Grillo e la piazza virtuale – Parte prima

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Quando il confine tra spettacolo e comizio viene meno, il podio e il palcoscenico si confondono davanti alla piazza, l’attore e il politico si uniscono nelle vesti del leader carismatico. I gesti e la voce del capopopolo diventano l’espressione di un sentire comune, di un’energia collettiva. Le parole si fanno portatrici di significati nuovi, si gonfiano in slogan studiati che strutturano un copione collaudato, un monologo apparente che dialoga con una massa adorante.

In ogni pausa perfetta di un ritmo calcolato per imprigionare l’attenzione del pubblico, gli occhi spiritati del leader scrutano quella massa rapita dal suo carisma in cerca di una reazione che puntualmente arriva. La prosa a effetto entusiasma la folla: s’infiamma quando gli avversari, i nemici, vengono denigrati o insultati. Man mano che le parole si infervorano, gli applausi si fanno più intensi, le grida di approvazione più alte.

L’eccitazione della massa si tranquillizza solo quando il leader riprende a parlare: pende dalle sue labbra, attende da quella voce non il conforto, bensì uno stimolo per la propria frustrazione, una direzione verso la quale incanalarla. Il leader carismatico non delude le attese. Sa quali sono le speranze e le delusioni della sua gente, dà voce a quella frustrazione e offre – forse in buona fede – soluzioni semplici quanto miracolose.

Afferma una diversità profonda tra “loro” e il resto del Paese, una diversità antropologica che segna i giusti dagli indegni, coloro che meritano di essere il futuro dai “morti” da lasciarsi alle spalle, il retaggio di un passato inadeguato e deprecabile. Arringa il suo popolo di giusti proponendo un’imminente riscossa, incitandolo all’azione contro il sistema, forte di un’autorità datagli dal suo passato di vittima di quei poteri che da outsider ora combatte.

È una scena che si è svolta più volte davanti al balcone di Palazzo Venezia durante il Ventennio, ma che si ripete ancora oggi davanti ai palchi dei tour di Beppe Grillo, dove lo spettacolo che si era fatto comizio (senza mai smettere di essere uno show) ha assunto la definitiva forma di un happening socio-politico in cui la piazza si fa scenografia e co-protagonista, una propaggine funzionale alla riuscita dell’esibizione del leader, come i commenti in calce ai post al successo del blog.

Beppe Grillo, un comico che all’apice del suo successo fu emarginato dalla televisione per la sua caustica satira politica contro Bettino Craxi e il Partito Socialista Italiano, divenne il simbolo degli epurati: all’inizio degli anni Novanta, nonostante la prolungata assenza dagli schermi, i sondaggi lo indicavano ancora come uno dei personaggi televisivi più popolari.

Nel 1993, l’anno di Mani Pulite, quando la Prima Repubblica iniziava a sgretolarsi, ritornò per l’ultima volta in prima serata sull’ammiraglia delle reti Rai con uno spettacolo che aveva però abbandonato la satira politica per dedicarsi ai temi dell’economia e dell’ecologia, gli stessi che gli avevano fatto riempire teatri e palazzetti fin dal 1991. In quegli anni Beppe Grillo si trasformò in un novello Howard Beale, erigendosi a paladino dei deboli contro i poteri forti delle multinazionali e delle grandi compagnie, mettendo la sua popolarità al servizio di alcune cause come quella contro la SIP (poi Telecom) per la soppressione dei numeri 144 a pagamento o denunciando i debiti della Parmalat anni prima della bancarotta.

Da comico a politico, insomma, in una sorta di nemesi che lo vedrà diventare, in pochi anni, il censore di quel Palazzo che l’aveva cacciato, da affabulatore censurato a capopopolo senza più censure né peli sulla lingua, leader di un insieme eterogeneo di scontenti, da destra a sinistra, uniti dal desiderio viscerale di cancellare con un colpo di spugna la Seconda (anche se forse siamo già nella Terza) Repubblica.

Tutto si può dire, di Beppe Grillo, tranne che, negli ultimi anni, non sia diventato uno dei protagonisti dell’agone politico italiano, secondo il paradigma italiano per cui – Berlusconi insegna, ma in qualche modo già Mussolini – l’antipolitica diventa politica, la devianza si fa accademia, senza che i partiti tradizionali se ne accorgano.

Basti ricordare le parole di Piero Fassino, pronunciate nel luglio del 2009 quando, respingendo la candidatura del Beppe nazionale alle primarie per la segreteria del PD, in un’intervista a Repubblica TV si è lasciato andare a una frase destinata a entrare negli annali e a invadere, ironicamente, i social network: «Se Grillo vuole fare politica, fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende. Perché non lo fa?».

Detto, fatto. I pentastellati si presentano alle politiche del 2013 e, come uno tsunami, travolgono tutti, pur non riuscendo a governare a causa della legge elettorale vigente: conquistano 8.688.231 voti, 48.000 in più del PD, e una percentuale di consensi che alla Camera supera il 25 per cento.

Grillo festeggia, lancia i suoi anatemi contro l’inciucio destra-sinistra, obbliga tutti i suoi parlamentari a farsi chiamare cittadini e non onorevoli ma, piano piano, qualcosa all’interno del MoVimento comincia a sgretolarsi. Sono in tanti, infatti, settimana dopo settimana, a non sopportare più i diktat di Grillo – e della mente pensante del gruppo, Gianroberto Casaleggio (l’informatico e imprenditore fondatore della società di strategie web Casaleggio Associati) – e un metodo di governo del partito e dei suoi rappresentanti a Montecitorio e Palazzo Madama che, in tanti, tacciano di protofascismo.

Che Grillo non sia mai stato un amante della dissidenza, e delle opinioni a lui contrarie, è cosa nota, ma là, in Parlamento, la stretta che impone ai suoi uomini è ancora più serrata.

Lui e Casaleggio rappresentano il verbo della nuova Italia. Di quel Paese stufo delle litanie e degli accordi sottobanco che da sempre permeano il tessuto istituzionale dello Stato. Non si stringono alleanze, non si vota a favore di nulla perché l’obiettivo è lo stesso del primo “Vaffanculo day”, lanciato nel 2007: mandarli a casa tutti. Tornare al voto, conquistare il potere e risolvere, con il mantello dell’uomo nuovo, i problemi che l’Italia si porta dietro più o meno dalla sua fondazione di metà Ottocento. E i metodi, con cui tiene in mano le redini del potere, di democratico hanno ben poco anche se i leader del MoVimento continuano a dipingere la rete – ovvero il blog di Grillo – come la vera forma di democrazia diretta del nuovo millennio.

Il ruolo di difensore pubblico e le battaglie ecologiste hanno alimentato nel corso degli anni la sua popolarità, creando il personaggio del reietto dal sistema portatore di una verità nascosta, di modelli e soluzioni alternative ma censurate dal “sistema”. Nel corso degli anni centinaia di migliaia di persone si sono fidelizzate a quel comico un po’ santone e un po’ supereroe e sono accorse in massa ai suoi spettacoli non per intrattenersi, ma per informarsi. La verve e il linguaggio senza filtri hanno creato un rapporto diretto tra gli spettatori e quel “guru dei palazzetti” che si rivolge direttamente a essi, interagisce con loro, scende dal palco tra loro in cerca di un contatto fisico, coinvolgendo il pubblico nello spettacolo, rendendolo partecipe delle battaglie di cui lui si fa portavoce, trasformandolo in una sorta di comunità.

La satira di Grillo, da denuncia del potere, si è lentamente trasformata in una forma primordiale di politica, una politica destruens etichettata dai media come “antipolitica”, ma in realtà capace anche di fare proposte nuove e di coinvolgere migliaia di persone mentre i partiti tradizionali con i loro paradigmi hanno sempre meno autorità e consenso.

Il successo del blog nato in seguito all’incontro tra Grillo e Casaleggio certifica il ruolo di maitre à penser dell’ex comico: in pochi mesi diventa uno dei siti italiani più cliccati e Grillo in pochi anni finisce tra i primi dieci della classifica dei cinquanta blogger più potenti del mondo stilata dal quotidiano britannico «The Observer».

Un nuovo mezzo e un nuovo linguaggio che, come per Mussolini e gli altri uomini forti della storia, assieme al carisma del leader entrano in risonanza con una massa frustrata in attesa di qualcuno capace di imporre un cambiamento da troppo tempo agognato. La controinformazione del blog dell’ex comico genovese fa aggregare persone dalle provenienze ed estrazioni più diverse in una piazza virtuale, priva di dimensioni o limiti, nella quale le discussioni delineano una comunità di emarginati ideologici, quel “popolo della rete” che nel reale si attiva concretamente attraverso i meetup, iniziando a fare “politica dal basso”, applicando su scala locale i princìpi di partecipazione attiva e diretta alla vita pubblica professati da Grillo. Attorno al guru si condensa un guazzabuglio di giacobinismo, luddismo, pauperismo, ecologismo, comunitarismo, qualunquismo e filosofia new age: una caotica risposta alla frustrazione e ai problemi quotidiani di una massa desiderosa di essere protagonista di un rinnovamento. Un insieme liquido di umori più che di idee, caratterizzato dalla profonda avversione per il sistema politico ed economico presente e i suoi rappresentanti.

Questo sansepolcrismo postmoderno si è concretizzato nel primo “Vaffanculo Day”, organizzato l’8 settembre 2007 per raccogliere le firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare sulla candidabilità dei parlamentari: dal Guy Fawkes di V per Vendetta alla Resistenza, il simbolismo della data e dei loghi richiamano alcuni dei qualunquistici riferimenti della nuova religione politica del movimento comunitaristico sorto attorno a Grillo. Nelle piazze italiane si assiste a un happening demagogico destinato alla pancia di quel “popolo della rete” che quasi si sorprende nell’esistere anche nel mondo reale: lo spettacolo del comico si è fuso indissolubilmente con il format del comizio e l’attore, dopo quelli del guru, indossa definitivamente i panni del leader carismatico che, facendo leva sul bisogno disatteso dell’agire collettivo, condensa attorno a sé un movimento politico, una massa entusiasta al limite del fanatismo, una forza da usare per screditare il sistema.

 

Tratto da A noi! Cosa ci resta del fascismo nell’epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi, Rizzoli Milano 2015

 

 

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Tommaso Cerno

Tommaso Cerno è nato a Udine nel 1975. E' direttore del quotidiano Il Messaggero Veneto. Come giornalista è stato autore di inchieste a sfondo politico, economico e sociale. Ha vinto il Premio Cronista 2009 per il caso Englaro. Ha pubblicato il saggio L’Ingorgo, Ribis 2008. Affa Taffa è il suo primo romanzo.


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