L’eroe in Ernst Jünger – Parte prima

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Una premessa. Il centenario dell’inizio della Grande guerra coincide, com’è giusto che sia, con la ripubblicazione di una serie di opere prodotte dallo scrittore tedesco Ernst Jünger all’inizio degli anni Venti. Nella lunghissima parabola della sua vita questo autore, solitario e conservatore, si è confrontato con gli abissi più profondi della storia novecentesca. I suoi esaltati scritti giovanili, nati dopo l’esperienza in trincea, sono tuttora oggetto di culto nei circoli dell’estrema destra, che vi apprezzano il carattere nazionalista e la vicinanza ai nascenti totalitarismi. Appiattire l’uomo e lo scrittore sulla lettura frettolosa di qualche opera post-bellica significa però fare un grave torto a Jünger. Senza cercare di iscrivere l’autore a parrocchie che non sono la sua (in fondo egli fu e rimase sempre una sorta di anarchico conservatore), si possono approfondire i testi prodotti fra la Prima e la Seconda guerra mondiale facendo emergere l’evoluzione del suo pensiero sulla figura del guerriero, in un passaggio da un eroismo consonante a quello dei fascismi a un eroismo che con essi è in contrapposizione assoluta. Sulla scia dell’eccellente lavoro compiuto da Wu Ming 4 con J.R.R. Tolkien, è quello che si è cercato di fare in questo articolo.

 

Il guerriero e l’Operaio

 

L’uomo nuovo si fa largo tra nebbie venefiche, il viso cancellato dalla maschera antigas, lanciandosi verso le trincee nemiche sotto una pioggia di metallo. Al seguito della prima ondata cammina lento l’ufficiale: il cappotto grigio macchiato di fango, guanti bianchi a stringere pistola e frustino. Tutt’attorno vulcani di terra si sollevano a ogni colpo d’artiglieria, proiettando schegge e tranci di cadaveri in lunghe parabole nel cielo giallo. Il tempo della Grande guerra è scandito da momenti di violenza estrema alternati a lunghi silenzi tra una battaglia e l’altra, nell’attesa che l’ingranaggio delle battaglie di materiali si rimetta in moto. L’uomo che vive in questo habitat riunisce in sé spirito moderno e ancestrale, a suo agio nei locali delle metropoli, durante la licenza, così come nel paesaggio da cavernicoli del fronte occidentale.

 

Il ritratto appena abbozzato del soldato del Primo conflitto mondiale è il calco di un’immagine letteraria che assurse a concetto politico: è l’uomo nuovo descritto da Ernst Jünger (1895-1998) negli scritti pubblicati tra la fine della guerra e l’inizio degli anni Trenta.

Soldato dal coraggio leggendario, decorato con la più alta onorificenza del Secondo Reich, la medaglia Pour le Merite, Jünger fu una delle figure più controverse del panorama culturale della Repubblica di Weimar. La parabola umana e politica, da acceso nazionalista a oppositore del nazismo, si è riflessa inevitabilmente nell’opera dello scrittore, tra le più importanti in lingua tedesca nel secolo scorso: indagare il concetto di eroismo nella sua produzione compresa tra le due guerre consente di rintracciare una svolta cruciale nel pensiero jüngeriano, capace di gettare una luce differente sulla figura complessa di questo grande conservatore.

 

Nel 1920 il giovane Jünger si guadagna un’improvvisa notorietà tra gli ex commilitoni con la pubblicazione dei suoi diari del fronte, intitolati Nelle tempeste d’acciaio. In questo e negli altri libri pubblicati all’inizio del decennio Jünger propone una lettura del conflitto che rinnega tanto la propaganda patriottica quanto la visione pacifista, l’idea dell’inutile strage. La definizione di Benedetto XV è blasfema agli occhi dello scrittore: sancire la sostanziale inutilità del conflitto significherebbe, per Jünger, condannare ex post i camerati caduti a una morte insensata. Se anche le ragioni formali del conflitto sono vacue, riflette, ciò non comporta che l’evento sia privo di un significato recondito. Nell’apparente assurdità, come in un mosaico sconvolto, Jünger individua un’immagine: appurato che le mire nazionali sono mero gioco d’ombre, lo scrittore soldato rintraccia il senso autentico del conflitto nel prorompere titanico della tecnologia moderna sullo scenario «eterno» della guerra. Nelle battaglie di materiali e negli uomini che giungono a sentirvisi a casa.

 

Il conflitto diventa così il momento di trapasso a una nuova epoca dell’umanità, un’era storica dominata da una stirpe di umani completamente diversa dall’europeo della Belle Epoque. Negli scritti che, molti anni più tardi, Jünger definirà il suo «antico testamento», i soldati usciti dalle trincee sono dipinti come i rappresentanti di una stirpe destinata a mutare la società nel suo complesso, cambiandone le forme o riempiendole di nuovi significati: così come la Grande guerra è stata la trasposizione nel conflitto della produzione industriale, le forme della politica ventura saranno la messa in pratica della mobilitazione totale che ha caratterizzato i paesi impegnati nello scontro.

 

Araldi dell’ordine nuovo, i soldati del fronte costituiscono un tipo d’eroe che da secoli mancava sui campi di battaglia: disinteressato alla sopravvivenza della propria individualità, pronto a sacrificarsi e a uccidere per la causa superiore, noncurante del suo stesso terrore. La figura del nuovo soldato tedesco si sovrappone come in un sogno a quella del guerriero germanico, deciso a combattere fino all’ultimo uomo per l’onore proprio e del proprio re. Il titolo tedesco di Nelle Tempeste d’acciaioIn Stahlgewittern, è una parola composita in cui risuonano le kenningar dell’epica altomedievale amata da Jorge Luis Borges: storie sanguinose di vendetta e strage in cui la spada diventava la serpe del cuore, il mare la strada delle balene e le frecce i corvi del sangue.

 

In La battaglia come esperienza interiore, libro del 1922 in cui presenta il risvolto spirituale dello scontro, Jünger scrive:

 

Corriamo. I colpi si fondono l’un l’altro sempre più in fretta, sempre più furiosi, affondando in un ruggito crescente. Il terreno ondeggia, l’aria soffocante impregnata di gas e putrefazione ci arriva in faccia a ondate. Zolle di terra si schiantano contro gli elmi, le schegge risuonano contro le armi. Si ode forte e chiaro ogni volta che un pezzo di ferro stacca un trancio di carne umana. Ai nostri piedi, ai bordi del sentiero giacciono i morti, dazio per tanti mesi di passaggio, spettrali bambole di cera nella luce fioca, gli arti stranamente slogati. Una cassa toracica affonda, tenera come un mantice, sotto il mio stivale chiodato, il cervello viene bombardato d’immagini, colpi di lama che ronzano bluastri, martellate sfolgoranti. Sono tante, le percezioni, da far scordare anche la paura, anche se ogni cosa ha i colori spettrali dell’incubo.

 

Nel corso degli anni Venti Jünger continua a propagandare la sua visione apocalittica: fonda il gruppo neonazionalista, frangia politica estrema vicina ai nazionalbolscevichi di Ernst Niekisch, che vede nella Germania il paese destinato, per eredità spirituale, a meglio incarnare la nuova fase storica vaticinata dalla Grande guerra. E’ in questo periodo che Jünger si guadagna l’etichetta affibbiatagli da Thomas Mann – «un pioniere spirituale, gelido libertino della barbarie» – e attrae gli strali di Walter Benjamin, che proprio a Jünger dedicherà una critica durissima nel suo saggio Teorie del fascismo tedesco:

 

Profondamente imbevuta della propria depravazione, la tecnologia ha dato forma al volto apocalittico della natura, riducendola al silenzio – sebbene questa tecnologia abbia il potere di dare alla natura stessa la sua voce. Invece di usare e illuminare i segreti della natura attraverso una tecnologia mediata dallo schema umano delle cose, l’astrazione metafisica della guerra dei neonazionalisti non significa null’altro che una mistica e immediata applicazione della tecnologia alla soluzione del mistero di una natura percepita idealisticamente. “Fato” ed “eroe” occupano le menti di questi autori come Gog e Magog, divorando non soltanto i figli degli uomini ma anche le idee nuove. Tutto ciò che c’è di puro, incontaminato, ingenuo e umanistico finisce tra i denti consumati di questi Moloch che reagiscono con i rutti dei mortai da 42 centimetri.

 

La nazione mistica, la «Germania eterna» che questi nuovi guerrieri si credono destinati a servire, spiega Benjamin, non è «nient’altro che una classe dominante sostenuta da una casta».

Nei primi scritti polemici di Jünger (Scritti politici e di guerra. 1919-1933) il fascismo italiano, allora ai suoi albori, viene esplicitamente richiamato come esempio, così come si rende omaggio al capo del nascente movimento nazionalsocialista, Adolf Hitler, ammiratore dichiarato di Nelle tempeste d’acciaio. Nel corso degli anni Venti, però, le posizioni divergono. Il circolo di Jünger critica il carattere «borghese» del movimento nazista, senza condividere nemmeno il feroce antisemitismo biologico propagandato dal partito di Hitler. Ciò non libera Jünger e sodali dalle loro responsabilità: criticato dai nazisti per la sua mancanza di antisemitismo, lo scrittore risponde con un articolo sulla «questione ebraica». Auspica la nascita di un nazionalismo ebraico analogo a quello tedesco, la cui clausola obbligata è la fine di ogni integrazione, l’imposizione della scelta minacciosa fra «essere un ebreo in Germania oppure non essere affatto». Un’infamia che comunque non basta all’autore per liberarsi dell’etichetta di filosemita: «Jünger difende i suoi amici kosher», scrive Joseph Goebbels in quegli anni.

 

Al contempo il gruppo di Jünger continua ad esaltare la mistica della guerra in una cupa consonanza con la propaganda nazista, meno intellettuale ma altrettanto brutale. Eppure è proprio su questo punto che si verificherà la rottura definitiva. Nel 1932 Jünger pubblica un libro intitolato L’Operaio (Der Arbeiter): è un’opera inquietante, in cui l’autore descrive con ritmo rapsodico la società dell’uomo nuovo, portando alle estreme conseguenze le riflessioni del decennio precedente. Il testo si sviluppa salmodiando l’immagine quasi neoplatonica di una Forma (ted. Gestalt), l’Operaio, che attraverso lo strumento della tecnica «mobilita il mondo». Ogni attività, nel mondo che nascerà, diventa lavoro: una trasfigurazione esemplificata dall’esempio di un campanile adattato a punto di riferimento trigonometrico per una postazione d’artiglieria.

 

Il carattere cosmico del processo descritto da Jünger trascende necessariamente la prospettiva nazionalista, pur presente nel testo. Al tempo stesso l’autore si avvicina a una forma di collettivismo che gli vale il plauso del nazionalbolscevico Niekisch, i cui suggerimenti hanno contribuito a plasmare le tesi esposte nel testo. Martin Heidegger tiene un corso universitario sulla lettura del libro, che influenzerà profondamente il suo ragionamento sulla tecnica dei decenni successivi. Lo apprezzano molto meno i nazisti: la rivista delle SS scrive che con L’Operaio Jünger è entrato «nella zona proiettile alla tempia».

 

 


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Giovanni Tomasin

Archeologo di formazione, Giovanni Tomasin è giornalista e scrive abitualmente per Il Piccolo di Trieste. Il Mediterraneo e il Medio oriente sono i suoi temi d'elezione.Il suo blog personale è Terra e Mare (https://giovannitomasin.wordpress.com/).


'L’eroe in Ernst Jünger – Parte prima' 3 commenti

  1. 23 gennaio 2016 @ 11:18 Andrea Zhok

    Eccellente richiamo ad una figura interessante ed ‘inattuale’ come poche. Attendo la seconda parte.

    Noto di passaggio una cosa che mi ha sempre fatto pensare nel caso di Juenger e in casi simili: le figure che più si avvicinano ai tratti morali idealizzati da ideologie totalizzanti sono anche le figure che più difficilmente sono conciliabili con il potere che di quelle ideologie si nutre. Il nazismo nutrirà il proprio immaginario di figure come quella di Juenger, ma a fare carriera saranno cinici impiegati come Goebbels o Himmler. Lo stesso potrebbe dirsi per le figure eroiche dell’URSS (tipoVassilj Zaicev) rispetto alle reali incarnazioni del potere sovietico (Beria). La realtà del potere politico è sempre infinitamente altra rispetto alle ideologie di cui si nutre.

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    • 23 gennaio 2016 @ 12:14 Giovanni Tomasin

      Grazie! Anche a me ha sempre colpito l’apparente paradosso del contrasto fra i nazisti e lo Jünger, che rappresentava per molti aspetti il loro ideale dell’Uomo nuovo. La seconda parte del pezzo è dedicata interamente a questo aspetto.

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    • 31 gennaio 2016 @ 12:59 Federico Sollazzo

      Osservazione interessante, che credo ben si concili con quanto dice la Arendt su Eichmann e sulla banalità del male.
      Credo che la frattura tra il livello del funzionamento reale e quello ideolgico del potere sia inevitabile e in buona parte consapevole. Il potere infatti, qualsiasi potere, ha bisogno sia di legittimarsi tramite un certo discorso retorico-ideologico, sia di funzionare tramite, appunto, meri funzionari, specialisti, iperspecializzati amministratori professionali di nozioni e procedure, quindi di un certo sapere. E forse è stato questo rifiuto di diventare meccanismo, Operaio, che ha tenuto Jünger a una certa distanza dal nazismo; come disse Goebbels “gli facemmo ponti d’oro che lui sempre si rifiutò di attraversare”.
      Se questo ha un senso, allora la fondamentale resistenza che si può oppore al potere è quella di sottrarsi dal pericolo, sempre presente, di diventarne funzionari e quindi ripetitori.
      Un pericolo oggi presente più che mai nell’università, dove viene esattamente richiesto di essere degli specialisti di nozioni, una sorta di database ambulante, venendo misurati scientificamente in quanto tali, e non (più) dei liberi pensatori.

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