LA MADRE DI GESÙ: IL PRIMO UTERO IN AFFITTO

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Ha ragione l’avvocatessa Annamaria Bernardini de Pace. La legge Cirinnà non riconosce alle unioni gay lo status di famiglia “naturale”, ma si limita a rivendicare per esse la parità dei diritti. Insomma si fonda sull’articolo 3 della costituzione («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese») invece che sull’articolo 29 («La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare»). In questo modo la legge non riconosce alle unioni gay vero status di «famiglia».

Perché questa svista giuridico-formale? Perché anche la legge Cirinnà permane nella visione cattolica – dominante soprattutto in Italia – della «famiglia naturale»; si lascia guidare dal modello cattolico dell’unione affettiva, per cui sussiste vero vincolo familiare solo laddove vige quella modalità sessuale che è la copulazione uomo-donna. La famiglia naturale, quella che è «cosa buona e giusta» perché non va contro l’ordine delle cose, è modellata su una certo tipo di relazione sessuale. Il che può anche essere detto così: una certa modalità sessuale diventa la forma trascendentale della Famiglia naturale. Molti intellettuali lo hanno rilevato prima di chi scrive. D’altronde l’intelligenza non può che arrivare a questa analisi e a queste conclusioni.

I sostenitori di questa concezione trascendentale della famiglia, fondata sulla modalità sessuale del coito uomo-donna, respingono conseguentemente le altre forme di famiglia perché fondate su modalità sessuali e interpreti diversi. Tale consequenzialità ha le sue diramazioni ultime (nell’ordine del tempo ma non della logica) nella battaglia contro il cosiddetto «utero in affitto». Quest’ultimo – pur essendo illegale in Italia – non è aspramente biasimato dalla morale quando utilizzato da una coppia eterosessuale o da una donna single. Diventa invece inaccettabile, per quel mondo cattolico che – facendosi portavoce della visione trascendentale di cui sopra – in Italia ancora detta legge nel senso letterale dell’espressione, quando a utilizzarlo sono due uomini. Il che segue con grande consequenzialità a quanto sopra: nel caso di una relazione affettiva uomo-uomo l’utilizzo dell’utero in affitto non è finalizzato ad assecondare l’ordine “giusto” delle cose, cioè la famiglia come fondata sulla relazione sessuale “giusta” (uomo-donna), in cui per problemi strutturali i figli possono non riuscire ad arrivare, ma è finalizzato ad assecondare quell’ordine ingiusto, perverso, malato delle cose in cui consiste l’unione sessuale diversa dal modello uomo-donna. Con particolare riferimento alle unioni uomo-uomo, che restano in fin dei conti le maggiormente penalizzate. Da qui la forza morale che accompagna in Italia l’illegalità dell’utero in affitto: le argomentazioni, addotte dai cattolici e da chi in generale sostiene il modello cristiano di famiglia trascendentale, sono dei paravento: dietro la legge che intende tutelare i diritti della donna, evitarne lo sfruttamento ecc., agisce potentemente l’azione della morale cattolica rivolta alla tutela di quella che abbiamo definito forma trascendentale della famiglia.

Ora, e siamo al punto nodale di questo intervento, proprio il mondo cattolico dovrebbe riflettere sul modello della famiglia trascendentale che sostiene, perché tale modello è in contraddizione con le basi del cattolicesimo e della sua intera vicenda risalente a Gesù. Infatti, ed ecco il punto decisivo, la copulazione uomo-donna non è all’origine della nascita di Gesù a cui il Cristianesimo fa risalire le proprie origini. Gesù non nasce dall’atto sessuale tra Maria e Giuseppe: Gesù nasce dal primo intervento “tecnico” della storia: l’inseminazione artificiale di Maria per un figlio che non sarà della donna che lo partorirà, ma dell’intera umanità. La modernità di Gesù qui è addirittura duplice: il concepimento è artificiale e non naturale, in quanto non è avvenuta per copula sessuale tra Giuseppe e Maria; il figlio che verrà partorito non sarà della madre che lo partorisce. Dare alla luce Gesù è il dono che Maria fa all’umanità. Dio procrea attraverso l’utero di una donna, la più pura e innocente delle donne: Maria. L’utero di Maria è il primo utero in affitto, in quanto Maria porta in grembo un figlio non suo e non concepito attraverso un atto sessuale tra lei e il marito.

Il concepimento verginale di Gesù (Vangeli Matteo 1,18-25; Luca 1,26-38), per cui Maria concepisce Gesù senza un rapporto sessuale, avviene per volontà divina. Tale concepimento è considerato verità di fede da tutte le confessioni cristiane in quanto fondate sui Vangeli. Gli altri dogmi, che accompagnano il concepimento verginale di Maria, sono la sua immunità dal peccato originale e la sua verginità perpetua. Questo fa certamente di Maria una donna pura, oltre tutte le altre donne. Ma se la sua grandezza, la sua purezza, è proprio il concepimento di un figlio tramite un atto che non è quello del rapporto sessuale uomo-donna e deve essere ricondotto unicamente alla volontà di Dio, si deve concludere che la più pura e innocente delle donne ha partorito un figlio che è stato atto di una volontà (divina) che ha proceduto secondo una via diversa dal rapporto sessuale uomo-donna. Un caso eccezionale, certo, ma che è essenzialmente diverso da quel modello trascendentale della sessualità che invece il cristianesimo (e la morale cattolica) mette al fondo della Famiglia. Insomma, senza entrare nelle questioni teologiche e considerandole in modo strettamente logico e concettuale, come non dire che l’utero di Maria è stato “utilizzato” da Dio per realizzare la sua volontà?

Il mondo cristiano non vede in questo “utilizzo divino” uno sfruttamento della donna, bensì il più grande atto d’amore della storia dell’uomo. Ma allora, seguendo il modello supremo di atto d’amore, quello della migliore delle donne a una causa superiore (la volontà di Dio quale infinito amore per l’Uomo), perché la morale cattolica non vede il medesimo atto d’amore di una donna verso l’umanità nella pratica dell’utero in affitto? Non insegna forse la morale cattolica ad amare gli altri incondizionatamente? L’insegnamento di Gesù non è forse impostato al dono d’amore, incondizionato, verso gli altri uomini? In fondo proprio il mondo cristiano nasce da questo dono d’amore, e dovrebbe perciò comprenderlo meglio di qualunque altro. Nessuna morale, meglio di quella cristiana, dovrebbe essere in grado di comprendere la radice santa e amorosa dell’utero in affitto quale atto d’amore estremo. Quale dono incondizionato.

Duemila anni fa si chiamava «miracolo» quello che oggi la scienza chiama «procedura tecnica». La sostanza non cambia: Gesù è un figlio non concepito secondo il modello trascendentale della famiglia cattolica. Questo significa che il modello sostenuto dalla morale cattolica non è il modello originario del cattolicesimo; il modello sostenuto dalla morale cattolica non è dunque davvero un modello, non è la verità trascendentale della coppia e della nascita: se il concepimento più importante di tutta la vicenda della cattolicità è avvenuto diversamente dal modello di famiglia che il cattolicesimo definisce trascendentale, è chiaro che quest’ultimo (modello) non è l’unico modello. A dirlo non è la visione laica del mondo, ma quella cristiana. Dunque il modello di cui la cattolicità si fa portavoce deve essere messo in discussione per un motivo fondamentale: perché Dio stesso ha voluto che Gesù nascesse diversamente da quel modello. Il modello diverso è volontà di Dio. Per un credente nulla dovrebbe essere più potente e più vincolante della volontà di Dio. Quella volontà che fa alzare Abramo, prendere il figlio e – nello strazio più assoluto -  per assecondare la volontà di Dio procedere al suo sacrificio. Proprio perché il primo utero in affitto è stato volontà di Dio, l’utero in affitto non può essere un male, qualcosa che va contro natura. Leibniz direbbe: non è una volontà antecedente, ma conseguente alla originaria volontà divina di bene. Il dare la vita, il sacrificio della donna per la vita di un figlio (Gesù) che non è suo, non viene visto come sfruttamento, bensì come atto d’amore. Il concepimento di Gesù, così radicalmente eversivo per la morale cristiana dominante, assume un significato decisivo, che però il mondo cattolico rifiuta di guardare: la nascita più importante per la storia del mondo cattolico è avvenuta attraverso quello che oggi chiameremo utero in affitto.

Non è questo un motivo decisivo per costringere il mondo cattolico a ripensare radicalmente la visione trascendentale della famiglia e tutto ciò che a essa si accompagna e ne discende (inseminazione artificiale, utero in affitto ecc.) ? Non per motivi laici; al contrario, per assecondare nel profondo la cristianità di cui quel mondo sostiene di alimentarsi.


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Nicoletta Cusano

Nicoletta Cusano dal 2010 è docente a contratto presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel 2012 ha fondato e dirige con Emanuele Severino la rivista di filosofia teoretica La Filosofia Futura (Mimesis). La sua riflessione è volta alla ricerca teoretica con particolare riferimento alla posizione dell'eternità dell'essente e ai suoi sviluppi


'LA MADRE DI GESÙ: IL PRIMO UTERO IN AFFITTO' 6 commenti

  1. 15 aprile 2016 @ 13:33 massimo

    Silete philosophi in munere alieno!

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  2. 15 aprile 2016 @ 19:14 Franco Di Giorgi

    Gentilissima Nicoletta Cusano, su questa vexata quaestio delle unioni civili avevo già espresso la mia opinione con due lettere a “Repubblica” all’inizio di febbraio. Per continuare il dibattito sul secretum della Sacra Famiglia ne avevo poi inviata una terza all’inizio di marzo, la quale, per ovvie ragioni, non poteva essere pubblicata. Approfitto quindi del suo articolo per riproporla. Se non altro perché mi sembra davvero in linea con le sue tesi. Giacché – dicevo in quella lettera – se ci atteniamo all’abelardiano intelligo ut credam, sembra che questo racconto sacro, questo quadretto idilliaco si presenti paradigmatico non solo, come avevamo detto, per la questione relativa alle coppie di fatto e alle adozioni, ma anche, e soprattutto direi, per la questione più spinosa, quella del cosiddetto “utero in affitto”. Se ci rifacciamo alle Sacre Scritture (Lc 1, 26-38), come interpretare la taraché, il turbamento della vergine Maria dinanzi a quell’aspasmós, a quel “saluto”, a quel bacio, a quell’abbraccio salutare, insomma all’improvvisa annunciazione dell’angelo Gabriele? Sebbene con altri propositi narratologici, infatti, anche nella cultura cristiana, come in quella pagana, viene ripreso il rituale sacro del sacrificio di una vergine. Tuttavia, come considerare questa tanto divina quanto indiscutibile decisione di utilizzare l’utero di una vergine prescelta per far nascere il figlio di Dio, per una incarnazione rispetto alla quale Maria non ha alcuna possibilità di scelta? L’articolo 5 del ddl Cirinnà, che i difensori di quella sacra narrazione hanno voluto stralciare, almeno contemplava questa possibilità. Per secoli, poi, l’arte (da Simone Martini sino a Dante Gabriel Rossetti, passando ovviamente per Botticelli e Michelangelo) ci ha parlato di questo «moto di ritrosia» di Maria (G. C. Argan). Anche secondo Rilke, poeta che ha scritto parole sublimi per Maria, quest’ultima non voleva essere prescelta; anche lui esprime questo profondo disagio della vergine quando dice: Du wolltest wie die andern sein, «volevi essere come le altre». Un cordiale saluto.

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  3. 2 maggio 2016 @ 17:20 Mario Ciattoni

    C’è chi ritiene che i filosofi debbano tacere in merito alle questioni che non conoscono.
    Il fatto è che la filosofia è uno sguardo panoramico sulle vicende del mondo, e bene ha fatto la Cusano a intervenire sul tema dell’utero in affitto. Della Cusano ho apprezzato il libro intitolato Emanuele Severino oltre il nichilismo, poderoso volume che ripercorre gli snodi fondamentali del pensatore bresciano.
    Sarebbe interessante sapere se lo stesso Severino sottoscriverebbe le riflessioni della Cusano circa l’utero in affitto. Io condivido tutto quello che la professoressa ha scritto, anche le virgole.

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  4. 6 dicembre 2018 @ 9:24 Damiano

    Trovo casualmente questo articolo. Lo leggo.
    Complimenti per lo sforzo dell’autrice ma devo puntualizzare alcuni concetti, concetti che devono rimanere fermi oppure possiamo prendere i testi sacri e trasformarli in precetti di battaglia contro l’infedele o quant’altro la nostra fantasia possa raggiungere. Nulla è vietato. E allora….

    1. La Bibbia è un fatto di fede. Alla luce della FEDE va letta, altrimenti è inutile leggerla.
    2. Gesù, alla luce della FEDE, non è un bambino qualsiasi, è INCARNAZIONE di DIO. Infatti solo LUI nasce secondo questa “strana” modalità (che non è inseminazione artificiale o utero in affitto).
    3. MARIA NON E’ un utero in affitto ma è la MADRE di DIO. Solo così Gesù è Dio fatto uomo, altrimenti sarebbe solo DIO e non avrebbe bisogno della vergine. Poteva magicamente apparire dal deserto, sarebbe anche più facile contro gli scettici. Invece no. Il disegno di Dio è assai più profondo e complesso, ma qui si torna al punto 1: è un fatto di FEDE.
    4. La Bibbia va letta, studiata e presentata nella SUA INTEREZZA e non a versetti qua e là secondo il proprio tornaconto logico. Sempre con occhio di FEDE che utilizza il RAZIOCINIO per INDAGARE la FEDE.

    Concludendo. Non esprimo la mia opinione sul tema generale della famiglia “moderna” e della genitorialità, anche se fra le righe dovrebbe intuirsi se non altro la mia chiave di lettura.
    Esprimo la mia perplessità all’uso dell’immagine di Maria Madre di Dio come utero in affitto. Assolutamente forzato e non alla luce della fede. La Chiesa e i cristiani in genere non si fanno sfiorare dal dubbio davanti ad un esempio tanto mal posto.
    La mia perplessità va anche ai commenti: perchè nessun cristiano (cattolico, protestante, ortodosso,…) che ha letto questo articolo ha voluto puntualizzare? Questo davvero mi dispiace.

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  5. 9 maggio 2019 @ 23:37 Corinna

    Questo articolo mi fa pensare all’approfondita disamina di Aldo Vitale su “Tempi”: “Il vizietto poco laico di citare (a sproposito) la Bibbia per giustificare l’utero in affitto”, ma anche alle folgoranti pagine di Luisa Muraro “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto” (La Scuola 2016) che demolisce in pochissime righe ogni affabulazione, compresa quelle lette qui. Più semplicemente, mi viene da replicare che no, la madre di Gesù non è affatto il primo utero in affitto. Ora, a parte che Maria è una persona e non un utero, e non sarebbe nemmeno la prima (ma vi tornerò in seguito), un conto è affermare che il Vangelo ama la famiglia senza essere familista, un conto è utilizzare le Scritture in modo pretestuoso (il “vizietto poco laico” cui alludeva Vitale) per piegarle alle proprie esigenze. Maria, a differenza delle surrogate, non solo non scompare dall’orizzonte del figlio ma lo permea totalmente, al punto che i padri della Chiesa, notoriamente poco femministi, coniarono per lei la definizione di Theotokos, Madre di Dio. Maria rimane l’unica madre, che accetta volontariamente e gratuitamente (a differenza della surrogata, anzi, delle surrogate per cui è previsto un compenso in denaro). Rimane poi incomprensibile quell’affermazione “dare alla luce Gesù è un dono che Maria fa all’umanità”. È l’argomento, fallace, usato per lungo tempo dai surrogatori e dalla stampa mainstream che, fingendo di non accorgersi del colossale business attorno a questa pratica (smascherato peraltro con dovizia di particolari da Monica Ricci Sargentini sul Corsera), lo ammanta di pietà dolciastra, facendolo addirittura passare per espressione massima di altruismo.
    Ora, a parte la confusione fra inseminazione artificiale e utero in affitto che pervade l’intero articolo, chi ha un figlio non lo partorisce solo “per se’”: i figli “sono”, in quanto individui peculiari, dell’intera umanità, e del resto è del tutto inconsistente, dottrinalmente e teologicamente, la tesi secondo cui Maria sarebbe uno strumento (un utero, appunto) alla mercé incondizionata di Dio. Uno dei primi insegnamenti del cristianesimo va in direzione del tutto opposta: senza il “sì” di Maria, sarebbe stato “impossibile” a Dio agire. Dio vuole il contributo umano; Maria è donna pura in questo, perché è persona, sa dialogare, “provocare” Dio. Non è un utero passivo.
    Non è vero, poi, che l’UIA susciti indignazione solo quando a ricorrervi è una coppia di uomini (traspare fra le righe l’accusa di omofobia); il quotidiano Avvenire è stato il primo a occuparsi del biomercato, proprio a proposito di una coppia eterosessuale australiana, facoltosa – come tutti coloro che ricorrono a tale pratica – , la quale aveva commissionato un bimbo a una ragazza thai; nati due gemelli, ne fu scelta solo la femmina, perché il fratellino era Down e gli acquirenti (non mi regge il cuore di definirli genitori, del resto non lo erano) rifiutarono il “prodotto difettoso”. Se, a un certo punto, la lotta contro l’UIA si è focalizzata sulle coppie maschili non è per omofobia, ma perché gli attivisti gay, alcuni dei quali definiscono la madre un “concetto antropologico”, hanno legato a filo doppio questo tema a quello dei diritti. Insomma per non essere classificati come discriminatori occorreva necessariamente avallare l’utero in affitto, da essi chiamato eufemisticamente Gestazione per altri (Gpa). L’accusa di omofobia è oltretutto ancor più grottesca, se si considera che le maggiori oppositrici dell’UIA sono le femministe radicali e Arcilesbica nazionale.
    Non solo: in paesi notoriamente gayfriendly come Francia e Spagna l’opposizione all’UIA è ferma e senza sconti, come del resto avviene in 108 paesi. La sinistra europea, a eccezione dell’Italia, è contraria all’UIA.
    Occorrerebbe aggiungere molto altro che l’articolo dimostra di ignorare e che era già noto al tempo in cui venne redatto; ma basterebbe la dichiarazione al Figaro di un gruppo di omosessuali francesi, che inserirò più sotto. Intanto ieri la Cassazione ha sentenziato che i figli di due padri semplicemente non esistono, cosa che non impedisce la richiesta di adozione da parte del compagno, ma dichiarare l’inesistenza della madre si chiama falso in atto pubblico. Non è discriminazione. È evidenza.

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  6. 9 maggio 2019 @ 23:40 Corinna

    In quanto omosessuali, è nostro dovere prendere posizione contro PMA e GPA”

    Mentre gli oppositori alla PMA sono spesso accusati di omofobia, molteplici omosessuali rifiutano di “asservire la causa morale” alla giustificazione della “mercificazione delle donne e dei bambini”. Per loro, la questione non è legata all’uguaglianza, ma al rischio di alienazione dell’uomo per mezzo della tecnica.

    Giovedì 18 gennaio si sono aperti gli stati generali sulla bioetica dove, ufficialmente, sarà discussa l’apertura della PMA alle coppie di donne, e cioè vuol dire una PMA senza padre e, ufficiosamente, si discuterà della questione della legalizzazione della GPA (che, anche se è una questione che concerne tutte le coppie, dovrebbe essere permesso anche alle coppie omosessuali maschili di “concepire” un bambino). È proprio in quanto omosessuali che vogliamo oggi prendere posizione contro ciò che consideriamo essere una grave deriva, che prende piede in nome di un individualismo esacerbato e contro ciò che non è altro che un tentativo di sdoganare il proibito attorno alla mercificazione dei corpi umani. Il nostro approccio si configura quindi all’interno della volontà di infrangere il monopolio delle associazioni LGBT, i rappresentanti autoproclamati delle persone omosessuali, nella loro pretesa di incarnare l’insieme di tutte queste voci. Di fronte alla gravità della situazione e delle questioni etiche che vengnono sollevate, stimiamo che sia nostro dover di cittadini e nostra responsabilità morale prendere pubblicamente posizione, al fine di far sentire una voce alternativa e ragionevole.

    Omosessualità e procreazione
    Il desiderio di avere bambini da parte delle persone omosessuali è sicuramente legittimo, ma non si può comunque ridurre a una questione di accesso all’uguaglianza, ai diritti, alla lotta contro le discriminazioni. Una tale visione semplicistica implica in effetti che esista un’ineguaglianza nell’accesso alla procreazione per gli omosessuali, che questa inuguglianza sia il frutto di una discriminazione e che dovrebbe poi compito dello Stato correggere questa situazione aprendo la PMA alle coppie omosessuali femminili e quindi legalizzando la GPA. Questa argomentazione è fallace. In effetti, due uomini o due donne insieme non possono intrinsecamente concepire un bambino, e questa impossibilità di procreare è un dono oggettivo, che non è frutto di alcuna azione discriminatoria della società o dello Stato; è natura, ed è propria alla condizione dell’essere omosessuali. In tal senso, le persone omosessuali non possono pretendere a una riparazione dello Stato al fine di lenire una discriminazione, poiché tale discriminazione di fatto non esiste. Dirlo apertamente non è sinonimo di omofobia, ma è semplicemente un richiamo oggettivo ai fatti. Questa constatazione può essere di difficile comprensione per alcuni, ma non pensiamo che, da parte nostra, incarnare totalmente la propria omosessualità implichi anche accettarne i limiti.

    All’interno di questo dibattito, sottolineiamo che la maggior parte degli argomenti avanzati dai difensori di questa pratica appartengono a un registro soggettivo ed emotivo (desiderio di genitorialità, sofferenza del non poter avere figli propri, sentimento di discriminazione ecc). Noi pensiamo che, di fronte alla vastità delle questioni coinvolte, lo Stato non dovrebbe basare le sue azioni sulle emozioni e inclinazioni soggettive di ciascuno, ma dovrebbe, al contrario, fondarle sulla ragione. Ora, questo chiaramente implica il mantenere il divieto della PMA alle coppie omosessuali e della GPA a tutte le coppie, sia omosessuali che etero.

    Incarnare totalmente la propria omosessualità implica anche accettarne i limiti.
    PMA per coppie di donne e GPA per tutti

    Taluni avanzano come argomento che è discriminatorio autorizzare la PMA alle coppie eterosessuali e vietarla alle coppie omosessuali femminili. Noi rifiutiamo questo argomento. In effetti, la PMA per le coppie etero, già è inclusa nel nostro quadro di Assistenza Medica alla Procreazione (AMP). È un trattamento medico che permette di rimediare a una condizione di infertilità di una coppia eterosessuale. Effettivamente, l’ordine naturale delle cose implica che una coppia eterosessuale sia normalmente fertile. L’infertilità può quindi assimilarsi a una malattia, ed è quindi normale che sia coperta da un trattamento medico. Ora, una coppia di donne è oggettivamente e per definizione sterile. Loro non soffrono quindi di alcuna condizione medica o malattia che giustifichi il loro accesso alla PMA. Ci spingeremo anche più in là, affermando che, permettere l’accesso alla PMA alle coppie di donne, fa intendere che queste siano malate -in quanto la PMA è un trattamento medico- e questo rappresenterebbe un enorme passo indietro, non di poco conto.

    Noi ci opponiamo anche alla legalizzazione della PMA per le coppie di donne, in quanto questa apre il vaso di Pandora che porterà naturalmente alla legalizzazione anche della GPA (benché questa si rivolga a tutte le coppie, omosessuali e non, ed è notoriamente promossa dalle sedicenti associazioni LGBT come un mezzo per permettere alle coppie di uomini di “concepire” un bambino). In effetti, anche se di natura differente, la PMA per le coppie femminili e la GPA sono rivendicate nel nome della pretesa di un nuovo diritto per le coppie omosessuali, e cioè il diritto al bambino. Ora, nel nome di un principio di uguaglianza, sarà impossibile proibire la GPA una volta che la PMA per le coppie di donne sarà legalizzata. In effetti, nel nome di cosa gli omosessuali uomini non avrebbero, anche loro, il diritto ad accedere alla nuove tecniche che permettono loro di “concepire” un bambino?

    Qui principalmente c’è in gioco la mercificazione della donna vista come “mezzo” al servizio di una coppia che affitterà il suo utero affinché porti in grembo il loro bambino. Ora, dopo decenni di femminismo, è difficilmente concepibile che al giorno d’oggi la mercificazione dei corpi delle donne appaia nei discorsi distorti discorsi liberali. In tal senso, l’argomento secondo cui alcune donne mettano a disposizione il proprio utero sia etico in quanto lo fanno in maniera libera e consensiente ci sembra assurdo. Questo potrebbe in effetti negare tutta la dimensione di un principio morale fondamentale e caratteristico della nostra civilizzazione occidentale, riassunta notoriamente dall0imperativo pratico Kantiano “Agisci in maniera tale da trattare l’umanità come una finalità, e mai semplicemente come un mezzo”.
    Questo imperativo si pone al cuore di un principio di dignità umana che si ha il diritto di esigere dall’altro, e che tutta la razza umana deve esigere da sé stessa. In tal senso, esiste una moltitudine di esempi dove la legge proibisce certi comportamenti e pratiche, quand’anche ciò non concerne altri, se non noi stessi: non portare la cintura di sicurezza in macchina è pericoloso solo per sé, ed è per tanto illegale (non si può invocare la libertà individuale di non portarla), lanciare nani è proibito (indipendentemente dal consenso dell’interessato), io non possono consumare droga (anche se farlo apporterebbe danni solo a me stesso), e se faccio danno alla mia integrità fisica e mi automutilo, è possibile che sia internato a forza in un ospedale psichiatrico. Quindi, perché la società dovrebbe accettare che certe donne reifichino il loro proprio corpo affittando il porprio utero, col pretesto di essere consenzienti?
    Per finire, il carattere etico della GPA sarebbe presumibilmente garantito dal divieto di remunerazione della gestante, per il carattere altruista che motiverebbe la sua decisione di affittare il suo utero. Argomento inconcepibile, ancora una volta, in quanto l’assenza di remunerazione o l’altruismo del gesto non sminuiscono il fatto che il corpo sia comunque reificato, in quanto la gravidanza non è un’attività, ma una condizione.

    Infine, la reificazione della donna si aggiunge a quella del bambino: l’oggetto di una transazione contrattuale, quest’ultimo diventa lui stesso un oggetto e non più una persona. Noi stimiamo, inoltre, che sia inammissibile che degli individui ignorino il dividio di GPA in Francia facciano ricorso a delle gestanti all’estero e chiedano, una volta tornati in Francia, il riconoscimento dello Stato civile dei loro diritti parentali sul bambino ottenuto in questo modo. Qui ci vediamo un modo disonesto e meschino di mettere lo Stato francese con le spalle al muro. Queste persone si sono volontariamente messe contro la legge, non possono quindi finire col chiedere allo Stato francese una regolarizzazione della loro posizione, in quanto la GPA in Francia è illegale. In tal senso, l’esistenza in francia di bambini nati con la GPA all’estero non possono in nessun caso motivare un adattamento o modifica dell’attuale legislazione francese, poiché le regola non si deve fondare sull’eccezione, né sul fatto che tale pratica sia legale all’estero.
    Noi qui riconosciamo comunque la precarietà della situazione dei bambini che subiscono le cosneguenze dell’irresponsabilità dei loro “genitori” e dei loro intenti. Riconosciamo anche l’importanza di trovare delle soluzioni nell’interesse superiore di questi bambini. COmunque rifiutiamo che l’unica risposta sia quella di un tradimento da parte dello Stato francese delle proprie leggi, riconoscendo diritti genitoriali ad individui che abbiano ricorso alla GPA all’estero.
    Anzi, mantenere il divieto di GPA in Francia (così come in Germania, Italia, Svizzera, Spagna, Danimarca, Sveia, Finlandia, Paesi Bassi, Québec, ecc) va nell’interesse della protezione di una concezione umanista della procreazione, nell’interesse della difesa dei più vulnerabili, e che rispetta il divieto di ogni sfruttamento e reificazione dell’essere umano. In questa prospettiva, il ruolo dello Stato non è assicurare l’accesso a sempre più diritti individuali, ma di proteggere i più deboli contro l’eccesso di individualismo e di preservare una certa concezione dell’Uomo.

    Progresso tecnico e moralità
    La PMA per le coppie di donne e la GPA, presentate falsamente come degli avanzamenti che permettano alle donne e agli uomini omosessuali di “cocepire” un bambino non sono che dei progressi tecnologici. Ora, i progressi tecnologici non sono necessariamente dei progressi morali. In tal senso, sono assiologicamente neutri e non ci dicono niente sull’uso morale che se ne fa. Chi parteggia per la PMA per le coppie di donne e per la GPA si nasconde dietro alla lotta contro l’omofobia per fare accettare questa pratica. Noi ci rifiutiamo di asservire la causa morale -sebbene sacrosanta e in nome della libertà- a una visione arcaica e regressiva dell’umano.
    Per finire, di fronte a quelli che affermano che le nostre posizioni tolgano agli omosessuali ogni possibilità di diventare genitori, qui ancora rispondiamo che ciò è falso. In effetti, non esiste al giorno d’oggi in Francia alcuna legge che vieti alle persone omosessuali di diventare genitori (sono i mezzi attraverso i quali essi vogliono divnetarlo -vale a dire GPA ed PMA per le coppie di donne- ad esserlo). In tal senso, mentenere il divieto della PMA per le coppie di donne e la GPA non impedisce la possibilità di una riflessione approfondita sulle alternative etiche disponibili per gli omosessuali che intendano avere dei figli.
    (Le Figaro, 8/5/2019)

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