1907. Il primo, grande, Bailout

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A proposito delle vicende dei salvataggi bancari, si ricorre frequentemente all’utilizzo di una coppia di termini inglesi, “Bailout” e “Bailin”. Dopo qualche spiegazione elargita due-tre mesi fa, attualmente si utilizzano queste parole ormai con disinvoltura dandone per scontata la conoscenza da parte del largo pubblico. Tecnicamente per “Bailout” o “Bail-out”, si intende un intervento attraverso il quale il governo fornisce assistenza finanziaria a imprese o soggetti economici in difficoltà, mentre il suo contrario indica la stessa azione perseguita però attraverso i capitali dei proprietari dei soggetti medesimi.I termini in questione cominciarono ad essere adoperati negli Stati Uniti sin dal 1791 ma ciò accadde in modo vero e proprio con la crisi del 1907. Un secolo dopo, con la crisi del 2008, una parte della pubblicistica li ha recuperati per cogliere differenze e/o analogie con il 1907. Proporre questo paragone oggi non costituirebbe niente di originale, è stato fatto quasi subito. Robert Bruner e Sean Carr, per esempio, hanno pubblicato già nel 2008 un ottimo saggio, “The Panic of 1907: Lessons learned from the Market’s Perfect Storm”. Eppure, uno sguardo più accurato alla cronaca e allo stesso tempo volto a cogliere le radici meno visibili di quei salvataggi e le correlate logiche economiche, forse può essere di qualche utilità.

 

 

Per comprendere la natura della crisi del 1907 bisogna trasferirci nel cuore dell’economia degli Stati Uniti d’America, che era già il più ricco Paese del mondo. In quell’anno, la Borsa di New York vide perdere i suoi titoli per quasi la metà del loro valore rispetto all’anno precedente. Se da un lato questo fu spiegabile con una fase di generale recessione economica, dall’altro vanno considerate essenzialmente le circostanze specifiche: innanzitutto l’assenza di un’autorità borsistica capace di sorvegliare e proteggere i depositi bancari, dall’altro (ma è collegabile) l’esito disastroso di un’acrobatica operazione di rialzo artificiale del prezzo delle azioni di un importantissimo produttore di rame, fondamentale per l’industria elettrotecnica, quale era la “United Copper Company”. Vediamo come e perché. I maggiori azionisti di quella società, i fratelli Heinze, ma soprattutto Otto ed Augustus Heinze, paventando probabilmente una speculazione da parte di mediatori che avevano preso in prestito delle azioni della loro società, detta “vendita allo scoperto”, ritennero di organizzarne una ai danni degli altri di segno uguale e contrario. La vendita allo scoperto consiste nella vendita di azioni non di proprietà del venditore ma prese in prestito. L’intento è quello di ottenere un profitto a seguito di un ribasso borsistico strutturato come segue. Quando si prevede (o si induce) un ribasso, chi ha preso in prestito le azioni e le ha vendute ci guadagna perché incassa il valore di quotazione al momento della vendita e quando passa un determinato, breve, periodo di tempo (questa operazione, infatti, in inglese si chiama short selling) compra le azioni che ha preso in prestito pagando al proprietario il valore delle stesse al momento della restituzione non quello della vendita; dal che il possibile profitto. Era questa la preoccupazione degli Heinze che ritennero di essere in grado di realizzare la medesima manovra ma in direzione esattamente opposta, per speculare anche loro, ma in modo, diremmo tombale.

In ciò trovarono la volenterosa collaborazione di Charles Morse, un finanziere d’assalto che non era nuovo a simili operazioni. In particolare, Otto Heinze pensò di acquistare quante più azioni fosse possibile della sua stessa “United Copper”, fino a che la sua famiglia ne diventasse praticamente l’unica detentrice. In quelle settimane, tra l’altro, circolavano notizie provenienti dall’Alaska, dove la famiglia Guggenheim sembrava avere messo le mani su grandi giacimenti di rame. In effetti era vero ma l’estrazione a livello industriale di tanto rame da insidiare quello degli Heinze sarebbe iniziata con il 1910, per entrare a regime pieno solo verso il 1916.

Per finanziare il progetto, Otto Heinze si rivolse innanzi tutto alla banca accreditata “Knickerbocker Trust Company” la quale, come è d’uso, coinvolse nell’operazione altre banche minori. Ottenuto il prestito, Heinze incominciò a comprare tutte le azioni che poteva, il cui prezzo salì in un giorno da 39 a 52 dollari. Nei piani di Otto Heinze, infatti, rastrellando la maggior quantità possibile di azioni della “United Copper”, il loro prezzo sarebbe salito molto in alto per il classico effetto rialzista dell’andamento borsistico. In questo modo, pensavano gli Heinze, i venditori allo scoperto, non essendo più in grado di trovare azioni “United Copper”, non avrebbero avuto altra scelta che rivolgersi agli stessi Heinze, i quali avrebbero fissato il prezzo con forte vantaggio. Le cose, invece, non andarono così, a partire dalle paventate notizie dall’Alaska sulla famiglia Guggenheim che sembrava avesse messo le mani su grandi giacimenti rame.

Intanto, nell’immediato, il problema divenne ben altro e cioè che i mediatori, proprio quelli da parte dei quali gli Heinze temevano una vendita allo scoperto, riuscirono a trovare una quantità residua di azioni della “United Copper” da fonti diverse da quelle note ad Heinze e Morse e per giunta in quantità tale da potere rimetterle sul mercato in modo pesante, ribassista. Quelle vendite fecero crollare il prezzo delle azioni fino a 10 dollari. Le azioni della“United Copper” furono anche scambiate fuori dalla sala della New York Stock Exchange, in un mercato all’aperto che si teneva letteralmente sul marciapiede. Gli Heinze si ritrovarono con un controvalore azionario minimo e un’esposizione massima. Così, dovettero comunicare alla banca capofila che non avevano né soldi, né garanzie né controvalore azionario tali da onorare il debito. Augustus Heinze fallì e la sua impresa di intermediazione, la “Gross & Kleeberg”, fu costretta a chiudere. Lo stesso per il secondo dei tre fratelli Heinze, il citato Otto, che era tra l’altro proprietario di una banca, la “State Savings Bank of Butte” che dichiarò a tempo record la propria insolvenza. Era infatti proprio nella città di Butte, nel Montana, che era iniziata la fortuna degli Heinze; era lì che erano stati scoperti i giacimenti di rame e da lì era iniziato il viaggio di quella famiglia nell’alta finanza. A ruota, le banche coinvolte assistettero a una corsa agli sportelli senza precedenti da parte dei propri clienti. In breve la “Knickerbocker” dovette dichiararsi insolvente e con lei le banche e fiduciarie connesse all’operazione.

Vista la situazione, le altre banche americane interruppero i prestiti agli operatori di borsa, ragion per cui i tassi di interesse salirono e i valori azionari crollarono. La sfiducia si estese a due altre grandi banche, la “Trust Company of America” e la “Lincoln Trust Company”. Quando poi sempre più risparmiatori andarono a ritirare i propri depositi dalle banche locali non sapendo che rapporti intercorressero fra quelle e le grandi, sembrò l’inizio della fine: dopo neanche due giorni già il panico contagiava tutta la nazione. In alcuni Stati, California, Oregon e Nevada, il denaro sembrò scomparire perché i rispettivi Governatori imposero d’autorità una settimana di vacanza (sic) alle banche perché potessero stare chiuse senza incorrere in denunce. In South Dakota, Indiana, Iowa e Oklahoma si promulgarono leggi ad hoc che imponevano ai clienti delle banche di non superare il prelievo giornaliero di 10 dollari. Eppure, non vi fu un vero naufragio. Perché?

Tutto o quasi si dovette, almeno inizialmente, all’iniziativa del finanziere J. P. Morgan che, avendo compreso che cosa stava per accadere, impegnò grandi somme di sua personale proprietà (non delle sue aziende) per comprare azioni, non per venderle. J. P. Morgan nel 1907 aveva settant’anni ed era sulla piazza di Wall Street da 36 anni. Riflettiamoci. Tutta l’operazione era iniziata il 14 ottobre e già il 23 J. P. Morgan era entrato in azione: convocò i presidenti delle banche della città nel suo ufficio. Questi cominciarono ad arrivare alle 14.00; Morgan li informò che almeno 50 società di intermediazione di Wall Street sarebbero fallite a meno che non fossero riusciti a raccogliere 25 milioni di dollari entro 10 minuti. Alle 14.16 i presidenti di 14 banche avevano messo insieme 23,6 milioni di dollari. Il denaro raggiunse il mercato alle 14.30, in tempo per terminare le negoziazioni del giorno, ed entro la chiusura del mercato che come sempre era alle ore 15.00 (Morgan aveva già rifiutato eroicamente di accettare la proposta del direttore della Borsa di modificare l’orario di chiusura). Erano stati raccolti ben 19 milioni di dollari.

La mossa di J. P. Morgan convinse a fare lo stesso gli altri magnati di New York, come Rockefeller, che aveva 68 anni ed era sulla stessa piazza da più di trent’anni. Il grande imprenditore fece, infatti, arrivare a J. P. Morgan direttamente e senza alcun contratto, di propria spontanea volontà, ben 50 milioni di dollari per continuare l’azione di copertura, vale a dire più del doppio di quanto avesse raccolto Morgan. Quest’ultimo, nel frattempo, aveva già telegrafato ai Morgan di Londra, spiegando che a quel punto era la finanza mondiale ad essere in pericolo, non il solo sistema industriale. I partner londinesi compresero e caricarono sul transatlantico “Lusitania” in partenza per New York un ingente quantitativo di lingotti d’oro, assai probabilmente la maggiore quantità di oro mai trasportata nella storia in un solo viaggio; destinazione, il mercato finanziario. Nel contempo, mentre il Tesoro degli Stati Uniti versava nelle banche 25 milioni di dollari per farle stare in piedi, la “New York Clearing House”, cioè la Banca della Camera di compensazione di New York, emise certificati di prestito pari a 100 milioni dollari affinché fossero negoziati tra le banche per sistemare i reciproci saldi, consentendo loro di mantenere riserve di liquidità per i depositanti. In pratica, fu immessa una grandissima quantità di denaro nel sistema, anche se sotto forma di certificati e non di banconote. Questa emissione non era affatto semplice, perché molte banche esposte non erano associate a quella istituzione e, di conseguenza, come fece osservare lo stesso J. P. Morgan, non si trattava di soggetti noti sui quali fare una valutazione. Eppure si procedette.

Il sistema creditizio degli Stati Uniti era salvo. Si era trattato di una delle forme di Bailout più vigorose della storia finanziaria americana.

Le ripercussioni sulla produzione industriale statunitense furono, invece, durissime; essa perse l’11%. Quell’anno vide il secondo maggior volume di fallimenti mai verificatisi nella storia fino a quella data. Le importazioni diminuirono del 26%. Nel solo mese di novembre del 1907 i fallimenti di imprese aumentarono del 47%. Si verificarono licenziamenti di massa e l’indice di disoccupazione balzò dal 2,8% all’8%. Le piccole aziende conobbero un calo immediato del valore delle loro azioni in media di 10,4 punti percentuali; il rendimento del loro capitale scese del 13,1%, il relativo tasso di dividendo perse il 22%. Non è finita: per le piccole aziende il costo medio di interesse da pagare per approvvigionarsi denaro aumentò dell’8,3%, rispetto ai livelli medi pre-panico. Ciò volle dire, come è ovvio, che persero in capacità di investimento che scese del 50% rispetto al 1906. In Europa ne risentirono per primi il cartello della ghisa di Düsseldorf e molti cantieri navali britannici. Ma era solo l’inizio, ovviamente.

L’assenza di quel che inglese è noto come Lender of last Resort (traducibile in italiano con “Presta­tore di ultima istanza”) impedì che quando ci si rese conto del disastro, qualcuno, in parole povere, fosse in grado di rimediare in termini diretti, cioè bancari. Ciò favorì/obbligò un salvataggio esterno e di carattere privatistico. Non di meno, data la portata di quella operazione, ci si incominciò a chiedere se in fin dei conti il vecchio continente non avesse qualcosa da insegnare. Imbalsamato come doveva sembrare agli americani, e aggiungerei giustamente, tuttavia il sistema creditizio europeo disponeva di un’istituzione volutamente assente negli Stati Uniti, ovvero la banca centrale. Pur non concependola come banca, tuttavia le amministrazioni degli Stati Uniti iniziarono a costruire qualcosa di equivalente.

La dimostrazione che quella di rassegnarsi a un organismo di controllo di carattere federale, e dunque pubblico, non fu una scelta facile è data dal fatto che solo nel 1913, con il “Federal Reserve Act”, gli Stati Uniti si sarebbero dotati di un’istituzione equivalente alle banche centrali dei maggiori Pesi europei. Essa era composta dalle banche di 12 distretti federali, non fu chiamata “banca”, bensì “Federal Reserve”.

 


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Pierluigi D'Eredità

E' uno studioso che si è formato nell'area dell'ermeneutica storica. Ha collaborato con la cattedra di filosofia della storia presso l’Università di Palermo tenendo inoltre anche alcuni corsi di filosofia della politica. E' stato cofondatore e redattore della rivista “Nuovo Romanticismo”. Ha tenuto un corso sull’interpretazione di Hegel che è culminato nella partecipazione al testo “Hegel come segno storico”. In quell’ambito hanno preso corpo anche alcune pubblicazioni fra le quali spiccano due, uno studio sull’atto formale in Tommaso d’Aquino e l’altra su H. G. Gadamer a proposito de "La controversia ermeneutica". E’ passato poi all'area storico-economica e in particolare alla teoria e storia dello sviluppo economico. E' stato uno dei curatori di uno studio sullo sviluppo economico europeo nel settore dell'economia dei trasporti per conto dell'allora Ministero del Commercio con l'estero in quanto consulente di un'importante azienda nazionale. Ha lavorato per molte altre Società come consulente strategico d’impresa. E' stato Consigliere di Amministrazione dell'Ente Regionale per il Diritto allo studio Universitario di Udine. Come storico dello sviluppo economico ha pubblicato la Storia dello sviluppo economico medievale per MIMESIS.


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