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Nel periodo dall’uno al nove dicembre 2014, ho avuto il privilegio di visitare il Rojava, come membro di una delegazione di accademici austriaci, tedeschi, norvegesi, turchi, inglesi e americani. Ci siamo riuniti a Erbil, Iraq, il 29 novembre e abbiamo passato il giorno successivo a sentirci raccontare cose sul petrostato conosciuto come KRG (Governo Regionale Curdo), la sua politica petrolifera e doganale, i partiti in lotta tra loro (KdP e PUK) e le evidenti aspirazioni a emulare il dubai. Ben presto ne abbiamo avuto abbastanza, e il lunedì mattina abbiamo avuto il sollievo di andare fino al Tigri per passare la frontiera con la Siria ed entrare nel Rojava, la regione autonoma della Siria del nord, a maggioranza curda. Il canale del fiume Tigri è stretto, ma la gente della rivoluzione politica e sociale che abbiamo incontrato sull’altra sponda non poteva essere più diversa dal KRG. Allo sbarco, siamo stati accolti dall’Asayis, la forza rivoluzionaria civile di sicurezza. L’Asayis rifiuta l’appellativo di polizia, perché la polizia serve lo stato, mentre loro servono la società. Nei nove giorni successivi, abbiamo avuto modo di venire a contatto con l’autogoverno rivoluzionario del Rojava nel corso di una full immersion vecchio stile (senza internet a distrarci). I due organizzatori della nostra delegazione (Dilar Dirik, un giovanotto di talento, dottore di ricerca della Cambridge University, e Devris Cimen, presidente del Civaka Azad, il centro curdo d’informazione pubblica in Germania) ci hanno accompagnati in una visita intensiva alle varie istituzioni rivoluzionarie. il Rojava consiste di tre cantoni geograficamente non contigui; noi abbiamo potuto vedere solo quello più a est, Cizire, a causa della guerra in atto contro lo Stato Islamico, che infuria a ovest, soprattutto a Kobane. ovunque siamo stati accolti con calore. All’inizio, l’incaricato del ministero degli Esteri, Amine Ossi, ci ha presentato la storia della rivoluzione. Il regime Baath, con il suo governo a partito unico, sostiene che tutti i siriani sono arabi e ha tentato di «arabizzare» i quattro milioni di Curdi del paese, privandoli della loro identità e togliendo la cittadinanza a chi si opponeva. Dopo le insurrezioni della Primavera Araba nel 2011, condotte dai gruppi di opposizione in Tunisia ed Egitto, anche in Siria ci sono state rivolte, che hanno dato inizio alla guerra civile. Nell’estate del 2012 il regime nel Rojava è crollato (i Curdi hanno fatto poca fatica a convincere i suoi funzionari a staccarsene in modo non violento). i Rojavani (uso questo termine perché anche se la maggioranza è curda, ci sono anche arabi, assiri, ceceni e altri) si sono trovati di fronte alla necessità di scegliere se allinearsi con il regime che li aveva perseguitati o con i gruppi militanti di opposizione, per lo più islamici. I Curdi del Rojava sono relativamente secolari, quindi hanno rifiutato entrambi gli schieramenti e hanno deciso invece di percorrere una Terza Via, basata sulle idee di Abdullah Öcalan, il leader curdo incarcerato, che ripensavano il problema curdo, la natura della rivoluzione e una modernità alternativa allo stato nazionale e al capitalismo. All’inizio, sotto la sua leadership, i Curdi hanno lottato per costruire uno stato ma qualche decennio dopo e sempre sotto la sua leadership, il loro obiettivo ha cominciato a cambiare: ora rifiutano lo stato perché fonte di oppressione e vogliono invece l’autogoverno, una democrazia popolare. Traendo spunto in modo eclettico da varie fonti, storiche, filosofiche, politiche e antropologiche, Öcalan ha proposto il nome di Confederalismo Democratico per il suo programma di democrazia dal basso, uguaglianza di genere, ecologia ed economia cooperativa. L’insieme delle istituzioni che mirano a mettere in pratica questi principi, non solo come autogoverno democratico ma anche in fatto di economia, educazione, salute, rapporti tra i sessi, è detta Autonomia democratica.

Il patto sociale

secondo la loro Terza Via, i tre cantoni del Rojava hanno dichiarato l’Autonomia democratica e l’hanno istituita formalmente in un «patto sociale» (termine non statuale usato al posto di «costituzione»). Secondo il loro programma, hanno creato un sistema di autogoverno popolare, basato su assemblee di quartiere (comprendenti ciascuna diverse centinaia di famiglie) cui tutti possono partecipare, dove il potere sorge dal basso all’alto attraverso rappresentanti eletti a livello cittadino e cantonale. Quando la nostra delegazione ha visitato il quartiere di Qamislo, abbiamo partecipato a un meeting del consiglio popolare locale, dove erano discussi problemi riguardanti l’energia elettrica, le donne, la risoluzione di conflitti, le famiglie dei martiri. Uomini e donne partecipavano insieme. Un’altra volta, sempre a Qamislo, abbiamo assistito a un’assemblea di donne che trattavano problemi di genere. Le questioni di genere sono di particolare importanza in questo progetto di emancipazione umana. Ci siamo resi conto, ben presto, che la Rivoluzione del Rojava è fondamentalmente una rivoluzione delle donne. Questa parte del mondo ospita tradizionalmente l’estrema oppressione patriarcale: nascere donna significa rischio di abuso violento, matrimoni infantili, delitti d’onore, poligamia e peggio. Ma oggi le donne del Rojava hanno scosso quella tradizione e partecipano pienamente alla vita pubblica: a ogni livello politico e sociale, la leadership istituzionale è incarnata da due soggetti, un funzionario maschio e una funzionaria femmina, in virtù dell’eguaglianza di genere e anche per evitare che il potere si concentri nelle mani di un’unica persona. Rappresentanti del Yekitiya Star, l’organizzazione che riunisce tutti i gruppi femminili, ci hanno spiegato che le donne sono essenziali per la democrazia, al punto di definire l’antagonista della libertà femminile non la cultura patriarcale, ma lo stato nazionale e la modernità capitalista. La rivoluzione delle donne mira a liberare tutti. Loro sono quello che era il proletariato nelle rivoluzioni del secolo scorso, per la trasformazione profonda non solo della condizione femminile ma di ogni aspetto della società. Anche gli aspetti tradizionalmente maschili come le attività militari. Alle unità di protezione popolare (YPG) si sono unite le YPJ, unità femminili che difendono la società contro le forze jihadiste ISIS e Al-Nusra, sia con i kalashnikov sia con un impegno, forse ugualmente formidabile, non solo per la sopravvivenza della propria comunità, ma anche per le sue concezioni e aspirazioni politiche. Nel corso di un meeting YPJ, ci è stato detto che nell’istruzione delle combattenti è previsto non solo l’addestramento ad attività pratiche come le armi, ma anche all’Autonomia democratica. noi combattiamo per le nostre idee, rilevavano ogni volta. Due delle donne che abbiamo incontrato erano state ferite in battaglia; una stava seduta con una flebo al braccio, l’altra si appoggiava a una stampella di metallo; entrambe facevano smorfie di dolore, ma partecipavano ugualmente alla sessione, con forza d’animo e autodisciplina.

Autonomia democratica

i Rojavani combattono per la sopravvivenza della propria comunità ma soprattutto per le proprie idee, come ci dicevano le donne dell’YPJ. Per loro, l’attuazione della democrazia viene anche prima della difesa etnica. Nel patto sociale è infatti previsto l’accoglimento anche di altre minoranze, sia etniche (arabi, ceceni, assiri) sia religiose (mussulmani, cristiani e yazidi). L’Autonomia democratica in pratica sembra tendere ad accettare tutte le minoranze, senza imporsi ad altri contro il loro volere, lasciando la porta aperta a tutti. Quando la nostra delegazione ha chiesto a un gruppo di assiri se avessero obiezioni da muovere all’Autonomia Democratica, ci hanno risposto di no. In nove giorni, abbiamo passato al setaccio tutti i possibili problemi del Rojava, e i nostri interlocutori ammettevano candidamente di non essere affatto esenti da difetti. Per ciò che ho potuto vedere, comunque, nel Rojava c’è l’aspirazione a conformarsi a un modello di tolleranza e pluralismo in una parte del mondo che ha visto troppo fanatismo e repressione, e almeno ciò merita il nostro apprezzamento, quale che sia il loro successo. il modello economico del Rojava è «il medesimo del suo modello politico», ci ha detto un consigliere economico a Derik: creare una «economia comunitaria», «costruire cooperative in tutti i settori, educando la gente a tale idea». Il consigliere si è detto soddisfatto che, nonostante il 70 per cento delle risorse del Rojava sia destinato allo sforzo bellico, l’economia riesce comunque a soddisfare le necessità fondamentali di tutti. si battono per l’autosufficienza, è inevitabile, poiché il paese è sottoposto a un embargo. Non può né esportare né importare alcunché dal paese più vicino, la Turchia, cui non parrebbe vero che l’intero progetto curdo sparisse. Anche quelli del KRG, curdi anche loro ma indebitati con la Turchia, osservano l’embargo, sebbene adesso il commercio transfrontaliero tra KRG e Rojava sia aumentato, sulla scia degli sviluppi politici. Al paese continuano a mancare risorse, ma ciò non smorza il loro spirito: «C’è solo pane, ma ognuno riceve comunque la sua parte», ci ha detto il consigliere. Abbiamo visitato una scuola di economia e alcune cooperative: una di cucito, che fa le uniformi per le forze di difesa; una serra a derik, dove si producono cetrioli e pomodori; una cooperativa lattiero-casearia a Rimelan, dove stavano costruendo il nuovo capannone. Le aree Kurdish sono le parti più fertili della Siria, e forniscono una gran quantità di grano, ma il regime Baath ha deliberatamente mantenuto la zona in stato pre-industriale, come fonte di materie prime. Sicché il grano è coltivato ma non può essere trasformato in farina. Abbiamo visitato un mulino di nuova costruzione, costruito con materiali locali. Lì, si produce oggi la farina per il pane consumato in Cizire. I residenti ricevono tre forme al giorno. Allo stesso modo, Cizire era la fonte principale del petrolio siriano, con migliaia d’impianti, soprattutto nella zona di Rimelan. Ma il regime Baath ha voluto che il Rojava non avesse raffinerie, costringendo a trasportare il petrolio alle raffinerie che si trovano altrove. Dopo la rivoluzione, però, i Rojavani hanno «inventato» due nuove raffinerie, che sono usate principalmente per fornire nafta ai generatori che producono l’energia del cantone. L’industria petrolifera locale, se così possiamo definirla, produce solo per le esigenze locali, niente di più. Il livello d’improvvisazione presente in tutto il cantone è straordinario. Viaggiando attraverso il Rojava, non ho potuto fare a meno di meravigliarmi per la natura «fai da te» della rivoluzione, che si affida all’ingegnosità locale e agli scarsi mezzi a disposizione. Ma solo dopo aver visitato le varie accademie (l’accademia delle donne a Rimelan e l’accademia Mesopotamica a Qamislo) ho potuto rendermi conto che ciò fa parte integrante del sistema complessivo.

Rifiuto della gerarchia

Il sistema educativo nel Rojava non è tradizionale, nel senso che rifiuta le idee di gerarchia, potere, egemonia. Al posto della gerarchia insegnante-studente, gli studenti s’insegnano l’un l’altro e imparano dalla reciproca esperienza. Apprendono ciò che è utile, nelle materie pratiche; ricercano «il significato» (come ci è stato detto) nelle materie intellettuali. Non mandano a memoria, imparano a pensare con la propria testa e a prendere decisioni, per diventare padroni della propria esistenza. Imparano ad autogovernarsi e a partecipare all’Autonomia democratica. Dappertutto ci sono immagini di Abdullah Öcalan, il che a un occhio occidentale può suggerire qualcosa di orwelliano: indottrinamento, convinzioni imposte. Ma interpretare in tal modo quelle immagini, significherebbe perdere il senso dell’intera situazione. «Nessuno ti regala ciò che è tuo diritto» (ha detto qualcuno, citando Öcalan) «devi lottare per ottenerlo». Per portare avanti tale lotta, i Rojaviani sanno che devono educare se stessi e la società. Öcalan ha insegnato il Confederalismo Democratico come corpo di principi; a loro spetta realizzarli nell’Autonomia democratica, e mettersi nelle condizioni di farlo. I Curdi, storicamente, hanno sempre avuto pochi amici. Sono stati ignorati dal trattato di Losanna, che dopo la prima Guerra Mondiale ha diviso il Medio Oriente. Per la maggior parte del secolo passato, hanno sofferto in quanto minoranza in Turchia, Siria, Iran e Iraq. La loro lingua e la loro cultura sono state soppresse, la loro identità negata, i loro diritti umani dimenticati. Stanno dalla parte sbagliata della Nato, dove è la Turchia che conduce le danze sulle questioni che li riguardano. Sono sempre stati degli stranieri. È stata un’esperienza brutale, di tortura, esilio e guerra, che però ha dato loro forza e indipendenza mentale. Öcalan ha insegnato a ricostruire i termini della loro esistenza in un senso che ha dato loro dignità e auto-stima. Questa rivoluzione fai da te, condotta da un popolo convinto, subisce l’embargo dei suoi vicini e vive fra enormi difficoltà. È però uno sforzo che fa progredire le prospettive umane. Alla fine del ventesimo secolo, molti traevano le peggiori conclusioni sulla natura umana, ma adesso, all’inizio del ventunesimo, i Rojavani stanno creando un nuovo modello di ciò che gli esseri umani sono capaci di fare. Chiunque abbia un briciolo di fede nell’umanità, dovrebbe sostenere i Rojavani e la loro rivoluzione, facendo il possibile per garantirne il successo. Dovrebbe chiedere che i propri governanti smettano di permettere alla Turchia di attuare una politica internazionale contro i Curdi e la loro Autonomia Democratica. Dovrebbe chiedere la fine dell’embargo al Rojava. I membri della delegazione di cui ho fatto parte (anche se non sono un’accademica) hanno lavorato bene. Pur simpatizzando per la rivoluzione, hanno posto domande provocatorie, sulle prospettive economiche del Rojava, sulle questioni etniche, sul nazionalismo e altro. i Rojavani che abbiamo incontrato erano abituati a confrontarsi con problemi difficili, e hanno sempre risposto in modo esauriente, anche accettando le critiche. Chi fosse interessato a sapere di più circa la Rivoluzione del Rojava può aspettare i prossimi scritti degli altri membri della delegazione: Welat (Oktay) Ay, Rebecca Coles, Antonia Davidovic, Eirik Eiglad, David Graeber, Thomas Jeffrey Miley, Johanna Riha, Nazan Üstündag e Christian zimmer. Quanto a me, ho da dire molto di più di quanto può essere contenuto in questo breve articolo e ho in programma un lavoro successivo, anche con i disegni che ho fatto durante il viaggio.


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Janet Biehl

Janet Biehl è una teorica dell’ecologia sociale statunitense nata a Cincinnati nel 1953. È conosciuta anche per essere stata la più stretta collaboratrice e la compagna di Murray Bookchin. Finding our Way. Rethinking Ecofeminist Politics (1991), ecofascism: Lessons from the German Experience, in italiano Ecofascismo, lezioni dall’esperienza tedesca (1996) The Politics of Social Ecology: Libertarian Municipalism (1997) The Murray Bookchin Reader (1997)


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