificiale e non naturale, in quanto non è avvenuta per copula sessuale tra Giuseppe e Maria; il figlio che verrà partorito non sarà della madre che lo partorisce. Dare alla luce Gesù è il dono che Maria fa all’umanità. Dio procrea attraverso l’utero di una donna, la più pura e innocente delle donne: Maria. L’utero di Maria è il primo utero in affitto, in quanto Maria porta in grembo un figlio non suo e non concepito attraverso un atto sessuale tra lei e il marito.

Il concepimento verginale di Gesù (Vangeli Matteo 1,18-25; Luca 1,26-38), per cui Maria concepisce Gesù senza un rapporto sessuale, avviene per volontà divina. Tale concepimento è considerato verità di fede da tutte le confessioni cristiane in quanto fondate sui Vangeli. Gli altri dogmi, che accompagnano il concepimento verginale di Maria, sono la sua immunità dal peccato originale e la sua verginità perpetua. Questo fa certamente di Maria una donna pura, oltre tutte le altre donne. Ma se la sua grandezza, la sua purezza, è proprio il concepimento di un figlio tramite un atto che non è quello del rapporto sessuale uomo-donna e deve essere ricondotto unicamente alla volontà di Dio, si deve concludere che la più pura e innocente delle donne ha partorito un figlio che è stato atto di una volontà (divina) che ha proceduto secondo una via diversa dal rapporto sessuale uomo-donna. Un caso eccezionale, certo, ma che è essenzialmente diverso da quel modello trascendentale della sessualità che invece il cristianesimo (e la morale cattolica) mette al fondo della Famiglia. Insomma, senza entrare nelle questioni teologiche e considerandole in modo strettamente logico e concettuale, come non dire che l’utero di Maria è stato “utilizzato” da Dio per realizzare la sua volontà?

Il mondo cristiano non vede in questo “utilizzo divino” uno sfruttamento della donna, bensì il più grande atto d’amore della storia dell’uomo. Ma allora, seguendo il modello supremo di atto d’amore, quello della migliore delle donne a una causa superiore (la volontà di Dio quale infinito amore per l’Uomo), perché la morale cattolica non vede il medesimo atto d’amore di una donna verso l’umanità nella pratica dell’utero in affitto? Non insegna forse la morale cattolica ad amare gli altri incondizionatamente? L’insegnamento di Gesù non è forse impostato al dono d’amore, incondizionato, verso gli altri uomini? In fondo proprio il mondo cristiano nasce da questo dono d’amore, e dovrebbe perciò comprenderlo meglio di qualunque altro. Nessuna morale, meglio di quella cristiana, dovrebbe essere in grado di comprendere la radice santa e amorosa dell’utero in affitto quale atto d’amore estremo. Quale dono incondizionato.

Duemila anni fa si chiamava «miracolo» quello che oggi la scienza chiama «procedura tecnica». La sostanza non cambia: Gesù è un figlio non concepito secondo il modello trascendentale della famiglia cattolica. Questo significa che il modello sostenuto dalla morale cattolica non è il modello originario del cattolicesimo; il modello sostenuto dalla morale cattolica non è dunque davvero un modello, non è la verità trascendentale della coppia e della nascita: se il concepimento più importante di tutta la vicenda della cattolicità è avvenuto diversamente dal modello di famiglia che il cattolicesimo definisce trascendentale, è chiaro che quest’ultimo (modello) non è l’unico modello. A dirlo non è la visione laica del mondo, ma quella cristiana. Dunque il modello di cui la cattolicità si fa portavoce deve essere messo in discussione per un motivo fondamentale: perché Dio stesso ha voluto che Gesù nascesse diversamente da quel modello. Il modello diverso è volontà di Dio. Per un credente nulla dovrebbe essere più potente e più vincolante della volontà di Dio. Quella volontà che fa alzare Abramo, prendere il figlio e – nello strazio più assoluto -  per assecondare la volontà di Dio procedere al suo sacrificio. Proprio perché il primo utero in affitto è stato volontà di Dio, l’utero in affitto non può essere un male, qualcosa che va contro natura. Leibniz direbbe: non è una volontà antecedente, ma conseguente alla originaria volontà divina di bene. Il dare la vita, il sacrificio della donna per la vita di un figlio (Gesù) che non è suo, non viene visto come sfruttamento, bensì come atto d’amore. Il concepimento di Gesù, così radicalmente eversivo per la morale cristiana dominante, assume un significato decisivo, che però il mondo cattolico rifiuta di guardare: la nascita più importante per la storia del mondo cattolico è avvenuta attraverso quello che oggi chiameremo utero in affitto.

Non è questo un motivo decisivo per costringere il mondo cattolico a ripensare radicalmente la visione trascendentale della famiglia e tutto ciò che a essa si accompagna e ne discende (inseminazione artificiale, utero in affitto ecc.) ? Non per motivi laici; al contrario, per assecondare nel profondo la cristianità di cui quel mondo sostiene di alimentarsi.


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Nicoletta Cusano

Nicoletta Cusano dal 2010 è docente a contratto presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel 2012 ha fondato e dirige con Emanuele Severino la rivista di filosofia teoretica La Filosofia Futura (Mimesis). La sua riflessione è volta alla ricerca teoretica con particolare riferimento alla posizione dell'eternità dell'essente e ai suoi sviluppi


'LA MADRE DI GESÙ: IL PRIMO UTERO IN AFFITTO' 3 commenti

  1. 15 aprile 2016 @ 13:33 massimo

    Silete philosophi in munere alieno!

    Rispondi

  2. 15 aprile 2016 @ 19:14 Franco Di Giorgi

    Gentilissima Nicoletta Cusano, su questa vexata quaestio delle unioni civili avevo già espresso la mia opinione con due lettere a “Repubblica” all’inizio di febbraio. Per continuare il dibattito sul secretum della Sacra Famiglia ne avevo poi inviata una terza all’inizio di marzo, la quale, per ovvie ragioni, non poteva essere pubblicata. Approfitto quindi del suo articolo per riproporla. Se non altro perché mi sembra davvero in linea con le sue tesi. Giacché – dicevo in quella lettera – se ci atteniamo all’abelardiano intelligo ut credam, sembra che questo racconto sacro, questo quadretto idilliaco si presenti paradigmatico non solo, come avevamo detto, per la questione relativa alle coppie di fatto e alle adozioni, ma anche, e soprattutto direi, per la questione più spinosa, quella del cosiddetto “utero in affitto”. Se ci rifacciamo alle Sacre Scritture (Lc 1, 26-38), come interpretare la taraché, il turbamento della vergine Maria dinanzi a quell’aspasmós, a quel “saluto”, a quel bacio, a quell’abbraccio salutare, insomma all’improvvisa annunciazione dell’angelo Gabriele? Sebbene con altri propositi narratologici, infatti, anche nella cultura cristiana, come in quella pagana, viene ripreso il rituale sacro del sacrificio di una vergine. Tuttavia, come considerare questa tanto divina quanto indiscutibile decisione di utilizzare l’utero di una vergine prescelta per far nascere il figlio di Dio, per una incarnazione rispetto alla quale Maria non ha alcuna possibilità di scelta? L’articolo 5 del ddl Cirinnà, che i difensori di quella sacra narrazione hanno voluto stralciare, almeno contemplava questa possibilità. Per secoli, poi, l’arte (da Simone Martini sino a Dante Gabriel Rossetti, passando ovviamente per Botticelli e Michelangelo) ci ha parlato di questo «moto di ritrosia» di Maria (G. C. Argan). Anche secondo Rilke, poeta che ha scritto parole sublimi per Maria, quest’ultima non voleva essere prescelta; anche lui esprime questo profondo disagio della vergine quando dice: Du wolltest wie die andern sein, «volevi essere come le altre». Un cordiale saluto.

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  3. 2 maggio 2016 @ 17:20 Mario Ciattoni

    C’è chi ritiene che i filosofi debbano tacere in merito alle questioni che non conoscono.
    Il fatto è che la filosofia è uno sguardo panoramico sulle vicende del mondo, e bene ha fatto la Cusano a intervenire sul tema dell’utero in affitto. Della Cusano ho apprezzato il libro intitolato Emanuele Severino oltre il nichilismo, poderoso volume che ripercorre gli snodi fondamentali del pensatore bresciano.
    Sarebbe interessante sapere se lo stesso Severino sottoscriverebbe le riflessioni della Cusano circa l’utero in affitto. Io condivido tutto quello che la professoressa ha scritto, anche le virgole.

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