RAGIONE E TERRORE

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-   A Parigi, nel 2015, un’ombra violenta sembrò oscurare a più riprese la città luminosa. Altre volte nel corso della modernità, sulle rive della Senna la ragione e il terrore avevano conosciuto un incontro e uno scontro di inquietante natura. Oggi quell’ambivalente tensione si presta a diverse interpretazioni, come più avanti vedremo.

Terrore e calcolo. Insensatezza distruttiva e razionalità. Fra quegli opposti si dispiega oggi una serie interminabile di eventi. Ed è entro quella dicotomia che potremmo cercare un percorso di lettura e descrizione, se non di spiegazione.

Cercando le radici di questi eventi, non occorrerà tornare ancora sullo “scontro di civiltà” sostenendo (con Lewis e Huntington) che diritti e libertà appartengono unicamente alla tradizione occidentale. E neppure discutere viceversa sulle colpe dell’Occidente, sui suoi misfatti coloniali sulla sua pretesa di imporre il miglior sistema politico possibile e di portare nel nodo anche con la forza valori universali.

Forse ha ragione chi sostiene che non c’è “scontro di civiltà”, che non è in corso una “guerra santa”. Tra questi Manlio Graziano, che insegna Geopolitica delle religioni proprio a Parigi, afferma che assistiamo semmai a un “uso politico della religione”.

Secondo questa tesi, sarebbe dunque nello scontro politico che va cercata l’origine delle violenze cui abbiamo assistito: non nel Corano.  Il libro sacro, che come tale gli integralisti pretendono di aver preso come guida, in realtà può venir letto, interpretato, usato in modi molto diversi.

Sarebbe errato peraltro sottovalutare i vari confronti fra sacro e profano cui si è assistito nel mondo arabo durante il passaggio di millennio. Pensiamo, per esempio, a quel processo detto di “de-secolarizzazione” che ha accompagnato la crisi del “nazionalismo arabo”. Ovvero di quei regimi autoritari, dalla natura tendenzialmente laica, che successivamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale caratterizzarono buona parte del mondo postcoloniale, soprattutto nel Vicino Oriente e in Nordafrica. Il loro equilibrio, come sappiamo, venne poi scosso dalle “primavere arabe”. Ma in quello sconvolgimento politico trovarono spazio organizzazioni islamiche integraliste destinate a confluire in quello che sarebbe più recentemente divenuto lo “Stato islamico”.

-   A questo punto però s’impone la più naturale delle precisazioni. Lo scontro politico che siamo invitati a riconoscere quale vera spiegazione della violenza integralista è a sua volta l’espressione più visibile di una serie di problematiche economiche. Prima fra le altre quella che vede l’Arabia e i Paesi del Golfo sempre più in conflitto con tutto ciò che vieppiù intacca la loro posizione dominante nel mercato delle fonti energetiche. Perfino il pur incerto avviarsi di un programma come quello contenuto negli accordi di Parigi sul clima può suscitare preoccupazione, ad esempio, per i regnanti sauditi.  Ma ancor maggiore inquietudine suscita la sfida proveniente da altre potenze, e in particolar modo dagli Stati Uniti, che ora tolgono ogni limite all’esportazione del proprio greggio. La competizione porta le opposte parti verso un più elevato livello di produzione, cui segue un crollo del prezzo sui mercati mondiali. Che incidentalmente danneggia anche paesi produttivi non centrali in tale contrasto.

I finanziamenti più o meno occulti ai gruppi islamici radicali possono essere in tale modo spiegati, come sappiamo. E poca differenza farà ora la preoccupazione del regno saudita, non per l’eccessivo attivismo di uno di quei gruppi, in particolare il cosiddetto Califfato, ma per il grado di autonomia energetica che esso potrà raggiugere, sia per approvvigionarsi, sia per esportare.

A preoccupare Riyad non è l’eventualità che il moltiplicarsi di azioni apparentemente irrazionali si trasformi in un più regolare e ampio scenario bellico. Anzi questa trasformazione potrebbe essere in qualche modo perseguita. L’intensificarsi di violenze e guerre locali dalla Siria all’Iraq, alla Libia, potrebbe condurre verso un conflitto di ampie proporzioni, coinvolgente l’Iran, la Turchia, perfino la Russia. L’obiettivo sembra raggiungibile. E già vediamo aggravarsi l’impegno della Francia. Che parrebbe inconsapevolmente e crescentemente trascinata in un vortice da cui è sempre più difficile uscire. Nessuna “deterrenza” può avere successo, in questo caso. Ogni  ulteriore bombardamento francese nelle zone critiche produrrà effetti collaterali: causerà altre vittime anche fra i civili, altro odio verso l’Occidente, altra disponibilità ad abbracciare la causa del terrore.  Ne consegue un feed-back, un vortice di processi che si autoalimentano retroagendo.

L’allargarsi del conflitto non è temuto bensì è volutamente perseguito dagli ambigui finanziatori del terrore. Come ha affermato recentemente Serge Halimi, parlando del nesso fra guerra e paura, anche un obiettivo apocalittico di questo tipo contiene una considerevole parte di razionalità.

-   Dunque, questo uso consapevole della religione per fini “secondi”, d’ordine politico ed economico, questo procedere facendo volutamente leva su crudeltà e disponibilità a immolarsi, e così suscitare nelle potenziali vittime paura e insieme risentimento, tutto ciò – come si è visto – può essere preso in esame come un agire razionalmente finalizzato. Ma i comportamenti di coloro che di questo agire sono strumenti perché militano nei ranghi di un’organizzazione estrema come il daesh, hanno pulsioni e motivazioni che a quella razionale strategia non possono in alcun modo ricondursi.  Pensiamo alla distruzione di vite umane estranee, pensiamo alla crudeltà estrema universalmente esibita, pensiamo soprattutto all’autosacrificio.

Come altre volte è accaduto, l’irrazionalità di alcuni comportamenti “individuali nel gruppo” viene stimolata per essere utilizzata razionalmente da attori potenti e scarsamente visibili.

Attenzione però: può non essere appropriato ricondurre il comportamento del terrorista a puro e totale fanatismo religioso, presumendo una fedeltà piena al testo sacro, quindi una conoscenza integrale di quest’ultimo. Gli studi di geopolitica delle religioni, che abbiamo inizialmente citato, osservano che i militanti daesh, specie quelli “stranieri”, che si arruolano partendo da quartieri di metropoli europee (dove sono nati, sono cresciuti, hanno ricevuto un’istruzione occidentale) non sono profondi conoscitori e cultori del sacro libro. Addirittura, in alcuni casi, ne hanno letto in internet una versione semplificata, adattata. Il loro tratto distintivo rispetto agli altri giovani dei quartieri “difficili” è d’essere abili, tecnicamente avanzati, efficienti nel comportamento.

-    La presenza, nelle file del Califfato, di combattenti stranieri non è solo un fenomeno curioso e inquietante che si inserisce in un quadro strategico più ampio e complesso. Al contrario, quella presenza si rivela ogni giorno più determinante e centrale. In ogni atto di terrore, in ogni improvvisa e devastante incursione nella vita quotidiana delle città europee, sono i foreign fighters che vediamo entrare in azione; e guidare l’operato degli altri membri del commando con tanta più efficienza quanto più direttamente conoscono i ritmi vitali delle metropoli. E’ in quelle metropoli che sono cresciuti, spesso in quartieri marginali, di cui comunque conoscono le particolari condizioni di esistenza. Benché in prevalenza di origine nordafricana o mediorientale, sono cittadini europei da più generazioni, istruiti in scuole dove si presume vengano impartite le nozioni essenziali della cultura occidentale, con i suoi saperi, i suoi valori, i suoi princìpi. Un terzo dei giovani jihadisti di nazionalità britannica, ad esempio,  possiede una laurea. Degli oltre 23.000 aspiranti jihadisti in tutto il mondo, numerosi sono quelli provenienti da Belgio, Gran Bretagna, Germania. Ma la quota più considerevole, diverse migliaia, è cresciuta in Francia: il paese oggi al centro della bufera; il paese che aveva già conosciuto molti anni fa la rivolta delle banlieu, dove pur in un orizzonte del tutto diverso, si esprimeva con rabbia il disagio maturato nelle crescente esclusione.

-   Fra i tanti interrogativi che possiamo porci, uno parrebbe emergere. Quale rapporto tra l’esperienza di quei giovani e i valori che vengono trasmessi nelle scuole da loro frequentate?

Può essere sbrigativo tracciare un troppo netto contrasto tra modernità e islam. E considerare ormai pienamente chiarita la relazione fra cristianesimo e secolarizzazione. O la scissione tra discorso teologico e discorso giuridico-politico, tra sfera spirituale e sfera temporale. Nondimeno appare convenzionalmente acquisito che in occidente si sia sviluppato nel corso dei secoli un nuovo pensiero fondato sulla ragione. Un pensiero destinato poi ad articolarsi in varie forme: la scienza sperimentale e i suoi metodi, indubbiamente; ma nel contempo anche lo Stato come noi lo concepiamo, le norme e le istituzioni giuridiche e politiche che ne costituiscono il corpo.

E’ innegabile, insomma, che l’affermarsi dei diritti e dei princìpi li fondano sia proceduto nel mondo occidentale, contemporaneamente al delinearsi di nuovi orizzonti del sapere. Con i quali  le fedi cristiane, dopo profonde e tragiche ripulse, hanno in certo modo appreso a convivere, pur senza accettare totalmente l’evolvere del sapere né la separazione tra sfera religiosa e sfera del diritto statuale. E qualcosa di analogo può dirsi in parte per l’ebraismo. Mentre l’altra fede abramitica, ovvero l’islamismo, dopo aver dialogato in età medievale con le filosofie e le matematiche del mondo antico, e dopo aver contribuito in tal modo allo sviluppo della conoscenza, prefigurando nel contempo  molti aspetti della filosofia europea, ha poi conosciuto fino a tempi recenti un percorso separato. E di questa diversità nel percorso verso l’oggi risentono in qualche misura perfino le forme più aperte e tolleranti di islamismo, per quanto distanti dall’azione armata degli integralisti.

-   Negli ultimi secoli (e fino a tempi recenti) ciò che viene comunemente chiamato l’occidente, seppur condannabile per gli abusi del colonialismo e contemporaneamente segnato dalle drammatiche contraddizioni del capitalismo, è sembrato poter mostrare al mondo due aspetti promettenti della modernità in via di realizzazione: da un lato il procedere del sapere scientifico attraverso metodi razionali di acquisizione e controllo degli esiti via via conseguiti; ma d’altro lato l’affermazione dei diritti democratici accompagnata da confronti e dibattiti sulla loro affermazione e da sforzi diretti a realizzarli. La mancata consonanza tra questi due aspetti della modernità può aprire spazi d’incertezza e oscurità. (Così accadde, ad esempio, quando  soltanto il progredire scientifico, venne esaltato da personaggi “nichilisti” della letteratura russa nel secondo ottocento.)

Sebbene i valori e i fatti appartengano a sfere diverse, tuttavia in una società laica nessuna visione di un mondo giusto, coerentemente mirante a realizzare i suoi princìpi fondanti, potrebbe credersi esente dall’esigenza di valutazioni critiche sul piano fattuale, di ricorrenti accertamenti riguardo all’efficacia dei metodi adottati per concretizzare gli intenti e tradurre in pratica i valori enunciati.

Certo il rischio che ogni idea politica, anche se dichiaratamente indipendente da un credo assoluto, si cristallizzi in una qualche “religione secolare”, è sempre presente. Ciò vale in primo luogo per la democrazia come valore da perseguire. I suoi caratteri costitutivi richiedono che essa venga elaborata di continuo, oltre che vigilata e protetta. Non si tratta di una vetta conquistata in modo permanente e irreversibile: è piuttosto il risultato di uno specifico processo storico.  I princìpi stessi di etica laica che ci impegniamo a osservare e difendere non assumono una forma ultima, non sono scritti totalmente in un testo sacro e immutabile. E possono invece, qualora occorra, subire adattamenti, in una progressiva dialogica interazione. Sotto questo aspetto, il pensiero giuridico-politico democratico ha mostrato punti di contatto con la razionalità del pensiero scientifico. Che esige una connessione logica tra gli asserti; e progredisce, come si è ricordato, attraverso un succedersi di prove e riscontri.

-  Da più di un secolo il pensiero occidentale, prima attraverso il superamento del positivismo ottocentesco, poi percorrendo altre vie come quelle del pensiero postmoderno, ha rifiutato di riconoscere la permanenza di immutabili “certezze”.       

Il rifiuto non riguarda i valori politici democratici bensì il considerarli come dati per adempiuti con certezza e pienezza una volta che li si sia dichiarati. E’ parallelamente e contemporaneamente all’esigenza di un costante controllo del sapere attraverso l’esperienza, che tende a svilupparsi il pensiero politico occidentale. Il quale, come abbiamo notato, vanta un fondamento, non solo etico (in senso laico) ma anche logico: a partire già dalle sue lontane fonti ateniesi e romane e dal suo evolvere nella modernità. Lungo quel percorso si possono ricordare i tentativi, vuoi di ridurre la politica alla morale, vuoi soprattutto di procedere in senso opposto. I princìpi veicolati dall’Illuminismo e dalle rivoluzioni del XVIII secolo trassero credibilità non solo dal loro sottolineare le istanze di libertà ed eguaglianza, ma anche dalla costante tensione verso il loro connettersi con una forma di pensiero che  poneva l’esigenza di un loro ragionevole e pragmatico inveramento assumente il primato della ragione.

Primato metodologico, beninteso. Che suggerisce progressivi adattamenti ma non implica certo un’incessante fluidità di ogni imperativo etico-giuridico; a partire da quanto attiene ai principi di eguaglianza e libertà. Anzi, è proprio l’adempimento di quei princìpi a porsi come obiettivo da raggiungere, seguendo le mutevoli vie che l’evoluzione dei metodi impone. Peraltro è sempre presente il rischio che l’accettazione del procedere tecnico-scientifico e del suo innegabile potenziale di rinnovamento radicale, possa nel contempo implicare anche un effetto di distacco da ogni fondamento;  quindi anche un inoltrarsi in quel disincanto che veniva denunciato dalle molte tesi del primo novecento intorno al declino dell’occidente: declino che veniva legato a un destino annichilente tracciato dal procedere inesorabile della tecnica.

-   Su un altro piano il processo di cui discutiamo poté a suo tempo apparire segnato da una  “dialettica” dove scienza e tecnica non erano ritenute neutre. E dove ogni forma di “ragione” quale strumento di dominio sulla natura umana ed extraumana rivelava la propria interna contraddizione e si capovolgeva nel proprio opposto. Simile forma di critica (che fu presente nella famosa opera di Adorno e Horkheimer e che ai suoi critici parve voler colpire il sapere stesso, più che gli effetti del suo uso nel dominio capitalistico) può oggi riuscir difficile da accettare. E tuttavia sembrò avvicinarsi al punto che qui interessa discutere quando  imputò alla razionalità scientifica di non mantenere le proprie totalizzanti promesse. Anche in tale percorso critico-dialettico ritorna il problema classico della coerenza tra ciò che viene affermato e ciò che risulta realizzato.

Senza dubbio i valori della libertà e dell’eguaglianza restano essenziali per il pensiero politico occidentale. Ma il loro stesso fondamento laico impone che non vengano contraddetti da inadempienze totali. O da troppo deludenti realizzazioni. O da interne incongruenze.  Il valore libertà, per fare un esempio,  risulta inattuato e inattuabile senza un riconoscimento e un perseguimento del valore eguaglianza. Da intendersi anche – al contrario di quanto oggi immancabilmente accade – come impegno a ridurre quanto possibile la diseguaglianza economica. E di farlo adottando ogni programma  che fattualmente possa dimostrarsi efficace, pur attraverso correzioni e revisioni, per contrastare l’esclusione: quella socio-culturale non meno di quella materiale.

Durante lo scorso secolo l’Europa e l’Occidente avevano certo rappresentato, per immigrati come quelli provenienti da paesi del Medioriente, una possibilità non solo di veder soddisfatti bisogni materiali, ma anche di veder realizzati alcuni valori etico-politici.

La seconda metà del novecento fu un periodo in cui molte promesse della civiltà occidentale sembrarono davvero avviarsi verso un progressivo adempimento: promesse riguardanti lo sviluppo dell’occupazione e insieme ad esso l’affermazione dei diritti civili e delle politiche sociali. Lo sfruttamento del lavoro fu drammaticamente intenso ma il tempo dell’umiliante miseria sembrò in via di superamento. Il progresso economico continuò, specie durante il trentennio glorioso, superando le congiunture e promettendo in un modo che pareva convincente un futuro di pari opportunità e di riduzione delle diseguaglianze.

Si trattò solo di una parentesi irriproducibile, entro il più lungo cammino storico del capitale? La discussione è aperta.

-     Certo oggi tutto è cambiato.  Da anni vediamo la prolungata insistenza sulle politiche austero-neoliberiste, contribuire ad accrescere la diseguaglianza e l’esclusione. Le brevi fasi di ripresa mal nascondono il permanere e perpetuarsi di un disequilibrio sociale che vede sempre più avvantaggiato un nucleo di attori economicamente potenti: in grado di condizionare, direttamente o indirettamente, gli indirizzi della politica.

Di fronte a tutto questo, occorre chiedersi quale grado di coerenza possa essere percepito, per esempio, da un comune cittadino del vecchio continente, riguardo al funzionamento delle istituzioni europee: soprattutto riguardo al reale perseguimento dei fini giuridico-politici che vengono posti a fondamento delle istituzioni stesse.  Possiamo poi supporre che l’interrogativo si ponga con particolare problematicità se il cittadino in questione è figli di immigrati e cresciuto ai margini di qualche metropoli dove un certo tipo di esclusione è più visibile, pur quando non vissuta direttamente. Abbiamo già notato che tra gli arruolati nello “stato” islamico sono presenti numerosi soggetti non emarginati, oltre che istruiti all’occidentale. Anzi, è da supporre che proprio questo nostro modello, con le sue pretese di fattuale e verificabile coerenza,  possa aver sollevato interrogativi tanto imbarazzanti da creare crisi profonde. In buona misura i soggetti esposti a quelle macroscopiche contraddizioni provengono, come si è detto, da famiglie di immigrati; da ambienti culturalmente meno assuefatti non solo al passaggio dalle fedi religiose alla secolarizzazione ma anche all’accettazione di uno scarto tra le parole e le cose. Tra i diritti asseriti e il loro attuarsi. Accettazione troppo “ragionevole”, senza calore né pathos, senza sogni né partecipazione.

Può accadere allora che questo nostro mondo si presenti come il regno del non completato, dell’inadempiuto frustrante le attese. Ma anche il regno dell’inaridimento d’ogni passione morale e politica. E che lo si lasci bruscamente alle spalle, cedendo a quella morbosa fame di assoluto che talvolta alcuni giovani provano; al fascino che su di essi possono esercitare certe opzioni irreversibili; talvolta tragicamente irreversibili. Attraverso le quali si entra in una “dimensione” totalmente altra. Dove con fiduciosa sottomissione si accetta una parola sacra che in quanto tale non esige coerenza né riscontri. Dove violenza e distruzione “purificatrice” sembrano trovare (o fornire) un senso.

-    Corrosi al loro interno da una crescente apatia, i valori democratici sono minacciati all’esterno dalla paradossale convergenza tra l’intolleranza daesh e la reazione ad esso avversa, il neofascismo nazionalista: due estremi fra loro in conflitto ma sinergici nello sbriciolare quanto resta dei valori repubblicani.

Della modernità occidentale, come abbiamo già notato, solo uno dei due aspetti svanisce: quello, appunto dei diritti sociali, civili, politici. Mentre è ben presente l’aspetto tecnico, i cui mezzi sono ampiamente utilizzati. Si può ricordare che il trionfo della tecnica nel mondo industriale avanzato era stato associato, dal pensiero conservatore tedesco del primo novecento, al tramonto dell’occidente. Ne avrebbe poi tratto fondamenti “teorici”  la “rivoluzione” nazista: nella quale però si sarebbe manifestata prestissimo la contraddizione fra la ricerca delle radici di un’umanità premoderna, non contaminata dagli inganni delle democrazie occidentali, e l’adozione invece di mezzi tecnici e metodi del tutto moderni per attuare la devastazione umana che sappiamo.

La cronaca oggi ci stupisce ricostruendo ad esempio il rapido apprendimento on line della fede musulmana integralista da parte di un giovane; e la sua conseguente, altrettanto rapida adesione al fronte della jihad.  Per molti fra i giovani soggetti di cui parliamo, l’uscita dalla dimensione nota e l’ingresso in un’altra, del tutto diversa, avviene con un salto che forse può apparire come il passaggio individuale a una specie di nuova apocalisse; o come il ritrovamento di primari, immaginari fondamenti. Con l’accettazione indiscussa di una parola sacra, che trascende l’esistente e non chiede di venir comprovata né interpretata.

Ma nuovi interrogativi si aprono. Potremmo chiederci, come fa Olivier Roy, se nella violenza purificatrice, talvolta anche suicida, non si esprima un paradossale legame tra religiosità e nichilismo. Tra il grande assoluto e il grande nulla.

Di fronte a un tale abisso, quanto resta della nostra cultura ha ora un’unica scelta: tornare a una lucida ma calda passione politica. Come quella che aveva scaldato i cuori di chi aveva fondato, o ritrovato, la democrazia.

 

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Alessandro Casiccia

Alessandro Casiccia, sociologo e docente universitario, è autore di varie opere. Tra le quali, negli anni duemila, L’azione in un’era di incertezza (Torino, 2000), Il trionfo dell’élite manageriale (Torino, 2004), Democrazia e vertigine finanziaria (Torino, 2006), Lusso e potere (Milano, 2008), I paradossi della società competitiva (Milano-Udine, Mimesis, 2011).


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