I quaderni neri di Wittgenstein

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Non credo di essere daltonico e so benissimo che quelli di Wittgenstein erano marrone e blu, ciononostante credo che anche per l’irascibile filosofo-non filosofo austro-cambridgense si possa aprire un quaderno dello stesso colore di quelli di Heidegger. La fonte è un libro piuttosto datato (2001) di due giornalisti, con studi filosofici ad Oxford, della BBC David Edmonds e John Eidinow (La lite di Cambridge, trad. it. Garzanti 2002) che tratta della famosa serata di Cambridge, quando pare che Wittgenstein abbia brandito, non si sa quanto minacciosamente o quanto esemplarmente, cioè per fare un esempio, un attizzatoio contro Popper. Era il 25 ottobre del 1946 e l’altro austriaco di passaggio a Cambridge fu invitato dal Moral Science Club, di cui Wittgenstein era in quel momento presidente, a tenere una delle note conferenze del giovedì. Di sfuggita si potrebbe notare come una curiosa infrazione ai suoi principi quello di diventare presidente di un Moral Club. Ma si potrebbe aggiungere, a parziale giustificazione, che questo è il secondo Wittgenstein e l’interdetto sull’etica del Tractatus e delle Lezioni del 1929 (sull’etica, l’estetica e la credenza religiosa) era stato ritrattato dalle somiglianze di famiglia e dai giochi linguistici. Il tema della discussione al Moral era se esistono autentici problemi filosofici, come Popper sosteneva, o solo dei rompicapo, come pensava Wittgenstein. Fu la prima volta che i due austriaci si vedevano e fu anche l’ultima. In verità a quell’epoca Wittgenstein era già cittadino britannico da sei anni. Nonostante fosse ritornato a Cambridge già da una decina d’anni non aveva mai pensato di prendere la nazionalità fino a quando si accorse che non avrebbe potuto far ritorno in Austria con il suo passaporto, per strappare le sorelle Hermine ed Helene dalla persecuzione nazionalsocialista, perché pure lui avrebbe rischiato. Lui ci sarebbe anche andato, ma fu Sraffa a distoglierlo dal proposito, se prima non avesse acquisito la cittadinanza di un altro paese. Così diventò cittadino inglese e poté tornare prima a Vienna e poi a Berlino per condurre le trattative con la Reichsbank, senza incorrere nelle leggi razziali antiebraiche.

La conclusione fu che Ludwig, d’accordo con il fratello Paul riparato prima in Svizzera, poi in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, paesi nei quali custodiva il tesoro di famiglia, versò 1,7 tonnellate d’oro (1700 chili) ai nazisti per salvare le sorelle. Anche la sorella Margarete, quella del ritratto di Klimt, diede il suo contributo, rafforzato dall’influenza del marito Jerome Stonborough, cittadino americano ma ufficiale dell’intelligence canadese, dei figli Thomas, agente dell’ufficio per i servizi strategici (OSS fino al 1947, poi CIA) e di John, agente del controspionaggio militare canadese. Una rispettabile famiglia di servizi, che sul “Chicago Tribune” del 12 settembre 2012 rigettò sdegnosamente e compattamente, l’articolo è firmato John, Margarete e Jerome, cioè i nipoti, le accuse di collusione col nazismo che qualcuno gli aveva lanciato. L’oro convinse i nazisti ed Hermine ed Helene furono salve. 1 tonnellata e 700 chili d’oro rappresentavano il 2% dell’intero ammontare dei trasferimenti auriferi dall’Ostmark alla Reichsbank nel 1939. Nel 1920 il patrimonio dei Wittgenstein, al quale come si sa il filosofo-asceta rinunciò, a favore dei parenti, ammontava a 200 milioni di dollari. Il che fa probabilmente di Ludwigil filosofo più ricco della intera storia della filosofia, a parte forse l’imperatore filosofo Marco Aurelio. Le quasi due tonnellate d’oro versate ai nazisti devono essere state un duro colpo per le finanze dei Wittgenstein, ma lasciarono loro probabilmente qualche spicciolo per vivere. Ora una prima domanda da porci, che però non è quella più importante, è la seguente: chi ha giovato di più, concretamente, al nazismo? Wittgenstein o Heidegger? È un problema che non andrebbe lasciato ai filosofi ovviamente ma agli economisti. C’è anche un altro problemino, anche esso non di centrale rilevanza, di quelli che Ludwig relegava nell’indicibile, e cioè come la mettiamo con l’etica? Non mi riferisco tanto alla scelta di salvare le sorelle pagando una sorta di riscatto ad un regime che si preparava ad invadere la Polonia, la Befreiung alle sorelle venne rilasciata il 30 agosto 1939, quanto piuttosto ad un altro aspetto della vicenda.

Le leggi di Norimberga discriminavano gli ebrei in diverse categorie, erano considerati ebrei quelli che avevano tre su quattro nonni ebrei. Quelli che ne avevano due erano Mischlinge, cioè di razza mista, di primo grado, chi ne aveva uno solo era Mischlinge di secondo grado e benché non avessero la certezza di essere fuori pericolo, rischiavano di meno. I fratelli Wittgenstein avevano tre nonni ebrei e pertanto per loro non c’era scampo. Per questo motivo in un primo momento Paul, Hermine ed Helene si prodigarono per dimostrare che il nonno paterno Hermann Christian non era completamente ebreo. I controlli dei nazisti diventavano sempre più rigorosi ed intransigenti, al punto che nel 1939 su 2100 domande di revisione dell’ebraicità solo 12 vennero accolte. E fra esse quelle dei Wittgenstein. Il motivo dell’accoglimento fu proprio la riclassificazione da ebreo a tedesco del nonno Hermann. Il documento venne firmato da un dubbioso Kurt Mayer, il quale dichiarò di averlo fatto su ordine diretto di Hitler. Come si sa Hitler e Ludwig Wittgenstein avevano fatto le elementari nella stessa scuola, ma di certo non fu questo il motivo che convinse l’ex imbianchino, o artista, a venire incontro al mistico di Cambridge. La domanda di riclassificazione fu presentata dai fratelli, che probabilmente fecero carte false, ma a trattare coi nazisti a Berlino ci andò Ludwig, sulla base di quelle carte, ed ottenne di salvare le sorelle rinnegando le origini ebraiche del nonno e non l’ebraismo, al quale non si era mai sentito legato, per la verità. Ecco appunto, ed è questo l’argomento che mi pare decisivo, cioè la verità. È sulla questione della verità, cioè per una questione logica e non etica, filosofica e non pratica, che bisognerebbe ripensare il caso Wittgenstein. Il primo Wittgenstein pensava alla verità come rappresentazione dei fatti, e quindi anche delle carte e dei documenti; quando entrano in gioco le somiglianze di famiglia diventa tutto più sfumato e anche le radici e le parentele diventano metastabili e dipendono dal contesto. Si può essere ebrei in un contesto ed in un altro no. Siamo sempre disposti ad essere condiscendenti con i filosofi che ci sono simpatici, con i geni indiscussi ed estrosi, con quelli che conducono vite bizzarre o che optano per la morigeratezza e lo stile, e siamo sempre poco disposti ad approfondire i lati oscuri della loro esistenza. Bisognerebbe avere più coraggio anche con loro.

 

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Enrico Petris

Enrico Petris insegna Storia e Filosofia al liceo “G. Marinelli” di Udine, dove organizza le “Lezioni di storia aperte alla città”. È membro del direttivo della Sezione Friuli Venezia Giulia della Società Filosofica Italiana. Ha pubblicato Rosso, nero e Pasolini, Mimesis, 2015


'I quaderni neri di Wittgenstein' 1 commento

  1. 23 marzo 2016 @ 17:55 Pierluigi D'Eredita

    Articolo molto puntuale e accattivante; ottimo. Chi ha maggiormente giovato al nazionalsocialismo fra i due? Oro e pensiero, bella coppia. L’oro ai nazisti serviva, ovviamente, ma forse non sapremo mai quanto oro si sia trasformato in investimenti produttivi e quanto in valuta da tenere in Svizzera come sostegno nel caso il folle azzardo di una guerra mondiale andasse male. Al geniale Hjalmar Schacht, ministro per poco tempo dell’economia del III Reich, che sarebbe stato licenziato (perché troppo “borghese” e persino mezzo weimeriano ) ben prima di quel pagamento, sicuramente l’oro sarebbe servito, eccome. Invece al partito una buona riserva di valuta in Svizzera avrebbe forse fatto molta gola per averla a disposizione in caso di bisogno (cosa che avvenne con “Odessa”, e altro dopo il 1944). E poi, a parte il fatto che Schacht nel ’39 non aveva più potere reale nella Reichsbank, siamo sicuri che l’oro fosse finito nelle casse della Reichsbank e non del Partito? Se rispondessimo a questa domanda faremmo un passo nella risposta. Quanto all’incidenza dell’appoggio di Heidegger al regime, viene il dubbio che il consenso intellettuale tutto sommato ormai, nel 1939, non contasse molto, specie dopo la svolta populista della politica di regime, a partire dal 1937. Molto più interessante è la questione morale per i due filosofi e, per Heidegger, la questione mentale. Wittgenstein non era esattamente, un campione di coerenza e non mi riferisco ai “due” Ludwig ma al peso che l’austriaco dava al comune senso della morale. Altro discorso per Martin. Ci si deve chiedere, soprattutto dopo la pubblicazione dei “Quaderni neri”: Heidegger credeva veramente alla superiorità del popolo tedesco, alla sua “Vollendung”, all’ebraismo-”Weltlos”, alla “Tassonomia” dei popoli e ad altri concetti criminali che anche il nazismo sosteneva? Ebbene, in Italia vige un istituto fiscale dal nome romantico: “ravvedimento operoso”; mi chiedo: basta, per integrare quell’istituto, l’affermazione heideggeriana “der Nationalsozialismus ist ein barbarisches Prinzip”? Oppure la scoperta della “das verbrecherische Wesen Hitlers”? La mia risposta è no. Sarò troppo sbrigativo: importante filosofo sì, ma piccolo uomo, dal ravvedimento tardivo, poco operoso e comunque il suo pensiero non fu tanto incidente nel tragico assetto del Nazionalsocialismo dopo il 1937.

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