Le lunghe ombre del “secolo breve”: una nota di lettura sociologica del ‘900

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Il Novecento, “secolo breve” secondo la ormai celebre definizione dello storico Eric Hobsbawn, periodo in cui sono confluiti eventi e contraddizioni di portata epocale, probabilmente in misura incomparabile con qualsiasi altro secolo, è ormai alle nostre spalle, almeno cronologicamente. Ma, in realtà, gli effetti e le implicazioni che questa epoca ha determinato appaiono un discorso tutt’altro che chiuso e, lungi dall’essere questioni solo storico-culturali, si configurano, invece, anche come questioni politico-sociali ancora aperte e su cui è importante riflettere.  Il secolo breve getta lunghe ombre e, in questa sede, cercheremo brevemente di rileggere, in termini sociologici, alcuni suoi snodi, per proporne una visione d’insieme in questi termini, visione che può anche aiutarci a comprendere meglio evoluzioni attuali e future. Possiamo, infatti, indicativamente, pensare alla crisi della razionalità, all’accesso delle masse alla politica, alle crisi dell’agire politico, all’ascesa e declino delle ideologie, all’individualismo radicale e alla biopolitica, sino al trionfo del neoliberalismo e alle aporie della globalizzazione. Vediamo dunque meglio questi punti e il loro concatenarsi.

Il Novecento determina, innanzitutto, una peculiare condizione socio-esistenziale: con l’accesso delle masse alla politica, viene a essere influenzato fortemente il senso della vita degli uomini, le loro occupazioni e preoccupazioni, l’oscillazione tra ciò che è pubblico e privato. La dimensione del senso in generale, nel XX secolo, si trova in una situazione assai cruciale. Infatti, si può affermare che la vicenda filosofica dell’Occidente si apre quando viene capovolto il rapporto cosmo-politico (e zoo-politico), subordinando il primo al secondo, la natura alla storia; questo capovolgimento raggiunge il culmine nel XX secolo. La domanda chiave della società, della conoscenza, della politica, della scienza nella modernità non è più “Cos’è?”, ma “A che serve?” (si vedano indicativamente Heidegger, M., Il nichilismo europeo, Adelphi, Milano 2003 e Husserl, E., La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 1997). L’uomo dell’età contemporanea si trova inserito in una situazione storica così fortemente condizionata da componenti scientifiche e tecniche che la possibilità di uscire da questi condizionamenti è quasi nulla. Non a caso, per tutta questa fase storica, si afferma una lunga crisi della razionalità. Questo problema esistenziale del senso, ha avuto effetti anche nella politica del XX secolo e sembra essersi determinato lungo due momenti distinti. Una prima fase coincide con la vicenda storica del secolo sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in cui assistiamo al processo che conduce al totalitarismo in cui ha luogo l’annientamento della sfera privata, che caratterizza l’autodeterminazione dell’individuo: è il momento della dissoluzione del privato nel pubblico, dell’annichilimento dell’individualità e della personalità. Una seconda fase è, invece, individuabile con l’ultimo trentennio della seconda metà del secolo, in cui, progressivamente, si assiste alla privatizzazione e dissoluzione della sfera pubblica, che scompare nella morsa dell’individualismo radicale. Attraverso queste fasi, si sancisce il passaggio dalla condizione del cittadino a quella del consumatore: è il mercato, è l’economia a decidere la politica e non più, come in passato, la politica a determinare l’economia. In definitiva, attraverso il XX secolo, il progresso, la scienza, la ragione, la tecnologia, si muovono lungo un orizzonte non necessariamente lineare, forgiando missioni e destini, aprendo il varco a egemonie e domini, sancendo una condizione di incapacità dell’uomo a tenervi dietro, a imporvi la propria capacità di previsione, di organizzazione e guida (sempre emblematico su questi aspetti l’insegnamento di Horkheimer, M., Adorno, T.W., Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, Torino 1997). Il Novecento è davvero il secolo dell’avvento di un’altra umanità, di un cambiamento radicale per cui, usando una espressione molto efficace del filosofo Alain Badiou, che vale sempre la pena ricordare,  l’uomo “non è, ma avviene” (cfr. Badiou, A., Il secolo, Feltrinelli, Milano 2006, p. 115), è l’epoca in cui convivono e coesistono situazioni a volte ambivalenti, è il momento in cui la spinta creativa (e, al limite, manipolativa) dell’uomo raggiunge il culmine e diventa sfuggente e incontrollabile.

Oltre che dalla crisi della razionalità e dei problemi dell’agire politico, il Novecento è stato anche l’epoca delle ideologie con tutto il loro ambiguo fascino (si veda Bracher, K.D., Il Novecento. Secolo delle ideologie, Laterza, Roma-Bari 1999;  si considerino anche Mannheim, K., Ideologia e Utopia, Il Mulino, Bologna 1999 e Meynaud, J., Destino delle ideologie, Cappelli, Bologna 1964); esse hanno mosso la storia (si pensi alle vicende del liberalismo, del fascismo, del nazismo, del comunismo, del socialismo, dello scientismo, della tecnocrazia, ecc.) e al tempo stesso hanno mostrato come possano perdere il senso della realtà, possono essere il preludio di derive totalitarie. Le ideologie, grandi visioni del mondo che si estendevano alla collettività, dandole coesione, assumendo spesso una grande portata politica, hanno condizionato ampiamente molti passaggi del Novecento, eppure, poi, si sono disciolte e oggi, nel XXI secolo, paradossalmente dobbiamo considerare l’ipotesi secondo cui viviamo in un mondo post-ideologico, ma non nel senso che ci siamo finalmente liberati dal peso delle grandi narrazioni e delle cause ideologiche e possiamo dedicarci alla soluzione pragmatica dei problemi reali; piuttosto, come osserva, ad esempio, Slavoj Žižek, quella ipotesi, forse, potrebbe essere considerata in modo più critico, come un segno della forma contemporanea predominante di cinismo, per cui il potere non ha più bisogno di una struttura ideologica coerente per legittimare il proprio dominio, perché esso ormai può permettersi di affermare direttamente l’ovvia verità, la ricerca del profitto, l’imposizione brutale di interessi economici (si veda Žižek, S., In difesa delle cause perse, Ponte alle grazie, Milano 2009, specialmente pp. 368-369).

Ancora, il XX secolo conduce progressivamente a desocializzazione e deistituzionalizzazione, sancendo il trionfo dell’individualismo radicale. Anche questo passaggio del resto è frutto di un percorso complesso: se, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, si era diffuso il modello del “welfare state”, esso viene poi gradualmente limitato e la sua crisi implica una crisi dell’idea stessa di cittadinanza; inoltre la dimensione stessa degli “spazi politici” diventa difficile da delineare giuridicamente. Burocrazia e tecnologia, due delle dimensioni più caratteristiche della società novecentesca, hanno certo una loro influenza su tutte queste evoluzioni. Mentre la logica burocratica contribuisce ad assegnare stati emotivi, i meccanismi di produzione tecnologica rendono tali stati emotivi repressi o al più incanalati. E, così, nella definizione del sé, si passa, progressivamente, da una costruzione sociale, che legava il senso del sé a ruoli istituzionali, ad una costruzione sociale che invece rende il senso del sé indipendente dai ruoli istituzionali. Il risultato è l’avvento, sostanzialmente dagli anni Settanta, di una cultura estremamente “narcisista” (si veda Lasch, C., La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 1981) nella quale la vita quotidiana diventa un esercizio di sopravvivenza. L’agire sociale oscilla tra l’affermazione del momento tecnologico, che vuole ripristinare l’illusione di autosufficienza, e l’insediarsi di tale cultura narcisista che cerca di ripristinare l’illusione di una unità assoluta con la natura.

L’evoluzione tecnologica e la spinta narcisista diventano, poi, progressivamente, aspetti del più complesso processo di globalizzazione, acceleratosi a partire dagli anni Novanta, che  restringendo considerevolmente le coordinate spazio-temporali, determina come contraltare all’ampiezza delle possibilità, la perdita di sicurezza e di fiducia (si veda Bauman, Z., La società individualizzata, Il Mulino, Bologna 2002).

E, parallelamente a tutto ciò, il Novecento è anche il momento della  “biopolitica”, ossia una condizione in cui la politica è diventata una questione di scelte di vita e in cui si verifica lo smembramento dell’unità personale, come presupposto di una perdita definitiva della possibilità di controllo, giudizio e retroazione, sullo sfondo del paradigma politico neoliberale. Nella dimensione biopolitica, è l’intera forma biologica che costituisce il contenitore della vita stessa – in ogni sua manifestazione – a diventare un prodotto della prassi, riducendo così l’essere umano a puro organismo, privato del suo rapporto con la parola, la memoria, la storia (sul concetto di biopolitica si veda indicativamente Foucault, M., Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano 2005).

Dunque, tenendo presenti tutti questi aspetti, di cui qui abbiamo solo delineato alcuni tratti essenziali, ma che richiederebbero numerosi approfondimenti, è evidente che l’insieme delle vicende del Novecento, attraverso sbalzi e contraddizioni, si proietti ancora su questo inizio del XXI secolo, in misura molto più problematica di quanto forse siamo disposti a raccontarci. La società e la politica attuale vivono sull’istante, e i processi storico-culturali sembrano esposti a una continua obsolescenza, ma certe dinamiche che il secolo breve  ha avviato e portato avanti, anche in modo aporetico, continuano a determinare questioni non lineari, per quanto si possa cercare di dare una linearità alla vicenda storica o si desideri rimuovere certe questioni o ritenerle concluse. A ben vedere, i nodi del Novecento sembrano restare irrisolti e anzi sembrano addirittura più intricati: il ruolo della razionalità e il modo più corretto con cui dobbiamo rapportarci ad essa, i rapporti politici e l’organizzazione della partecipazione politica, le rappresentazioni culturali e le idee e gli ideali, la costruzione delle soggettività, la gestione della sfera economica e lavorativa, sono tutti ambiti in cui oggi continuano a ricadere le eredità ambivalenti del secolo scorso. Queste eredità ambivalenti ci chiedono ancora di essere dispiegate, ci chiedono uno sguardo responsabile al passato che non si può eludere, per quanto ciò sia faticoso;  fuggire questo genere di riflessione significa rivolgersi, ingenuamente e incoscientemente, a un futuro che si vorrebbe solo sistematizzato, tecnologico, individuale, estetizzante, disincantato, pragmatico.


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Francesco Giacomantonio

Francesco Giacomantonio è dottore di ricerca in Filosofie e teorie sociali contemporanee e ha conseguito il Master di II livello in Consulenza etico-filosofica. Già docente a contratto in corsi di sociologia dell’Università di Bari, è autore dei libri: Il discorso sociologico della tarda modernità, Il melangolo, Genova, 2007, Minima cura. Lunario del filosofo sociale, Aracne, Roma 2008, Introduzione al pensiero politico di Habermas, Mimesis, Milano, 2010, Sociologia e sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste, 2012 (con D’Alessandro, R.), Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, Mimesis, Milano, 2013, Sociologia dell’agire politico. Bauman, Habermas, Žižek, Studium, Roma, 2014, e ha diretto e curato La filosofia politica nell’età globale (1970-2010), Mimesis, Milano 2013. Ha pubblicato, inoltre, saggi e contributi su volumi collettanei e su varie riviste accademiche, cartacee e online.


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