L’eroe in Ernst Jünger – Parte seconda

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Il diavolo e Belzebù

 

Con la salita al potere di Hitler la rottura di Ernst Jünger con i nazisti è del tutto consumata. L’autore rifiuta di appoggiare il regime, la sua casa viene perquisita dalle SS per rappresaglia. Scompare dalla vita pubblica e si ritira in un «esilio interno», unica interruzione i frequenti viaggi all’estero.

Negli anni Trenta l’idea che Jünger ha dell’eroe cambia radicalmente. La realizzazione pratica di parte delle profezie dell’Operaio, incarnata dal gretto regime nazista, svuota ogni speranza nella possibilità di cambiare il mondo attraverso la stirpe bellica nata in trincea. Lungi dal trasporre nel mondo tecnologico i valori aristocratici del guerriero, il nuovo dominio incarna semmai gli aspetti più deteriori della tanto deprecata società borghese. La critica di Benjamin dimostra fino in fondo la sua accuratezza: negli anni successivi la spietata casta politico-militare del regime porterà alle estreme conseguenze la disumanizzazione del soldato moderno, mettendo in atto lo sterminio di massa con la determinazione del burocrate. In questo periodo a Jünger appare ormai chiaro che la capacità di portarsi ai limiti dell’umano non basta a fare l’uomo nuovo: porta anzi al rovesciamento e alla distruzione dei pretesi valori cavallereschi cui avrebbe dovuto dare nuova linfa.

 

Nel 1939 l’autore pubblica un nuovo libro, Sulle scogliere di marmo: vi si narra il tramonto della civiltà della Marina, una terra immaginaria minacciata dal Forestaro, crudele signore di orde fanatiche che albergano nella foresta. Se in altri scritti di Jünger il Wald sarà l’oltremondo mitico in cui rifugiarsi e a cui attingere forza in momenti di risacca spirituale, nelle Scogliere di marmo è proprio da qui che emergono le forze mobilitate dagli apprendisti stregoni del dominio: nelle pagine in cui descrive lo «scannatoio» del Forestaro, Jünger offre una sinistra anticipazione dei campi di sterminio che di lì a pochi anni avrebbero infettato l’Europa.

 

Quando infine le armate del Forestaro invadono la Marina, un gruppo di coraggiosi tenta l’ultima resistenza cercando di uccidere il capo predone. I protagonisti del libro, una coppia di fratelli le cui figure ricalcano con palese evidenza Jünger stesso e il fratello Friedrich Georg, prendono parte allo scontro pur sapendo di non poter prevalere. Sconfitti, invece di resistere e cadere fino all’ultimo uomo, i due fratelli e gli ultimi difensori scelgono l’esilio portando con sé la testa del principe Sunmyra, simbolo dei valori spirituali della Marina.

La conclusione del romanzo sarebbe stata inconcepibile per l’esaltato Jünger degli anni Venti: i protagonisti delle Scogliere di marmo combattono perché vi sono costretti e rifuggono l’inutilità della morte gloriosa in battaglia, il fosco cameratismo di chi resiste fino all’ultimo uomo. In quest’opera il guerriero non combatte per la guerra in sé ma perché ha qualcosa da difendere, un mondo che dev’essere protetto e non sacrificato nel nome di una hybris sanguinaria. Il rifiuto della guerra per la guerra apre uno spiraglio alla speranza, tema completamente assente negli scritti degli anni Venti: la partenza dei protagonisti dalla Marina concede la possibilità di svolte future, nuove albe.

 

È questo lo spirito con cui lo Jünger quarantenne, sposato e padre di due figli, affronta la follia del Secondo conflitto mondiale. Richiamato alle armi, lo scrittore partecipa all’invasione della Francia alla testa di una compagnia di fanti. Sconfitto lo storico nemico dell’esercito tedesco, resta come ufficiale dello Stato maggiore delle forze d’occupazione a Parigi.

In seguito Jünger darà alle stampe in tre distinti volumi i suoi diari del periodo bellico:Giardini e stradeIrradiazioniLa capanna nella vignaIrradiazioni, in particolare, offre un osservatorio di profondità unica sugli abissali anni della guerra, pur essendo stato oggetto di critiche accese. E’ un dato di fatto che i numerosi detrattori di Jünger abbiano sempre faticato a distinguere i vari periodi nel pensiero di un autore vissuto oltre un secolo, attribuendo alle opere degli anni Quaranta le stesse caratteristiche di quelle degli anni Venti, completamente differenti.

 

Nella capitale francese Jünger è molto vicino agli ufficiali che faranno parte del tentativo di Putsch contro Hitler del luglio 1944, anche se il grado di coinvolgimento dello scrittore nell’impresa è dibattuto. Jünger stesso nei suoi diari dice di essere stato informato della congiura ma, come il protagonista delle Scogliere di marmo, di aver reputato inutile se non dannoso il tentativo di tirannicidio. Pare che il suo scritto La Pace, compilato fra il 1941 e il 1943, fosse considerato come un possibile manifesto dai congiurati. Secondo lo storico Giorgio Galli il viaggio che Jünger conduce alla fine del 1942 sul fronte russo, nel Caucaso, è un pretesto per sviluppare le trame fra gli ufficiali della Wehrmacht partecipanti al complotto. La dedizione jüngeriana ai giuramenti di silenzio, tipica dell’ufficiale prussiano, rende impossibile ulteriori approfondimenti sul tema: certo è che lo scrittore abitò per tutta la seconda parte della sua lunga vita nella foresteria di un castello dei von Stauffenberg a Wilflingen, Svevia.

 

Proprio nelle pagine del diario dedicate alla spedizione in Unione sovietica, però, l’autore riporta un avvenimento che getta nuova luce sulla sua idea dell’eroe. Jünger finisce sotto il fuoco nemico dalle parti di una località di nome Kurinskij, e scrive:

Saltammo nella fossa aspettando che la bufera passasse. Quel che sento in questi momenti è l’anacronismo, metà comico, metà spiacevole. Quell’età, o piuttosto quello stato d’animo che sa godere di queste esperienze, di cui anzi cerca di aumentare le proporzioni, appartiene ormai alla mia vita passata. Non so inginocchiarmi davanti al pericolo fisico senza sentire di compiere un rito ridicolo alla mia età.

 

Più che un’età è uno «stato d’animo». Anche se da giovani è più semplice sentire l’esaltazione della morte, è un vizio da cui si può essere affetti, e da cui ci si può liberare, in ogni momento della vita. «L’anacronismo, metà comico, metà spiacevole», il «rito ridicolo» sono ormai agli antipodi dagli scritti incendiari degli anni Venti. Il vecchio nichilismo eroico di Jünger si trasfigura approfondendosi, attraverso un movimento a spirale, in un eroismo di ben altra statura. In un passaggio di Irradiazioni l’autore sembra fare eco alle parole di Benjamin, che nello scritto di oltre dieci anni prima chiedeva il passaggio dalla guerra in sé alla guerra civile contro l’oppressore. Assistendo a una conferenza sulla propaganda tenuta dai burocrati del partito nazista, scrive:

 

È gente che conosce il mistero della potenza come i tecnici del coito conoscono quello dell’amore. I punti di vantaggio che indubbiamente posseggono sono di natura del tutto negativa: loro sanno disfarsi del bagaglio morale prima di qualsiasi altro, e hanno saputo introdurre le leggi della meccanica nella politica.

 

Secondo Jünger umani di questo nuovo tipo perdono il vantaggio derivante dalla spietatezza soltanto «di fronte ai loro simili, a quelli che sono andati alla loro scuola».

 

È un errore, quindi, aspettare che la religione e la religiosità ricostituiscano l’ordine. I fatti zoologici si producono sul piano zoologico e quelli demoniaci su quello demonologico; in altre parole, il pescecane viene inghiottito dal mostro marino e il diavolo da Belzebù.

Del resto, davanti al cinismo completo non è conveniente essere indignati. È una cosa che devo ancora imparare. Anche se mi fanno arrabbiare non posso negare l’impressione che mi fanno queste bertucce. Si tratta di stabilire un rapporto oggettivo, per esempio mettendosi a calcolare in silenzio quanto lardo e quanto grasso si ricavano da uno di questi retori dalla nuca grossa, e per quanto tempo i grassi cotti potrebbero servire a illuminare il cesso o quanti stivaloni di soldati si potrebbero ungere. Così ci si mantiene all’altezza della loro spiritualità.

 

Il tentativo di schiacciare il diavolo con Belzebù fallisce, per una serie di sfortunate circostanze, nel luglio del 1944. A differenza della gran parte dei suoi commilitoni Jünger riesce a scamparla grazie all’interessamento diretto, pare, del vecchio ammiratore Hitler. Non ha la stessa fortuna il figlio Ernstel che viene spedito in un battaglione punitivo sul fronte italiano e muore giovanissimo in uno scontro a fuoco a Carrara. Congedato «con indegnità» dall’esercito, Jünger si ritira a Kirchhorst, dove vivono la moglie e il figlio superstite, il piccolo Alexander.

Nella primavera del 1945, all’arrivo dei carri alleati, il vecchio eroe della guerra di trincea viene chiamato ancora una volta alle armi: deve comandare il gruppuscolo locale del Volkssturm, la milizia popolare che nei deliri finali di Hitler avrebbe dovuto trasformare l’occupazione alleata della Germania in un inferno di guerriglia suicida. L’ultimo gesto da soldato di Ernst Jünger è convincere la sua banda sparuta di vecchi e bambini ad arrendersi senza che venga sparato un colpo.


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Giovanni Tomasin

Archeologo di formazione, Giovanni Tomasin è giornalista e scrive abitualmente per Il Piccolo di Trieste. Il Mediterraneo e il Medio oriente sono i suoi temi d'elezione.Il suo blog personale è Terra e Mare (https://giovannitomasin.wordpress.com/).


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