Ignora et labora”: funzionalismi senza coscienza nell’età globale

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C’è stato un tempo, nella vicenda dell’umanità, in cui la nota espressione “Ora et labora” sanciva molto chiaramente quello che doveva essere il canone di  comportamento più consono per gli individui: un vita tutta improntata a unire dimensione religiosa e di fede, da una parte, e attività lavorativa, impegno e dedizione, dall’altra: erano certamente canoni di una società e di un mondo molto diversi da quelli attuali, in cui religione e lavoro avevano una connotazione estremamente  lineare della loro essenza. A partire dalla modernità, numerose cose sono cambiate, i processi di secolarizzazione hanno ridimensionato notevolmente il ruolo della religione e quanto al lavoro, attraverso gli sviluppi dell’economia politica prima e della sociologia poi, esso è divenuto oggetto di analisi e dibattito continuo e problematico. Discutere oggi della dimensione lavorativa può portare alla luce una certa aporia e un cono oscuro di questa attività: nella società globale, infatti, sembra valere una nuova espressione, “Ignora et labora”, che può sintetizzare una situazione in cui l’attività lavorativa non solo si slega da ogni connotazione di fede, ma perde ogni contatto con la coscienza, per esaurirsi in un algido funzionalismo, perché è questo il criterio di efficienza di riferimento, spesso rimarcato e sottolineato da rappresentanti della politica e delle istituzioni.

Cerchiamo di chiarire meglio, e più opportunamente, questo discorso, in effetti articolato e meritevole di approfondimenti; è, infatti, indubbio che l’attività lavorativa sia diventata col tempo qualcosa di sempre più complesso, visto che molte professionalità e mansioni si sono arricchite di conoscenze e specializzazioni e che, spesso, per molti generi di occupazioni, anche semplici, si richiedano ormai titoli e formazione. L’“ignorare” di cui parliamo qui non è, dunque, da intendersi tanto in senso, già diffusamente sottolineato nella tradizione marxista, di alienazione, o nel senso di mancanza di preparazione, ma nel fatto che la conoscenza legata al lavoro è divenuta qualcosa di meramente asettico, fine a se stesso: è una conoscenza mirata esclusivamente a una utilità strumentale, non è una conoscenza che si pone i problemi dei fini, non è una conoscenza critica. Questo vale, ormai, sia per le mansioni più pratiche, sia anche per le professioni in cui è insita una componente etica: basti pensare alla docenza a qualsiasi livello in cui prevale, tante volte, un modello imperniato sul nozionismo e sulla didattica tramite slides, che allontana una prospettiva di discorso di ampio respiro. Ma ciò si manifesta ovviamente anche nelle mansioni burocratiche, in cui il tecnicismo ingabbia il pensiero dei lavoratori, e nei contesti aziendali, in cui, malgrado le apparenze, si tende a creare una condizione di dipendenza e fidelizzazione, molto più che di autentica originalità (su questo aspetto il filosofo, sociologo e psicoanalista sloveno Slavoj Žižek si è puntualmente soffermato). E ciò si può riscontrare anche per i contesti sanitari e medici, in cui l’operatore tende ad assumere un atteggiamento distaccato rispetto al paziente, per concentrarsi sull’aspetto specificamente organico dei problemi (questione su cui la bioetica critica ha espresso più volte il suo monito). Gli stessi contesti di lavoro culturali e editoriali sono dominati da logiche di mercato e non è, dunque, troppo casuale che la saggistica, soprattutto quella legata a una riflessione critica su politica, società e storia, sia un settore spesso definito in crisi o comunque “difficile”.

Ora, è evidente che queste considerazioni non vogliono portare ad affermare che la sfera lavorativa contemporanea sia caratterizzata da una condizione peggiore rispetto al passato, perché questa sarebbe una valutazione assai problematica e discutibile, oltre che semplicistica; il progresso tecnico ha migliorato il rendimento di tante mansioni e professionalità: un medico specialista attuale ha un bagaglio scientifico enormemente accresciuto e spesso semplici impiegati attuali hanno alla spalle una laurea;  le modalità lavorative stesse sono, in molti casi, certamente più accurate e soprattutto tutelate normativamente e giuridicamente: se si pensa alle situazioni lavorative dell’Ottocento, o alle lacune professionali del Medioevo e di molti secoli successivi, lo sbalzo è evidente.

Quindi, quello che vogliamo sottolineare in questa sede non è una improduttiva nostalgia di presunti tempi migliori, ma una attenzione più sottile rispetto all’attività lavorativa contemporanea, che non è malgrado tutto, scevra di ambivalenza. Il lavoro, come altri aspetti della società globale, sembra infatti iscriversi in quella generale fabbrica del non senso, che caratterizza tante dimensioni della vita contemporanea. Appare, in effetti, questa, una problematica sottile, che può essere scrutata con strumenti concettuali che non possono limitarsi alle scienze economiche, né alle sociologie funzionaliste, perché l’insieme di queste discipline operano fondamentalmente su un contesto quantitativo o normativo. In definitiva, nella dimensione lavorativa  dell’età globale, sembra sparire, per usare una terminologia weberiana, il nesso tra professione e vocazione, ossia il fatto che in un lavoro possa esserci anche una componente, per chi lo pratica, che trascende la funzionalità dell’attività, e assume un senso più ampio e in una certa misura spirituale. Ovviamente, non è qui il caso di caricare il discorso sull’attività lavorativa di sottintesi mistici del tutto fuori luogo, ma se ogni mansione e attività professionale di qualsiasi genere, da quelle più tecniche, intellettuali e elaborate, a quelle più pratiche e manuali, si riduce a qualcosa di meramente autoreferenziale, che porta gli esseri umani non solo a ignorare il senso delle cose e dei rapporti, ma anche non porsi neanche più il problema del senso delle cose e dei rapporti, questo aspetto può nascondere insidie anche inquietanti. Appare chiaro che in tempi come quelli attuali, in cui ci sono peraltro problemi legati alla disoccupazione, il lavoro è sempre più considerato, in ogni caso, come una condizione desiderata e risolutiva, ma questo non deve portare a trascurare gli aspetti che abbiamo sottolineato.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la condizione della modernità e delle sue estremizzazioni, in cui da tempo ci collochiamo, non è qualcosa di neutro e a-problematico. Certamente, essa apre tante possibilità e influenza molte condizioni, ma la modernità appare, a ben guardare, come una sorta di amplificatore delle condizioni umane, di qualsiasi tipo esse siano, buone o cattive, positive o negative. In tale ottica, sulla condizione di senso del lavoro nella modernità non è superfluo soffermarsi. Si ricordi, in definitiva, che le degenerazioni della società umana nella prima metà del XX secolo, dai totalitarismi alle guerre mondiali, dall’Olocausto alle crisi economiche, non sono stati, in ultima analisi, che effetti dell’incapacità degli esseri umani di gestire con saggezza le evoluzioni della modernità stessa, in politica, nella scienza, nella cultura, nell’economia. Ossia gli effetti di una perdita del senso delle cose, nel momento in cui tanti individui, senza alcun filtro di riflessione, si sono gettati senza paracadute nel cielo della modernità. Il contesto generale, del resto, appare sempre più quello, come osserva l’economista Jeremy Rifkin, dell’economia delle reti in cui il potere è nelle mani dei provider internazionali che gestiscono l’accesso a ogni attività, controllando la vita di ciascun individuo.

Dunque, senza voler qui scivolare inopportunamente in alcuna, superflua e pedante, pratica di moralizzazione, sia semplicemente consentito di considerare, per qualche momento, questi aspetti, visualizzando possibili scenari e prospettive. Lavorare è un modo di emanciparsi e rendersi anche più consapevoli del mondo, non solo una mera pratica di collocazione sociale, a qualsiasi livello essa si compia: nel momento in cui esso diventa solo questa seconda pratica, forse la società compie un passo in più verso quelle deformazioni distopiche che caratterizzano mondi in cui gli individui si sottomettono e perdono la propria libertà, senza nemmeno più rendersene conto, senza nemmeno più rendersi conto di non essere più esseri coscienti ma placidi automi di quell’universo amministrato cui già i membri della Scuola di Francoforte guardavano con inquietudine, ammonendoci, preoccupati e malinconici, nel corso del XX secolo.

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Francesco Giacomantonio

Francesco Giacomantonio è dottore di ricerca in Filosofie e teorie sociali contemporanee e ha conseguito il Master di II livello in Consulenza etico-filosofica. Già docente a contratto in corsi di sociologia dell’Università di Bari, è autore dei libri: Il discorso sociologico della tarda modernità, Il melangolo, Genova, 2007, Minima cura. Lunario del filosofo sociale, Aracne, Roma 2008, Introduzione al pensiero politico di Habermas, Mimesis, Milano, 2010, Sociologia e sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste, 2012 (con D’Alessandro, R.), Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, Mimesis, Milano, 2013, Sociologia dell’agire politico. Bauman, Habermas, Žižek, Studium, Roma, 2014, e ha diretto e curato La filosofia politica nell’età globale (1970-2010), Mimesis, Milano 2013. Ha pubblicato, inoltre, saggi e contributi su volumi collettanei e su varie riviste accademiche, cartacee e online.


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