L’insidia del “Totaliberismo”

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Sembra  ormai assai diffusa, nel dibattito culturale e intellettuale contemporaneo, l’idea che l’orizzonte del neoliberalismo influenzi radicalmente la condizione attuale di identità, lavoro, morale, razionalità, solidarietà, sicurezza. Su queste evoluzioni, negli ultimi decenni, si sono assommate numerose interpretazioni filosofico-sociologiche assai rilevanti, che inquadrano il neoliberalismo come  la risposta alla crisi culturale e strutturale del capitalismo societario, ossia del capitalismo nella sua connotazione più originaria e lineare (si veda Magatti, M., Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Feltrinelli, Milano, 2009). In quest’ottica, le forme di apatia e scarsa partecipazione e interesse alla politica, nonché il sostanziale distacco da ideali politici, tutte tendenze che caratterizzano le nuove generazioni, non dipendono soltanto da meccanismi istituzionali, o normativi, quanto piuttosto dalle trasformazioni dovute al modello neoliberale che stanno caratterizzando le relazioni sociali tra gruppi e individui, la formazione della soggettività, le modalità di comunicazione, l’impoverimento dell’immaginazione politica e della capacità di riflessione più autentica e profonda. Nella condizione del neoliberalismo  le dimensioni della libertà e della sfera pubblica conoscono una nuova strutturazione.

Il neoliberalismo ridefinisce l’idea di libertà e tutte le logiche dei rapporti tra l’individuo e le istituzioni: nella attuale società tardo moderna, ci troviamo di fronte a una libertà senza autonomia, a una libertà che è meramente economica e che determina una società non tanto di cittadini, quanto di semplici consumatori. Siamo sempre più di fronte alla condizione di uomini “eterodiretti”, come oltre mezzo secolo fa notava David Riesman: uomini forgiati nel conformismo, schiacciati dal bisogno di approvazione e successo, legati a una cultura materialista, preoccupati solo di ciò che gli piace (si veda Riesman, D., La folla  solitaria, Il Mulino, Bologna, 2009). Il neoliberalismo sembra orientato a costruire un nuovo modello di governo che riduca al minimo indispensabile i significati collettivamente condivisi, e si concentri maggiormente sull’ampliamento dell’azione individuale. Un elemento fondamentale del modello neoliberale, infatti, è la penetrazione della tecnica in tutte le diverse sfere della vita degli individui; gran parte dell’esistenza personale e collettiva è ormai avvolta dalla presenza di codici tecnici. Lo sviluppo della dimensione tecnica provoca (e si intreccia con) lo sviluppo di un’altra dimensione: l’estetica. La penetrazione dell’esperienza estetica nella vita delle singole persone avviene in tutti i ceti sociali.

In questo nuovo scenario, è l’energia individuale che diventa protagonista della vita sociale. Determinandosi, dunque, la riduzione dell’intervento statale e la rottura di alcuni sistemi sociali, politici e burocratici, sostituiti da una dinamica di liberalizzazione, il risultato è un processo di spoliticizzazione e di indebolimento delle mediazioni politiche e dei meccanismi di integrazione sociale. Nelle fasi storiche più recenti e sino ai giorni nostri, si verifica così la situazione per cui dalla sfera privata viene l’invasione alla sfera pubblica. Fenomeni di vita privata, infatti, diventano sempre più oggetto di attenzione. La politica prende congedo dalle grandi ideologie e diventa personalista, i beni pubblici si dissolvono dietro la spinta individualista, i partiti contemporanei sono lontani da ideali e visioni del mondo, il welfare state viene gradualmente limitato e la sua crisi implica un crisi dell’idea stessa di cittadinanza, la dimensione stessa degli “spazi politici” diventa difficile da delineare giuridicamente.

L’insieme di queste problematiche è stato accompagnato, a partire dal 2008, da una profonda e nota crisi finanziaria, di cui ancora si avvertono gli effetti, che non appare solo un’ulteriore elemento che sancisce l’instabilità e la perdita di controllo (e di coscienza) che il XXI secolo sta conoscendo. Forse, proprio a partire da questa crisi finanziaria attuale, il neoliberalismo sembra entrare in una nuova fase, comportando una insidiosa dimensione politico-sociale-esistenziale, in cui la centralità dell’elemento economico travalica definitivamente i confini del politico, del culturale, dell’estetica, del sociale e rende difficilissimo pensare al di là della produzione, dell’apparenza, della libertà assoluta. Si potrebbe essere indotti a ritenere che è come se elementi di totalitarismo e liberismo si fossero paradossalmente fusi e sperimentassimo, in molti ambiti delle società avanzate, una sorta di nuovo spettro inquietante, il “Totaliberismo”. Utilizzando questa espressione, si intende rimarcare non semplicemente il fatto che l’economia sia divenuta potenzialmente “totalitaria”, ma che sia divenuta “totalitaria” una certa idea di libertà, non autenticamente umana, la libertà senza autonomia. La libertà senza autonomia è quella condizione per cui gli uomini non hanno impedimenti sostanziali nelle loro scelte, possono andare dove vogliono, possono scegliere l’etica che preferiscono, sono svincolati da legami familiari, religiosi, politici, territoriali, professionali. Eppure, tutte queste libertà non determinano necessariamente autonomia, ossia capacità di aver cura e buon governo di Sé. La libertà senza autonomia fa sì che le scelte ci determinino, inserendoci in percorsi che ci danno identità ma non soggettività, fa sì che si cada nell’irresponsabilità: agire politico e pensiero politico, intesi nella loro essenza più profonda, si sfaldano, come ci mostrano, in ripetuti interventi, intellettuali attenti come Bauman e Žižek (si vedano indicativamente Bauman, Z., La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000 e Žižek, S., Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica, Raffaello Cortina, Milano, 2003). Questo fenomeno è certamente legato all’eccesivo affermarsi della dimensione economica, ma costituisce un passo ulteriore. Con il trionfo del capitalismo ci eravamo già trovati di fronte ai passaggi di pratiche liberiste e libertarie, ma esse non avevano il carattere totalizzante e simbolico che vi è ora, determinavano un forte consumismo e affermavano oltre misura la libertà ma non la degeneravano ancora. Economia e libertà sono ora in rapporto ambiguo e il “totaliberismo” è il loro frutto velenoso, che porta simultaneamente alla deistituzionalizzazione e alla desocializzazione.

Per deistituzionalizzazione s’intende l’indebolimento e la quasi scomparsa di tutte quelle norme codificate e garantite dai meccanismi giuridici, uno degli effetti principali della diffusione del pensiero neoliberale. La cultura globale è scissa dalle istituzioni sociali, le quali sono soltanto meri strumenti di gestione.

Per desocializzazione s’intende la scomparsa di quei ruoli, norme e valori sociali attraverso cui si costruiva il mondo vissuto.  Questa condizione costituisce una diretta conseguenza della deistituzionalizzazione della politica e dell’economia; mentre un sistema di produzione veniva necessariamente concepito come un sistema di rapporti sociali di produzione, l’economia di mercato e tutte le sue più recenti logiche interne (competitività internazionale, proliferazione di nuove tecnologie, movimento speculativo dei capitali) sono sempre più dissociate dai loro rapporti sociali di produzione.

In questa condizione di “Totaliberismo”, si disgrega drammaticamente ogni autentica “cultura politica”, ossia quel complesso di orientamenti soggettivi nei confronti della politica che caratterizzano una popolazione e che consistono in conoscenze sulla realtà politica, nei sentimenti nei confronti della politica e nei legami su valori politici (si veda Almond, G.A., Lo studio della cultura politica, in Id., Cultura civica e sviluppo politico,  Il Mulino, Bologna, 2005, specialmente p. 256). Numerose correnti politologiche contemporanee hanno insistito sulla centralità della cultura politica come elemento chiave perché si possa impostare un autentico sviluppo civico di una società e, nel momento in cui i processi politici e il pensiero politico stesso vengono progressivamente distorti dalle problematiche che abbiamo accennato, anche la cultura politica e lo sviluppo civico ne risentono, e la coscienza umana fa un clamoroso passo indietro proprio nella fase storica in cui gli strumenti tecnologici e informatici offrono anche potenziali di apertura non indifferenti.

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Francesco Giacomantonio

Francesco Giacomantonio è dottore di ricerca in Filosofie e teorie sociali contemporanee e ha conseguito il Master di II livello in Consulenza etico-filosofica. Già docente a contratto in corsi di sociologia dell’Università di Bari, è autore dei libri: Il discorso sociologico della tarda modernità, Il melangolo, Genova, 2007, Minima cura. Lunario del filosofo sociale, Aracne, Roma 2008, Introduzione al pensiero politico di Habermas, Mimesis, Milano, 2010, Sociologia e sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste, 2012 (con D’Alessandro, R.), Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, Mimesis, Milano, 2013, Sociologia dell’agire politico. Bauman, Habermas, Žižek, Studium, Roma, 2014, e ha diretto e curato La filosofia politica nell’età globale (1970-2010), Mimesis, Milano 2013. Ha pubblicato, inoltre, saggi e contributi su volumi collettanei e su varie riviste accademiche, cartacee e online.


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